L'Europa, un nuovo possibile destino per il Medio Oriente

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L’EUROPA, UN NUOVO POSSIBILE DESTINO

PER IL MEDIO ORIENTE

(da “Una città”, n. 119, marzo 2004)

Dibattito sulla proposta del laburista israeliano Shimon Peres di far entrare Israele, Palestina e Giordania nell’Unione Europea. Le possibili ricadute per una pacificazione del Medio Oriente; gli antichi legami tra Israele e l’Europa.

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La proposta era stata discussa in un incontro avvenuto a Tel Aviv, nella sede del Partito laburista, fra Shimon Peres, Saed Erekat e una delegazione dell’Internazionale socialista (Ayala, Massimo D’Alema e Jagland), dopo che il consiglio dell’I.S. riunito a Madrid il 7 e 8 febbraio 2004 aveva auspicato “la possibilità di un’associazione più stretta di Israele e Palestina con l’Ue”. D’Alema si è fatto promotore della proposta (interviste del 25 e 28 marzo sull’Unità e La Repubblica); su Panorama l’ha presentata in questi termini: “ho lanciato l’idea di una associazione speciale all’Unione Europea di Israele, Palestina e Giordania, e di stabilire un legame con la Nato di Egitto e Iraq, secondo la formula della partnership for peace”. Adriano Sofri, uno dei commentatori che hanno sempre sostenuto l’entrata di Israele nell’Ue, ha ripreso più o meno la formula di D’Alema, esprimendo su Panorama del 29 marzo “l’auspicio dell’ingresso di Israele nell’Unione Europea (accompagnato da un’associazione peculiare di Palestina ed eventualmente Giordania)”.

Peres è forse più preciso: l’11 febbraio ha detto: “l’Ue dovrebbe offrire a Israele, a uno stato di Palestina e alla Giordania -che formerebbero una specie di Benelux- la piena adesione all’ Europa o almeno uno status pari a quello dei paesi dell’Efta. Questi stati e altri paesi del Medio Oriente, come l’ Egitto, dovrebbero inoltre essere ammessi alla Partnership for Peace, un organo affiliato alla Nato” (tutti i corsivi sono miei).

Nonostante la diffidenza che non possiamo non avere verso Peres, e nonostante i termini ambigui usati da D’Alema (“associazione speciale”), la proposta va presa in considerazione e valutata attentamente. Infatti, nonostante che Peres non sia nuovo all’idea di far entrare Israele in Europa (“Saremmo molto felici di diventare membri dell’Unione europea”, aveva detto nel giugno 2001 alla Conferenza dei Presidenti del Parlamento europeo, commentando una proposta dei radicali italiani), la novità è che questa volta si propone l’ingresso in Europa non solo di Israele, ma anche della Palestina -si ipotizza la nascita imminente di uno stato palestinese (“nascerà prima di quanto si pensi”, dice Peres)- e della Giordania. Non si tratterebbe più, dunque, di trascinare Israele fuori dal suo contesto mediorientale sentito come ostile ed estraneo, per riportare la “democrazia israeliana” all’interno del mondo occidentale di cui sarebbe parte integrante; al contrario, l’Europa assorbirebbe tutta una parte del Medio Oriente, Israele insieme con i due stati arabi vicini. Sorge il sospetto che la Giordania sia coinvolta da Peres nel suo piano con la speranza che serva da territorio dove scaricare i palestinesi in esubero, i profughi che Israele non vuole o, addirittura, tutta la popolazione araba attualmente residente tra il Mediterraneo ed il Giordano. Certamente sarà utile impegnarsi a conoscere meglio il suo piano, per capire dove vuole arrivare.

