Pompei ultimo atto

il Manifesto, 7 novembre 2010

BENI CULTURALI - All'alba, uno smottamento ha ridotto in polvere l'antica Schola Armaturarum
armaturarum LE MACERIE DELLA SCHOLA ARMATURARUM

La Casa dei gladiatori si è sbriciolata sotto il peso della pioggia e del cemento armato. «Una vergogna per l'Italia», commenta Napolitano. Il sito archeologico più famoso del mondo sconta la politica del commissario facile e la volontà granitica del ministro Bondi di affidare Pompei a una fondazione a gestione privata, che può fare a meno delle competenze di un soprintendente
A guardare le macerie, sembra che sia esplosa una bomba. Ieri all'alba è completamente crollata la Schola Armaturarum. Una collina di mattoncini rossi su via dell'Abbondanza, il corso principale della città distrutta dall'eruzione del 79 d.C., è tutto ciò che resta della palestra dove i gladiatori si allenavano. «È una vergogna per l'Italia - ha dichiarato il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano - chi ha da dare delle spiegazioni non si sottragga al dovere di darle al più presto e senza ipocrisie».

La domus non era aperta al pubblico, i visitatori però potevano osservarne dall'esterno gli affreschi. Come il miracolo dei rifiuti, così il prodigio della messa in sicurezza degli scavi a opera della Protezione civile si sta sbriciolando sotto gli occhi dei campani. Secondo la soprintendenza, le cause possono essere attribuite o alle piogge della scorsa settimana, che hanno creato delle infiltrazioni all'interno di un terrapieno al lato della Schola, oppure al peso del tetto. Bombardata durante la Seconda guerra mondiale, la copertura in calcestruzzo armato risale agli anni '40: è probabile, spiegano, che le mura antiche non abbiano retto al peso. «Il crollo - precisa il segretario generale del ministero per i beni e le attività culturali, Roberto Cecchi - ha determinato la distruzione di parte delle murature, della facciata e dello spigolo dell'abitazione nell'insula adiacente. Parrebbe essersi conservata la parte più bassa, che ospita le decorazioni affrescate».
Una versione che non convince del tutto. Il primo a essere scettico è Gianfranco Cerasoli, segretario generale della Uil Beni culturali: «La casa fu restaurata nel 1946, da allora non sembrano essere stati fatti interventi salvo il rifacimento dell'asfalto del tetto circa sette mesi fa. È veramente singolare che durante la gestione commissariale, che era deputata proprio alla messa in sicurezza, nessuno si sia reso conto dello stato in cui si trovava. Ricordo che il direttore Antonio Varone aveva segnalato la pericolosità degli scavi, tanto che temeva per l'incolumità dei visitatori e degli stessi dipendenti». Per il sindaco di Pompei, Claudio D'Alessio, il cedimento dell'edificio è un crollo annunciato: «Succede quando non c'è la dovuta attenzione e cura per un patrimonio secolare».
Chi gestisce gli scavi? Al momento alla soprintendenza c'è una reggente, Jeanette Papadopoulos, subentrata recentemente al neopensionato Giuseppe Proietti, che era stato designato anche lui a tempo. Questo mese dovrebbe partire il concorso per l'assegnazione dell'incarico, un incarico però azzoppato dalla volontà granitica del ministro Sandro Bondi di affidare Pompei a una fondazione. Mesi di campagna stampa spesi per dimostrare che la gestione pubblica è fallimentare a fronte di una gestione «privatistica», cominciata con il commissariamento da giugno 2009 a giugno 2010, più efficace e rapida, affidato a Marcello Fiori, braccio destro di Guido Bertolaso. All'orizzonte i privati, continuamente evocati dal governo e dalla destra, in concreto l'entrata massiccia degli enti locali, a cominciare dalla regione retta da Stefano Caldoro. Cioè sottrarre competenze agli archeologi per consegnarle alla politica, che in Campania ha appena finito di dare l'ennesima prova di sé: mesi di cariche sulle popolazioni vesuviane per cercare di imporre una seconda megadiscarica in un parco naturale, a due passi da Pompei.
La frana di ieri non era prevedibile, il commento anche di Giuseppe Proietti. Ma nemmeno del tutto inaspettata. Dopo un anno di gestione Fiori, con poteri speciali in deroga a ogni norma, i problemi si susseguono. Ad aprile scorso sono saltate le fogne alla Casina dell'Aquila, danno ricoperto in fretta con la terra. E poi altri crolli, al Thermopolium e, a gennaio, al muro perimetrale tra la Casa dei casti amanti e la Casa di Giulio Polibio, dopo lavori frettolosi per l'arrivo del presidente Berlusconi in cerca di nuove passerelle. Soprattutto hanno fatto inorridire i lavori al Teatro Grande, inaugurato l'estate scorsa da Riccardo Muti.
Gli archeologi di Pompei raccontano che per costruire gli spogliatoi, alle spalle del quadriportico, è stata distrutta un'area inesplorata, dalla quale si aspettavano scoperte importanti. Ruspe e bobcat a scavare pietre e piperno, le gradinate sfregiate dai martelli e il sistema di diffusione delle acque, che vaporizzava goccioline sull'antico pubblico, sostituito da canaline di plastica arancione. Questo il tenore degli interventi su tutta l'area. Costo dell'ingresso al pubblico 11 euro, ma solo per passeggiare tra le vie; per le domus più importanti ci vuole un ticket aggiuntivo di 5 euro.
La Corte dei conti, ad agosto, ha accertato che lo stato di emergenza era illegittimo e l'intervento della Protezione civile, quindi, immotivato ma utile a eludere il preventivo controllo della stessa Corte. Non ci sono soldi per la cultura, dice Bondi, però Fiori ha avuto a disposizione 79 milioni di euro, quasi interamente spesi. Per la Casa dei Casti Amanti, un intervento di poche migliaia di euro è lievitato a circa un milione e la stessa impresa, lavorando sempre con affidamento diretto al Teatro Grande, dagli iniziali circa 600 mila euro è passata a 5 milioni. La mostra Pompei e il Vesuvio. Scienza, conoscenza ed esperienza è costata 394mila euro in favore di «Comunicare organizzando», una delle società più impegnate dalle strutture della Protezione civile. E 20 milioni sono stati spesi per attività di servizio che, con l'emergenza, non hanno niente a che vedere.
Altri 13 milioni del portafoglio di Pompei dovrebbero andare alla Wind per attività di videosorveglianza e valorizzazione: «Attività che prevedono la collocazione nell'area archeologica di pali alti 4 metri e cavidotti - spiega Cerasoli - con un impatto visivo micidiale, non compatibile con la tutela dell'area archeologica. A ciò si aggiunge anche la recente sentenza del Tar Lazio, che ha annullato la gara per la gestione del ristorante per difetti procedurali, che dimostrano il pressappochismo nell'attività di aggiudicazione dell'appalto». Sulla gestione commissariale la procura di Torre Annunziata ha già aperto un'inchiesta.