Timbro di lotta e di speranza

Alias, 26 novembre 2011

timbro

■ ROMA, MUSEO D'ARTE CONTEMPORANEA ■ KHALED JARRAR ■

Quando, come, e se le Nazioni Unite decideranno per il riconoscimento della Palestina come Stato, ancora non è dato sapere. Ma il video artista palestinese Khaled Jarrar, tre anni fa, ha comunque deciso di portarsi avanti.

Nel 2008, presso la galleria di Ra- mallah Almahata, aveva preparato una specie di domanda di residen- za per la Palestina: «How to get a green card, live and work in Palestine» che ogni straniero avrebbe potuto compilare per avere l’occasione di poter trasferirsi per un po’ in West Bank. Lo dichiara lui stesso: «Era ed è un messaggio politico, per portare avanti la mia persona- le dichiarazione che Israele non ha il diritto di rifiutare l’ingresso a persone che vogliono visitare la Palestina, e neanche il diritto di rimandarle indietro. Gli israeliani possono fermare all’aeroporto chi vuole visitare i territori occupati. Credo non abbiano diritto di farlo e questo, attraverso quel progetto di permesso di residenza e green card, è stato il mio primo, forte messaggio. Gli israeliani sono gli unici che controllano i confini e a volte... l’ingresso è negato a chi vuole venire a trovarci».

Il 16 e 17 dicembre al Macro di Roma la video-arte del palestinese Khaled Jarrar, creatore tra l’altro del timbro con una colomba e la scritta in arabo e inglese «Stato di Palestina», souvenir da apporre sui passaporti. Non ha valore legale ma ha già creato qualche problema con Israele

Lo stesso messaggio, ma indubbiamente più forte, è quindi stato la creazione di un semplice timbro, quello dello Stato di Palestina. Khaled ne ha preparato uno simbolico, quello che un giorno gli piacerebbe vedere stampato sui pas- saporti dei cittadini del mondo una volta superata la frontiera di un ipotetico aeroporto internazionale palestinese. Ha semplicemen- te creato un timbro con una co- lomba e con la scritta – in arabo e inglese – Stato di Palestina. Ha pensato che sarebbe stato un forte messaggio se, almeno per cominciare, quello stesso timbro fosse stato realmente impresso sul passaporto di persone che supportano la creazione di uno Stato palestinese e che sarebbero diventati loro stessi parte integrante dell’opera-progetto.

Khaled ha cominciato la sua «missione» di sensibilizzazione proprio nella confusione della stazione degli autobus di Ramallah. Tra gente che si affretta e autobus che caricano e scaricano viaggiato- ri, Khaled è arrivato accompagnato dal suo inseparabile timbro. Trovare turisti non è difficile, alla stazione dei bus. Proprio dall’autobus numero 18, quello che arriva direttamente da Gerusalemme, scendono i turisti che si avventurano in quel «pericoloso» territorio di Palestina occupata, ovvero oltre quell’onnipresente muro alto più di 7 metri, a cui si aggiungono sempre nuovi pezzi.

Con un sorriso genuino, ha cominciato ad avvicinarsi alle perso- ne presentandosi e spiegando del suo progetto di timbro. Ha chiesto, chiede e continuerà a chiedere alle persone che arrivano o stanno per partire, se sono disponibile per la prova generale di un nuovo Stato e vogliono offrire una pagina del proprio passaporto per una prima dimostrazione.

In tanti hanno risposto positiva- mente e in tanti sono tornati a casa con un timbro di – per ora – pura fantasia sul passaporto. Ma qualcuno, sapendo di dover ripartire dall’aeroporto di Tel Aviv Ben Gurion, e dovendo quindi superare le trincee di controlli israeliani... be’, qualcuno ha preferito evitare quel timbro, per non dover poi rispondere alle mille domande da parte della più angosciata e angosciante security israeliana.