Un anno fa, Jeff Halper aveva avanzato la proposta di una “Confederazione del Medio Oriente” (articolo pubblicato su “Una città”, n. 110, febbraio 2003), che delineava una soluzione regionale del conflitto israelo-palestinese: una confederazione che comprendesse Israele e i paesi arabi circostanti, primo fra tutti lo stato palestinese da costruire. Il processo di unificazione sarebbe dovuto avvenire in due fasi: una prima fase in cui si doveva realizzare il ritiro dei coloni e la fine dell’occupazione dei territori palestinesi, la fine delle violenze da entrambe le parti, la nascita dello stato palestinese in tutta l’estensione dei territori oggi occupati e il suo riconoscimento da parte di Israele, la democratizzazione dei vari paesi dell’area (Giordania, Libano, Siria, Egitto), l’instaurarsi di un clima di fiducia fra Israele e questi paesi, ecc. Nella seconda fase, con l’integrazione dei singoli paesi in un’unità più ampia, si sarebbero ottenuti vantaggi economici, sociali, politici oggi impensabili. In realtà la proposta era molto interessante ma allo stesso tempo debole, perché si dovevano ipotizzare troppi passi, ognuno di per sé quasi impossibile, si dovevano superare troppe diffidenze e ostilità, prima di ottenere i benefici che avrebbero giustificato la decisione di affrontare quell’avventura.

Halper stesso si è accorto che quella sua proposta non è realistica nelle attuali condizioni, e più recentemente (“Una città”, n. 115, settembre ’03) ha preso -a malincuore e quasi per disperazione- una nuova posizione, a favore di uno stato unico democratico e laico in Israele/Palestina. Agli israeliani dice con amarezza: forse non ci sono altre soluzioni; non lamentatevi, perché avete determinato voi questa situazione, moltiplicando gli insediamenti, appropriandovi delle risorse e rendendo così impossibile la formazione di un stato palestinese autosufficiente. Non vorrete mica accontentarvi di offrire ai palestinesi dei bantustan? In realtà, c’è chi non si fa troppi scrupoli nel fare questo e anche di peggio … intendo dire muri e vita impossibile per la popolazione, fino alla pulizia etnica, per liberarsi una volta per tutte da un popolo che non si prevedeva rimanesse così tenacemente abbarbicato a quella che doveva essere una “terra senza popolo”. (A molti l’espressione “pulizia etnica” può sembrare troppo forte. Ma è lecito usarla da quando il noto storico Benny Morris l’ha rivendicata come una politica da applicare rigorosamente, rammaricandosi che Ben Gurion non l’abbia messa in pratica fino in fondo).

Questo giudizio dell’impossibilità di realizzare nelle attuali condizioni “due stati per due popoli” ha fondamenti solidi e sono molti ormai a sostenerlo; ma nello stesso tempo è difficile che palestinesi e israeliani rinuncino al sogno, un po’ tardivo ma comprensibile, di un loro stato nazionale, ancora mai realizzato per i primi, conquistato con grandi sacrifici per i secondi. Forse però, mettendo insieme le varie soluzioni prospettate, si può formulare una proposta più generale che potrebbe rivelarsi nonostante tutto più realistica.

Tornando all’articolo di Halper sulla “Confederazione del Medio Oriente”, che finiva sollecitando il giudizio dei lettori, ne discussi con due amici (Giorgio Forti e Paola Canarutto) e insieme mandammo a Halper il nostro commento (aprile-maggio 2003): secondo noi il progetto era molto stimolante ma, così com’era formulato, non poteva funzionare. Volevamo invece suggerire una variante della sua “proposta in due fasi”. La prima fase rimaneva quella descritta da Halper (fine dell’occupazione, nascita dello stato palestinese, democratizzazione ecc.); ma essa sarebbe stata fortemente incentivata se la seconda fase fosse consistita nell’ingresso congiunto e contemporaneo di Israele e Palestina, magari insieme con altri paesi della regione, non in una Confederazione mediorientale povera e tutta da costruire, ma nell’Unione Europea, già esistente, solida e ricca, che si stava dando una costituzione democratica, e che sicuramente esercitava un forte potere di attrazione anche verso molti paesi non europei (come la Turchia, la quale però sarà ammessa solo se accetterà in pieno le condizioni poste dall’Ue su democrazia, diritti umani ecc.; e questo è un precedente importante).

