Scioperi «razzisti» nel Regno unito?

Le Monde Diplomatique, giugno 2009

Manifestazioni politiche per giustificare il ribasso dei salari

Alla fine del mese di maggio nel Regno unito scoppiano scioperi selvaggi nel settore dell'energia. Coloro che protestano denunciano l'assunzione di lavoratori non qualificati importati da altri paesi europei a scapito di operai locali qualificati, in violazione degli accordi sindacali. Sembra che la storia tartagli: una mobilitazione dello stesso tipo si era già svolta in febbraio. Media e responsabili politici avevano gridato al «nazionalismo» e alla «xenofobia», una interpretazione invalidata dai fatti.

«Questo tentativo di discriminazione è inaccettabile!», grida il ministro portoghese degli affari esteri Luis Amado, il 2 febbraio scorso.
«I governi devono evitare una deriva protezionista, xenofoba, nazionalista che (...) rischia di trascinarci in una crisi ancora più grave.» (1) Il suo omologo italiano Franco Frattini è altrettanto irritato da un movimento sociale «indifendibile» che si svolge ... nel Regno unito. Il tutto è iniziato il 28 gennaio, quando un contratto di 200 milioni di sterline (231 milioni di euro) riguardante l'installazione di un impianto di desolforazione nella raffineria Total di Lindsey, nel Lincolnshire, è stato affidato in subappalto a un'impresa siciliana, Irem, la quale ha immediatamente sostituito la manodopera britannica con duecento lavoratori italiani e portoghesi - che sarebbero stati seguiti da altri cento - non sindacalizzati. Alloggiati in una chiatta sul fiume Humber, questi operai sono accuratamente tenuti lontani dagli altri lavoratori che presto sospettano il datore di lavoro di aver strappato il suo mirabolante contratto calpestando le convenzioni sindacali sulle remunerazioni e le condizioni di lavoro. Scoppia uno sciopero selvaggio, accolto molto male.
Dirigenti ed esperti occidentali non demordono: soltanto l'affermazione di una competizione basata sul libero scambio, vale a dire sullo sfruttamento delle disuguaglianze tra i sistemi produttivi, potrebbe ridare slancio allo sviluppo e contenere le «passioni nazionaliste».
Questo il ritornello che i media e il governo britannico ripeteranno di fronte allo sciopero che si estende dal Galles al nord-est della Scozia coinvolgendo migliaia di persone che spesso lavorano per subappaltatori alla costruzione di raffinerie e di centrali elettriche. In pochi giorni il movimento blocca l'attività di una ventina di stabilimenti da ogni parte del paese.
Il fatto che alcuni scioperanti avessero sventolato cartelli con scritte che rivendicano «posti di lavoro britannici per lavoratori britannici» sembrava confermare le previsioni più nere: senz'alcun dubbio, si trattava di un rigurgito di sciovinismo acuto contro i lavoratori immigrati - il che proverebbe, se ce ne fosse bisogno, che il rifiuto delle regole del mercato porta fatalmente al rifiuto dell'altro. Una ventata di indignazione agita le élite britanniche.
Mentre anche il primo ministro Gordon Brown parla di scioperi «indifendibili», il suo ministro del commercio Peter Mandelson - ex commissario europeo - mette in guardia contro i danni della xenofobia. La stampa popolare più reazionaria si impadronisce ghiottamente del caso e si profonde in «indulgenza» per gli scioperanti che in tempi normali tratta da vandali e da egoisti. Questa agitazione altamente morale si propaga presto ovunque in Europa.
In Italia, Emma Marcegaglia, presidente della Confindustria, cita Margaret Thatcher e invita il Regno unito a «non mollare» sul libero scambio e a dar prova di fermezza di fronte ai «bassi istinti nazionalisti».
In Francia, Le Figaro (3 febbraio 2009) titola: «Gran Bretagna: scioperi contro gli stranieri». Persino coloro che appoggiano solitamente le rivendicazioni dei lavoratori si lasciano prendere al gioco, come il portavoce del Nuovo Partito anticapitalista (Npa) Olivier Besancenot, che si preoccupa di questi «movimenti xenofobi nati dalla crisi, in particolare in Inghilterra». Tenuto conto del modo in cui il conflitto è stato presentato all'opinione pubblica, nel Regno unito e in altri paesi, queste reazioni non hanno nulla di sorprendente (2). Cionondimeno, ne ricavano un grave errore di valutazione di quanto è in realtà avvenuto e che rischia di riprodursi.