Ma Khaled viaggia con la sua arte e, proprio grazie all’occasione dell’apertura di sue mostre organizzate in tante città europee, da Parigi a Bruxelles, a Belgrado, quel timbro è riuscito a imprimere il proprio marchio di sostegno e speranza su tanti passaporti del mondo di appassionati sia d’arte che di Palestina.

Quel timbro, tuttavia, anche se non ha nessun valore politico né legale ma rappresenta solo una specie di souvenir, (come qualsiasi timbro che si può stampare sul proprio passaporto in tante parti del mondo, come al Grand Canyon) ha in realtà un grande valore simbolico e ha da subito incontrato l'antipatia di Israele e creato qualche problema.

Che uscire da Israele sia sempre un po’ noiosamente stressante e nevrotico (basti pensare che all’aeroporto è consigliato arrivare almeno tre ore prima della partenza del volo), è cosa nota. Ma, lasciare il Paese con un timbro di questo tipo, con il timbro del nemico, può davvero comportare lunghi interrogatori perché, a quel punto, esprimere la propria vicinanza al popolo palestinese può automaticamente significare essere una persona sospetta, nemica e da tenere sotto controllo. Semplice ed elementare sillogismo: amico del mio nemico, sei mio nemico anche tu.

Un fastidioso incidente è successo proprio ad Alison, una ragazza con passaporto sia americano che israeliano. Così lei stessa racconta cosa le è successo.

«Partire con il mio timbro dello Stato di Palestina è stato semplice, come mi aspettavo. Quando sono arrivata al controllo della frontiera, un’ufficiale donna si è accorta del visto dello Stato di Palestina, ha sorriso, e ha timbrato il mio passaporto israeliano con il visto di uscita senza nessun problema. Ma tornare è stata una storia molto diversa e complessa. Arrivando all’aeroporto il giorno prima dell’arrivo della Flottilla, sono andata dall’ufficiale di frontiera e gli ho dato il mio passaporto. Ha visto il timbro emi ha chiesto, un po’ perplesso, cosa fosse. Ho risposto che era il visto del nuovo Stato di Palestina. Mi ha guardato come se parlassi una lingua che non conosceva e ha chiesto ai suoi colleghi se avessero mai visto qualcosa del genere. Hanno chiamato il loro superiore che mi ha subito rimproverata, dicendo che il passaporto è solo per Stati reali. Gli ho allora risposto che la Palestina era uno Stato prima della creazione dello Stato di Israele. Detto questo, mi ha portato nella stanza per gli interrogatori emi ha confiscato il passaporto sia americano che israeliano. Dopo un’ora è tornato, me li ha restituiti: quello americano intatto, quello Israeliano cancellato; sì, con un grosso timbro: CANCELLED.

Khaled continua a timbrare passaporti (ne ha timbrati circa 150) chiedendo sempre, con il suo solito sorriso amichevole, se vogliamo avere quel timbro. Proprio pochi mesi fa, di accettare volentieri quel timbro sul passaporto, è stato il filosofo serbo Slavoj Zizik, in visita a Ramallah per tenere un workshop. Evidentemente parte del mondo della cultura apprezza e sostiene l’idea di dare riconoscimento alla Palestina, partendo proprio da una simile provocazione. Ogni volta che una galleria presenta una sua mostra, Khaled si presenta sempre con quel timbro, e adesso anche con delle magliette con quell’immagine. Dopo il Centro Pompidou, la galleria Polaris e il Fiac di Parigi, e dopo il quarantanovesimo Salone d’Ottobre di Belgrado, adesso sarà la volta di Bruxelles, Chent, Atene. Il 16 e 17 dicembre infine, lo screening della sua opera di video-arte sarà al Macro di Roma e, anche e soprattutto in quei giorni, il suo timbro lo accompagnerà nelle sale del museo. Proprio a Roma, chissà mai, gli piacerebbe riuscire ad organizzare anche una performance. Intanto di aspetta, ci aspettiamo, di vedere il mondo della cultura italiana in coda ad aspettare quel timbro di quel Paese che, da più di 60 anni è in stand-by per riuscire ad ottenere il diritto di esistere.