In effetti, la proposta di far entrare un gruppo di paesi mediorientali in Europa che allora noi suggerivamo, e che ora Peres avanza autorevolmente come capo dell’opposizione d’Israele, non è assurda, anche se non sarà facile che diventi operativa in tempi brevi. I rapporti politici ed economici dell’Ue con i paesi del Medio Oriente sono infatti già da molti anni intensi e molteplici. In particolare, da quando fra l’Unione europea e 12 paesi che si affacciano sul Mediterraneo (tutti esclusa la Libia) fu firmata nel 1995 la “Dichiarazione di Barcellona”, che impegna a costituire entro il 2010 un’area di libero scambio e di collaborazione a diversi livelli per favorire lo sviluppo economico, culturale e democratico, si sono cominciati a negoziare e firmare accordi bilaterali e multilaterali che sempre più integrano le economie e le società di questi paesi fra di loro e con l’Europa: un patto multilaterale di libero scambio è stato firmato per esempio nel febbraio scorso fra Giordania, Egitto Tunisia e Marocco; inoltre sono stati firmati e sono ormai in vigore patti bilaterali di associazione (Association Agreements) fra l’Europa e tutti i 12 paesi del Mediterraneo interessati, tranne la Siria che sta per concludere il negoziato. Per tre di questi paesi (Cipro, Malta e, in un secondo tempo, Turchia), il rapporto con l’Europa che risale agli anni ’60 e ’70 si trasformerà presto in ingresso come membri effettivi. Forse lo stesso destino potrebbe essere riservato a molti altri, se non a tutti i paesi del Medio Oriente. Perché non favorire e accelerare il processo per quei paesi, in particolare Israele e Palestina, che potrebbero riceverne una grossa spinta a risolvere i loro problemi? Sicuramente entrare in Europa rappresenterebbe per essi un evento molto ambito e stimolante.

Per quanto riguarda Israele, il legame con l’Europa è stretto e di lunga data. Oltre a svariati accordi di cooperazione scientifica, culturale ecc., fin dal 1975 esiste un accordo di cooperazione economica, trasformato nell’ambito del processo di Barcellona in Accordo di Associazione, in vigore dal 2000. Recentemente alcune componenti del Parlamento europeo, appoggiate da importanti settori dell’opinione pubblica, hanno chiesto la sospensione dell’Accordo fino a quando Israele non rispetterà tutte le sue clausole. Israele viola infatti due importanti disposizioni dell’Accordo: quella sancita dall’articolo 2, che vincola l’associazione al rispetto dei diritti umani e delle leggi internazionali (chiaramente disatteso dal comportamento verso il popolo palestinese), e la disposizione commerciale che prevede la riduzione o l’esenzione dei dazi doganali per le merci “prodotte nel territorio d’Israele”, mentre Israele ha cercato a lungo di far passare in modo fraudolento i prodotti ottenuti dai coloni nei Territori occupati come prodotti israeliani da favorire. Recentemente l’Ue ha imposto l’obbligo di mettere l’etichetta sulle merci esportate, per riconoscerle e imporre il dazio sui prodotti dei Territori occupati.

E’ vero che l’attuale dirigenza israeliana, se da una parte tiene molto a una stretta collaborazione economica, scientifica, culturale con l’Ue, dall’altra diffida di alcuni paesi europei che appoggiano le rivendicazioni palestinesi, e preferisce l’alleanza con gli Usa, che oltre a un sostegno politico praticamente senza condizioni, assicurano un forte aiuto economico e militare. Ma questo non vale per tutti gli israeliani. A molti di loro forse non piace l’idea di essere protetti dai fondamentalisti cristiani di Bush che per motivi religiosi (e razzisti) vedono di buon occhio la concentrazione degli ebrei in un lontano “ghetto” circondato da nemici. Ma a parte Bush, che potrebbe perdere il potere fra alcuni mesi (chi eventualmente lo sostituirà non dà comunque garanzie molto migliori. Forse rischiamo di cadere dalla padella alla brace), molti israeliani possono non essere soddisfatti di un’alleanza in cui Israele funge da “cane da guardia” -con tutti i rischi che questo comporta- nei riguardi dei paesi arabi circostanti per conto degli Stati Uniti (ad esempio, compiendo lavori “troppo sporchi” anche per la Cia), e gli Usa lo ripagano appoggiandolo nei suoi comportamenti peggiori, di aggressione e oppressione, e non aiutandolo a trovare un accordo con i vicini che permetta una sua integrazione pacifica nella regione.

