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Egitto: seconda fase elezioni, laici sperano in rivincita


I partiti islamisti invece sono certi di ripetere il grande successo ottenuto alla prima tornata elettorale. Ora in rete imperversano i rapper della Fratellanza islamica che cantano vittoria


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Il Cairo, 15 dicembre 2011, Nena News – “Ora più di prima sappiamo che il nostro voto vale e da questo dipende il futuro del nostro paese”, dice un ragazzo in fila fuori da un seggio di Giza, alla periferia del Cairo. Dietro le sue spalle si intravedono le piramidi simbolo della storia gloriosa dell’antico Egitto. Nei suoi occhi invece si riflette la speranza di un futuro diverso, privo di faraoni (politici), dittatura e corruzione. “Sono qui perché spero che il nostro paese non cada nelle mani degli islamisti”, aggiunge suo fratello che fa intendere che voterà per Amr Shobaky, il politologo membro di Kifaya che si trova a sfidare Amr Daragg, il segretario della sede di Giza di Libertà e Giustizia, il Partito della Fratellanza Musulmana.

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Storia di Said è storia della Palestina


Dopo un viaggio in Europa per raccontare il suo Paese, il giovane 20enne di Ni’lin si ritrova di fronte la quotidianità dell’occupazione: raid nella sua casa, minaccia di arresto per il fratello. Un destino comune a quello di oltre 4 milioni di palestinesi.


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Beit Sahour (Cisgiordania), 14 dicembre 2011, Nena News (nella foto, un giovane palestinese pianta un ulivo nel villaggio di Husan davanti ai soldati israeliani, foto Emma Mancini) – Un viaggio in Europa per parlare al mondo del piccolo villaggio palestinese di Ni’ilin, tre mesi trascorsi tra la Svezia e la Germania a respirare una libertà che nei Territori Occupati è negata da 63 anni. E al ritorno, il brusco risveglio: sei e resti un giovane palestinese sotto occupazione, non dimenticartelo.

Il chiaro messaggio è stato recapitato a Said dall’esercito israeliano solo due giorni dopo il suo ritorno in Palestina: raid notturno in casa e mandato di comparizione in carcere per il fratello minore. Una storia simile a tante altre, qua in Cisgiordania, ormai la routine. L’anormalità diventa normale, l’assurdo si trasforma in realtà.

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Jewish rock-throwers are more equal

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It is easy to imagine what would have happened had Palestinians invaded an Israeli military base and vandalized vehicles, burned tires, thrown rocks at the brigade commander and injured his deputy. It would have ended in death, injury or arrest for many of them. But the perpetrators of this week's incident were Jews, not Palestinians, and they threw rocks at both soldiers and Palestinians.

The explanation voiced for the killing of Mustafa Tamimi, who died after being hit in the head by a tear-gas canister during a demonstration in Nabi Saleh on Friday, was that the young Palestinian man had been throwing rocks at an armored Israel Defense Force jeep. Even had that been true, one cannot ignore the disparity in the response to the stone-throwers in each case, where the only difference was their being Arab in one case and Jewish in the other.

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Perché l'Iraq non abbandonerà la Siria


Oltre 300mila profughi, relazioni economiche radicate, vicinanza politica e timore che i settarismi di Damasco contagino Baghdad. Queste le ragioni del supporto iracheno ad Assad. E il premier Maliki gioca un’altra carta: una delegazione per pacificare la Siria.

 

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Roma, 16 dicembre 2011, Nena News – Una missione diplomatica irachena in Siria per aiutare Damasco ad aprire il dialogo tra il regime di Bashar e le forze di opposizione. Ad annunciare la nuova iniziativa è stato ieri il premier iracheno Nouri al-Maliki, di ritorno da Washington: “Appena arriverò a Baghdad, prenderò parte a un meeting per inviare una delegazione in Siria al fine di implementare l’iniziativa irachena”.

Pochi giorni fa era stato il generale Fadhil Birwani, comandante militare delle forze antiterrorismo irachene, a immaginare con preoccupazione il possibile futuro di Damasco: la caduta di Bashar al-Assad in Siria sarebbe “una minaccia per l’intero Medio Oriente, perché permetterebbe la salita al potere di un regime integralista islamico in uno dei Paesi leader del mondo arabo”.

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Egitto: ballottaggio ridimensiona salafiti


Confermato il successo dei Fratelli musulmani, invece è meno ampio del previsto il risultato delle formazioni salafite, che al primo turno avevano incassato quasi il 25% dei voti. Ieri ha giurato il nuovo governo.


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Roma, 08 dicembre 2011, Nena News (nella foto, una manifestazione di salafiti al Cairo) – Non hanno fatto bene ai leader salafiti i proclami urlati dopo le elezioni del 28 novembre sull’intenzione di imporre rigide regole di «condotta islamica» alla società egiziana. I ballottaggi se da un lato hanno confermato il successo registrato al primo turno dalla lista del partito Giustizia e Libertà (Fratelli Musulmani), dall’altro ha fatto segnare una parziale battuta d’arresto per il partito salafita Nour (Luce). Dei 56 seggi in palio in questa tornata per la quota uninominale, i Fratelli Musulmani ne hanno portati a casa 36. I salafiti invece solo cinque.

«Dopo il voto del 28 novembre, i salafiti hanno dichiarato nel modo più chiaro possibile di essere contrari ad uno Stato civile e di volere un Egitto fortemente fondato sulla sharia (il codice coranico) e su una rigida separazione dei sessi. Ciò ha spaventato non solo le minoranze ma anche i musulmani che si oppongono alle imposizioni dei leader religiosi», ha detto a Nena News, Nabil Abdul Fattah, del Centro al Ahram per gli Studi Strategici. «Per questo, al momento del voto, tanti hanno scelto di votare per i candidati liberal», ha aggiunto Abdul Fattah. E’ d’accordo anche George Isacc, fondatore del movimento per i diritti civili Kifaya e ora membro dell’Associazione nazionale per il Cambiamento. «Quanto è accaduto ai ballottaggi indica che gli islamisti non faranno bottino pieno alle prossime due fasi elettorali (previste a metà dicembre e all’inizio di gennaio, ndr)», ha detto Isacc.

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