Inoltre fanno emergere un discorso sulla crisi che, lungi dallo scongiurare i riflessi anti-immigrati in Europa, potrebbe invece di alimentarli.
Come ha sottolineato Derek Simpson, uno dei responsabili del primo sindacato britannico, Unite, gli scioperi nell'edilizia non avevano «nulla a che vedere con l'immigrazione»: si trattava né più né meno di un «conflitto di classe».
Il gruppo italiano Irem - subappaltatore dell'americano Jacobs - per cui è avvenuto lo scandalo, smentisce ogni aggiramento degli accordi sindacali. Ma alla centrale elettrica di Staythorpe, nel Nottinghamshire, costruita dalla francese Alstom, così come sul sito dell'isola di Grain, nel Kent, proprietà del gruppo energetico tedesco E.On - dove furono mandati operai polacchi e spagnoli - , si accumulavano testimonianze di salari più bassi e di esclusione dei lavoratori locali. Quando lanciano il loro movimento, gli scioperanti di queste imprese sanno di essere fuori legge. Infatti, ai sensi della legislazione antisindacale adottata sotto Thatcher, e conservata dai nuovi laburisti, le azioni di solidarietà sono considerate delittuose. C'è voluta tutta la forza industriale degli scioperanti e l'efficienza della loro organizzazione per dissuadere i datori di lavoro dal citare in giudizio le due confederazioni sindacali incriminate, Unite e Gmb. Tuttavia queste non possono assumere pubblicamente la responsabilità degli scioperi senza esporsi a multe pesanti o alla confisca di parte dei loro beni. È stata questa fluttuazione a indurre un pugno di scioperanti ad appropriarsi dello slogan «Posti di lavoro britannici per lavoratori britannici», allo scopo di irridere il primo ministro che aveva cinicamente fatta sua questa parola d'ordine dell'estrema destra al congresso del Labour nel 2007.
In realtà, lo slogan in questione non ha mai fatto parte delle rivendicazioni del comitato di sciopero che chiedeva invece che il lavoro nel Regno unito seguisse le stesse regole per tutti i lavoratori, a prescindere dalla loro nazionalità, nonché la rigorosa applicazione delle convenzioni sindacali su tutti i cantieri edilizi. Due o tre giorni soltanto dopo che erano apparse, le parole d'ordine nazionaliste scompaiono da Lindsey per far posto a manifesti redatti in italiano per invitare gli immigrati a raggiungere il movimento. Scritte di «Lavoratori di tutti i paesi unitevi» fioriscono sui picchetti di scioperanti.
Il rischio, per altro reale, che il conflitto si carichi di xenofobia è stato chiaramente scongiurato. I militanti sindacali stanno all'erta.
La loro vigilanza ha annientato i tentativi di infiltrazione dell'estrema destra, in particolare quelli del British National Party (Bnp), che se ne va a mani vuote. Gli scioperanti non hanno preso di mira i lavoratori stranieri: solo i datori di lavoro e il governo erano nel loro bersaglio. La vera natura del movimento non è sfuggita alle centinaia di operai polacchi che si sono uniti allo sciopero alla centrale di Langage, a Plymouth. Loro hanno capito che non si trattava di difendere i presunti privilegi dei nativi, ma di denunciare l'uso di una categoria di operai per escluderne un'altra. Tuttavia i media dominanti sono a tal punto sedotti dallo stereotipo della minaccia protezionista e del razzismo operaio, che piegano la realtà alla loro visione del mondo. Il 2 febbraio, nel giornale della sera News at Ten della Bbc, si vede uno scioperante che dichiara a proposito dei lavoratori italiani e portoghesi: «Non possiamo lavorare accanto a loro». La seconda parte della frase - «a causa della segregazione che ci separa» - è stata tagliata al montaggio, in modo da dare l'impressione che gli operai locali si rifiutano di frequentare i loro colleghi immigrati. Allo stesso momento, i giornalisti inviati sul posto dai tabloid cercano di convincere gli scioperanti di posare per la fotografia dietro una bandiera britannica. «La mediatizzazione degli scioperi riposava su un'idea falsa», insiste Paul McDowall, delegato Unite del sito di Lindsey. «Il vero obiettivo della nostra azione era semplicemente di difendere gli accordi, i salari, la protezione sociale e la sicurezza che abbiamo impiegato anni a conquistare - e questo resta ancora il caso.» Alla fine il movimento di sciopero alla raffineria di Lindsey si è concluso, il 4 febbraio, con un accordo che garantisce centodue posti agli operai locali - senza effetti negativi per i lavoratori italiani e portoghesi - e il riconoscimento del diritto sindacale di controllare le condizioni di lavoro e di remunerazione di tutti.