Ma c’è un altro forte legame degli israeliani con l’Europa, di tipo personale e familiare: in base alla norma dell’Ue che permette a tutti coloro che sono nati in un paese europeo, nonché ai loro figli e nipoti, di mantenere la cittadinanza del paese d’origine, con i relativi vantaggi (migliori condizioni di residenza, lavoro, studio, viaggi), già oggi circa il 6% di ebrei israeliani (330.000) ha la cittadinanza di un paese europeo, e un altro 14% potrà averla dal 1° maggio 2004, al momento dell’ingresso in Europa dei 10 nuovi paesi est-europei, arrivando così a un milione e centomila persone (20% del totale). Tutti costoro potranno avere la doppia cittadinanza; e, secondo uno studio del Dahaf Polling Institute, sembra che tutti vogliano chiederla. Inoltre, stando a un sondaggio dello stesso istituto, l’85% della popolazione approva l’idea di una candidatura di Israele all’Ue (anche se il 74% degli israeliani ritiene l’Ue sbilanciata a favore dei palestinesi).

Anche i palestinesi da molti decenni hanno intensi rapporti economici e politici con l’Europa, benché l’Accordo di associazione firmato fra Ue e Olp nel 1997 -per il veto di Israele, le distruzioni, le difficoltà di movimento dovute all’occupazione- sia entrato in funzione solo parzialmente: il primo e per ora unico incontro operativo è stato fatto nell’estate 2003. Già in passato l’Europa ha concesso aiuti e finanziamenti per la costruzione delle infrastrutture civili, sanitarie, scolastiche ecc., oggi in gran parte distrutte dalle azioni militari di Israele. (Sembra che i danni alle infrastrutture palestinesi finanziate dall’Ue ammontassero un anno fa a 17 milioni di euro; l’Europa dovrebbe farsi indennizzare da Israele, per poi contribuire alla ricostruzione della Palestina). I palestinesi certamente vedrebbero come un grande passo avanti la creazione di uno loro stato indipendente anche piccolo (sul 22% della Palestina storica) che avesse la prospettiva di far parte dell’Ue.

Occorre chiedersi a questo punto se l’Europa è davvero disponibile ad allargarsi fuori dai suoi confini geografici, verso paesi con tanti problemi non risolti. Alcuni pensano che sia già difficile assorbire i nuovi 10 paesi dell’Est europeo, temono un’immigrazione massiccia, e propongono misure “antinvasione” per limitare la circolazione dei lavoratori; Prodi, il grande artefice dell’allargamento, si raccomanda di non cedere a paure secondo lui infondate (si ipotizzano dal primo anno 294.000 immigrati, che non rimarranno a lungo: una volta fatti un po’ di soldi, torneranno nei loro paesi ormai avviati allo sviluppo).

A queste e altre obiezioni si può rispondere:

- Il pericolo di una ondata immigratoria pericolosa per l’Unione, se ha poco senso per i 10 paesi che entrano a maggio (con 75 milioni di abitanti rispetto ai 379 milioni dll’Ue attuale), ne ha ancora meno nel caso di Israele/Palestina, che, in una Ue che avrà allora 454 milioni di abitanti, ne aggiungerebbe solo circa 14 (5,5 milioni di ebrei più 8,7 milioni di palestinesi, di cui un milione in Israele, 3,7 nei territori occupati e gli altri nella diaspora). Probabilmente solo una piccola parte dei palestinesi vorrà lasciare il proprio paese riconquistato e liberato, tutto da ricostruire, e per gli ebrei la tendenza sarà forse addirittura inversa: quelli di origine europea già oggi potrebbero stabilirsi in Europa, e in molti l’hanno fatto; sono in effetti 760.000 gli Ebrei israeliani che hanno lasciato Israele. Ma una volta che il paese avesse ritrovato un clima di pace e sicurezza, l’emorragia potrebbe arrestarsi.

- Ci si può anche chiedere: perché l’Europa dovrebbe aprirsi ai paesi del Medio Oriente che non sono europei? E perché a questi e non ad altri paesi del Mediterraneo come il Marocco o la Tunisia? Si può rispondere che Israele in realtà è un’appendice dell’Europa: gran parte dei suoi abitanti ebrei viene da paesi europei, Russia compresa, e probabilmente Israele non esisterebbe nemmeno se questi da secoli non avessero perseguitato e oppresso gli Ebrei. Inoltre, furono i grandi paesi europei insieme agli Stati Uniti a decidere di usare la Palestina per indennizzare in qualche modo gli Ebrei dopo la Shoà. Ne è derivata la Catastrofe per i palestinesi, cacciati con la violenza dalla loro terra, e una vita sempre in trincea per gli israeliani. Dunque l’Europa è in debito con gli uni e con gli altri; se ora vuole aiutarli a risollevarsi può farlo solo accogliendoli al suo interno, ma non sradicati dal loro contesto: la loro integrazione sarà più completa ed efficace se comprenderà altri paesi legati alla Palestina storica.

- fra i candidati a futuri ingressi ci sono paesi turbolenti o con grossi problemi: Croazia, Turchia, ecc.; eppure molti paesi appoggiano queste candidature. “La Turchia -scrive Prodi- ha fatto grandi passi sul tema delle riforme, abolendo l’uso della tortura, facendo progressi nella libertà di religione, espressione e associazione e ridefinendo il ruolo delle forze armate nel sistema politico’’. La mole di lavoro svolto dalla Commissione sotto la guida di Prodi ha permesso di arrivare a risultati straordinari per un’integrazione non solo economica ma anche giuridica, amministrativa, democratica. Di risultati analoghi potrebbe beneficiare il Medio Oriente.

- Anche all’Europa allargarsi a un nuovo mercato e garantirsi un’area amica e pacifica ai suoi confini meridionali porterebbe vantaggi considerevoli.

Si potrebbe dunque prospettare un doppio processo di integrazione dei vari paesi del Medio Oriente: integrazione (magari in forma di federazione) fra Israele, Palestina, Giordania, Libano, Siria ecc., che ricostituirebbero così quell’unità regionale disgregata nel corso della storia (la geografia della zona è stata disegnata artificialmente dai paesi coloniali in base ai loro interessi), e l’ingresso di ognuno di essi, individualmente o in gruppo, nell’Ue.

Il riferimento all’Europa potrebbe dare a ognuno dei paesi coinvolti la sicurezza di non essere solo di fronte ai paesi vicini finora considerati nemici, e quindi favorire la creazione di quell’area regionale di cooperazione pacifica che Jeff Halper nel suo primo articolo indicava come essenziale per la sua crescita nel campo dell’economia, dello sviluppo sociale, culturale, della democrazia, ecc. Questa nuova situazione potrebbe anche aiutare a superare le chiusure nazionalistiche proprie dei piccoli stati in concorrenza fra loro e in prospettiva aprire la possibilità di una loro integrazione più organica. In particolare per Israele e Palestina, che hanno ormai economie, territori e popolazione intrecciati fra loro e non facilmente districabili (lo dimostra il disastro e l’assurdità del muro con cui Sharon tenta di separare i due popoli), potrebbe innescare un processo di formazione di uno Stato unico, laico, democratico e pluralista, che riconoscesse a tutti i suoi cittadini uguali diritti e pari opportunità, e allo stesso tempo assicurasse a ogni minoranza nazionale e a ogni comunità religiosa, sociale, o che comunque tenga a una sua identità specifica, la possibilità di svilupparsi autonomamente e con tutte le garanzie necessarie nell’ambito dello stato comune. L’Europa sarebbe una garanzia per ognuna di queste minoranze e potrebbe rendere possibile una convivenza che oggi appare improponibile.

Una conseguenza positiva dello “stato unico” potrebbe essere da una parte il superamento delle grosse difficoltà in cui si dibatte oggi la democrazia israeliana, ossessionata dai problemi demografici (dovuti alla grande prolificità della popolazione araba e all’impossibilità di mantenere uno “Stato Ebraico” in presenza di una numerosa popolazione non ebraica) e alle prese con una popolazione disomogenea alla quale non vuole riconoscere uguali diritti; dall’altra una soluzione del problema dei profughi palestinesi, per i quali non dovrebbe più esserci alcun impedimento a ritornare nei loro luoghi d’origine.

Halper indicava fra gli altri vantaggi della sua Confederazione mediorientale una soluzione indolore del problema dei profughi anche nel caso che Palestina e Israele rimanessero due stati separati ma integrati in una realtà più ampia (il meccanismo funzionerebbe dunque altrettanto bene all’interno dell’Unione europea): è sufficiente, secondo lui, la separazione fra residenza (che ognuno fissa dove vuole) e cittadinanza (che ognuno ha nel suo paese di origine). Ne consegue una possibilità di libero movimento dei lavoratori e di “ritorno” dei profughi, senza rischio demografico e relative conseguenze politiche per lo “stato ebraico”. In questo caso i profughi potrebbero scegliere se stare in Israele, in Palestina o in altri paesi arabi entrati in Europa, oppure cercarsi un lavoro e una residenza in tutta l’ampia area europea, pur conservando la cittadinanza (e l’identità) palestinese e votando solo per il loro stato palestinese (come oggi succede per un francese o un tedesco che voglia stabilire la sua residenza in Italia). Naturalmente le cose non sono così semplici. Probabilmente molti degli ebrei israeliani non accetterebbero di vivere a contatto con “gli arabi”, verso cui nutrono pregiudizi e diffidenza, mentre con leggi o consuetudini non molto apprezzabili (discriminatorie fino ad essere -è il caso di dirlo- razziste) fanno di tutto per tenere lontani da sé anche i palestinesi con nazionalità israeliana. A loro volta, i palestinesi potrebbero non essere soddisfatti di poter andare ad Haifa o a Jaffa da cui provengono, solo come turisti o lavoratori, senza poter incidere minimamente sulle leggi e sulla politica di uno stato in cui possono vivere e lavorare ma che continua a non essere il loro. Il problema non è certo facile da risolvere considerando tutti i suoi complessi aspetti, ma non è escluso che con il tempo, e con la mediazione dell’Europa, i rancori e le ostilità sbiadiscano: la società civile presenta già tanti straordinari esempi di collaborazione e amicizia sincera fra israeliani e palestinesi.

Qualunque sia la soluzione adottata, tuttavia, i profughi dovranno essere indennizzati per le lunghe sofferenze subite e per potersi sistemare in modo definitivo nel luogo che vorranno scegliere. Per l’indennizzo, l’Europa dovrebbe contribuire ampiamente, perché, come si è detto, ha un grosso debito con entrambi i popoli.

La proposta di Peres ha già fatto i primi passi ufficiali: l’11 febbraio 2004 è stata presentata dal ministro degli Esteri spagnolo Ana de Palacio alla Presidenza del Consiglio dell’Unione europea. Marco Pannella, nel suo linguaggio -diciamo così- fiorito, ne informa il Parlamento Europeo lo stesso 11 febbraio: “E’ la notizia di oggi: il ministro degli Esteri palestinese si associa alla procedura dell’adesione d’Israele all’Unione europea perché altrettanto venga fatto per lo Stato palestinese nel momento in cui avrà raggiunto la sua realtà (corsivo mio) in un ambito federativo dei due Stati, e non di quel bidone vergognoso di Stato nazionale che noi offriamo ai palestinesi…”. Da quanto rivela uno dei maggiori sostenitori della proposta, l’idea sarebbe dunque di fare entrare subito in Europa Israele, rimandando a tempo indeterminato la formazione dello stato della Palestina e il suo ingresso nell’Ue.

Nella presentazione di Sofri, il progetto -come abbiamo visto- era di “ingresso” per Israele e di “associazione peculiare” per la Palestina. Dobbiamo analizzare a fondo le proposte avanzate e scoprire se l’uso di questa terminologia nasconde qualche trabocchetto: se tutto ciò significa che Israele potrà abbandonare i palestinesi in una condizione disastrosa, racchiusi in un territorio minimo frammentato (“bantustan”), dando loro solo l’illusione di avere uno “stato” associato in qualche modo all’Europa, dovremo combatterlo a fondo.

Forse questo è un falso allarme, ma sicuramente non dobbiamo sottovalutare il pericolo. Infatti l’idea di ingresso in Europa, fin’ora utopistica, potrebbe diventare un fatto reale, o per lo meno un’ipotesi molto concreta in un prossimo futuro, ora che la fa propria l’internazionale socialista, ampiamente rappresentata in Europa e in Israele.

Discuterne fin da oggi vuol dire non farsi trovare impreparati davanti ai rischi che questo progetto può comportare se a prendere in mano la cosa sono certi falsi amici di israeliani e palestinesi (per esempio, mi sembra preoccupante la proposta di far entrare i paesi del Medio Oriente, prima che in Europa, nella Nato. Agli americani invece l’idea piace e la stanno facendo propria). Se intesa nel senso giusto, invece, la proposta potrebbe aprire prospettive nuove e entusiasmanti. Perché questo si verifichi, è necessario che la facciano propria le forze progressiste e pacifiste dei due popoli, e che lottino insieme per realizzarla nel modo corretto. Una condizione imprescindibile su cui esse dovrebbero essere molto ferme e vigili è che prima dell’ingresso di Israele nasca uno stato palestinese indipendente e autosufficiente, che entri in Europa contestualmente con Israele.

L’impegno su questo progetto potrebbe far ottenere a quelle forze progressiste il consenso e la forza necessari a realizzarlo. In Israele la formulazione stessa della proposta europea potrebbe provocare un capovolgimento degli attuali rapporti di forza, indebolendo i seguaci di Sharon, legati agli Usa e responsabili dell’attuale politica che è fuori di qualsiasi legalità internazionale e giustificazione morale (non dimentichiamo le responsabilità condivise da Peres e dal partito laburista in questa politica), e rafforzando le forze democratiche e di progresso, dai refusnik ai tanti gruppi di attivisti per i diritti civili. Già oggi i sondaggi danno la maggioranza della popolazione favorevole alla fine dell’occupazione e a uno Stato palestinese, ma questa maggioranza non può esprimersi in una posizione pacifista conseguente per lo stato di paura e tensione determinato dal clima di guerra continua. Forse, con la prospettiva dell’ingresso in Europa, il movimento pacifista, oggi tanto attivo e variegato ma esiguo, potrebbe crescere e consolidarsi. L’accordo di Ginevra, pur essendo virtuale e non realizzabile perché chi lo ha firmato non è al potere, e pur con tutte le sue debolezze e ambiguità, ha valore proprio per la speranza di una vera pace che riaccende. La prospettiva di entrare in Europa sicuramente rafforzerebbe questa speranza e la farebbe apparire più concreta.

Anche per i palestinesi l’Europa rappresenterebbe una garanzia di giustizia: la possibilità che con la sua mediazione, dopo tanti anni di false partenze del processo di pace, finisca davvero l’incubo dell’attuale situazione di occupazione e di repressione violenta, con le “uccisioni extragiudiziarie” eseguite senza risparmiare i civili (quelle minicopie della guerra preventiva che spesso sono servite a vanificare trattative di tregua), le carcerazioni “amministrative” (senza processo) a tempo indeterminato, il coprifuoco, i check points, le distruzioni selvagge, il muro; e la tragedia dei profughi, l’impossibilità di una vita accettabile per generazioni intere. La possibilità che tutto questo finisca e che possa nascere un vero stato indipendente candidato a entrare in Europa potrebbe ridare forza e consenso ai settori più democratici e costruttivi della popolazione, e levare legittimità a chi, nell’attuale lotta impari di fronte a forze troppo superiori, propone una risposta disperata e irrazionale, e quindi controproducente, come quella del terrorismo.

La prospettiva europea metterebbe dunque in moto la parte migliore di entrambi i popoli, israeliano e palestinese. Il processo inoltre potrebbe contare sull’aiuto non più solo esterno di tanti movimenti pacifisti e umanitari europei, di Stati europei e dell’intera Unione. L’Europa, oggi quasi tagliata fuori dalla politica mediorientale, avrebbe gli strumenti per esercitare una fortissima pressione su Israele: “sanzioni” e “incentivi”, per usare i termini di Peres:

- potrebbe già da subito ricorrere all’arma offerta dall’Accordo di associazione (oggi usata solo debolmente), minacciando forti sanzioni economiche, fino alla sospensione degli accordi commerciali e all’embargo in caso di non rispetto delle clausole (in particolare, non rispetto dei diritti umani per la popolazione palestinese). Un embargo e una severa condanna morale dell’Europa è già stata efficace nel caso del regime di apartheid del Sudafrica. Forse anche su Israele potrebbe avere effetto;

- inoltre anche l’Europa dovrebbe porre come condizione ferma e inderogabile, per accogliere congiuntamente i nuovi soci, la loro accettazione del percorso in due fasi prospettato da Halper: prima la nascita dello Stato palestinese pienamente indipendente e autosufficiente, su un territorio adeguato, e solo allora passare all’entrata congiunta in Europa di Israele, Palestina, Giordania e altri.

- potrebbe infine pretendere, in vista dell’accoglienza di questi paesi, di controllare il reale rispetto reciproco dei confini e della sovranità di ogni paese, inviando una “forza di interposizione” -in questo caso europea, e non internazionale- da tempo richiesta dai palestinesi.

Ma anche se trovasse tanti consensi, l’idea di portare il Medio Oriente in Europa non avrà vita facile. Ammettendo che l’Ue sia d’accordo e voglia esercitare tutto il suo peso a favore dell’iniziativa, c’è la grossa incognita degli Stati Uniti. Dato che la loro aspirazione oggi è dominare il mondo, e in particolare il Medio Oriente, e allo stesso tempo indebolire l’Europa che può contrapporsi con qualche possibilità di successo all’unica superpotenza rimasta, permetterebbero questa soluzione? Fra poco potremo capire meglio come dovrebbe funzionare il nuovo strumento inventato dall’amministrazione Bush per dominare il Medio Oriente, la cosiddetta “Iniziativa per il grande Medio Oriente” che sarà presentata al G8 di giugno (già oggi criticata e respinta dagli interessati): dopo il bastone della guerra, un po’ di carota avvelenata (imposizione forzata di liberismo, di pseudo-democrazia, di “diritti umani” e di “libera” informazione, in puro stile occidentale)? C’è solo da sperare che dopo la batosta che si sono presi in Iraq, i consiglieri neocon di Bush siano sconfitti e che dopo questi ultimi anni disastrosi possa tornare uno spiraglio di “normalità” nella politica mondiale.



http://www.bekar.net/ospiti/giornalisti/docs/art/medio_oriente_ue.rtf