Questo esito vittorioso ha anche posto un termine alla quarantena inflitta agli immigrati. Lungi dall'inasprire le tensioni tra operai britannici e stranieri, lo sciopero avrà invece consentito loro di incontrarsi. Per i datori di lavoro sarà ormai più difficilmente manovrare un gruppo contro l'altro. A Lindsay, è emersa la prova che l'Irem ha assunto lavoratori non qualificati (e mal pagati) al posto di operai qualificati, in infrazione degli accordi sindacali. Il 19 maggio, nuove interruzioni selvagge di lavoro, con scioperi di solidarietà,scoppiano in vari siti. La mobilitazione potrebbe estendersi ai cantieri del villaggio olimpico a est di Londra. Non è solo l'aumento della disoccupazione che preoccupa gli scioperanti, ma l'erosione costante del famoso modello sociale europeo. Essi denunciano la porosità della direttiva di Bruxelles sui lavoratori distaccati (3), che dovrebbe tutelare la manodopera straniera contro il dumping sociale - le pratiche che hanno dato fuoco alle polveri a Lindsey, Staythorpe e Grain. In molti altri casi nel Regno unito, questa direttiva è attuata nel modo più restrittivo possibile, in modo da concedere solo diritti rudimentali ai lavoratori immigrati originari da altri paesi dell'Ue.
Tanto più che tre sentenze recenti della Corte di giustizia delle comunità europee - casi Laval, Viking e Rüffert - hanno ulteriormente indebolito la portata del testo e il diritto del lavoro dei paesi membri, autorizzando le imprese a sottrarsi, in alcuni casi, ai propri obblighi salariali e sociali (4). Gordon Brown ha un bel giurare di aver rinunciato al «mercato non regolato», ultimamente il suo governo si è opposto a ogni tentativo di ridurre l'impatto della giurisprudenza europea. La persistenza del tropismo neoliberista ereditato dal thatcherismo - e il mercato del salariato usa e getta che ne discende - spiegano in parte perché le reazioni di rabbia siano state più vive nel Regno unito che in altri paesi europei. Incoraggiare le aziende europee a distaccare lungo iil continente gruppi di lavoratori e a parcheggiarli in chiatte o miseri caseggiati a centinaia di chilometri dalle loro famiglie mentre altri sono lasciati per strada, con il nobile disegno di «rilanciare lo sviluppo» e di estirpare la recessione dall'Europa: questa idea è ancora più difficilmente accettabile quando si allungano le code davanti agli sportelli dei servizi sociali e si scatena una crisi imputabile alla deregolamentazione. Sono questi i temi che motivano gli scioperi di gennaio e febbraio, e non la xenofobia o il razzismo. In un paese in cui oltre centomila posti spariscono ogni mese, una manodopera allo stremo ha visto finire in fumo la garanzia di un buon lavoro legato alla costruzione di siti industriali. Ha capito che il progredire della disoccupazione e dell'insicurezza sociale consentiva ai datori di lavoro di trarre profitto dalle regole della competizione europea e dalle modalità opache del meccanismo del subappalto per ridurre ulteriormente i costi. Negli ultimi anni, l'incapacità dei governi europei del centro sinistra a rappresentare la classe operaia ha lasciato via libera a una destra disinibita. Allo stesso modo, l'insistenza delle élite mediatiche e politiche nel denigrare come xenofobi i lavoratori che difendono i propri posti di lavoro rischia alla fine di trasformare la fiction in realtà.


note:
* Giornalista al Guardian, Londra.

(1) Le Monde, 4 febbraio 2009
(2) A titolo di esempio: «Les étrangers comme boucs émissaires», annuncia La Repubblica, ripreso in Courrier international, n° 953, Parigi, 5 febb`2009; «Grève contre l'emploi de travailleurs étrangers: les leaders syndicaux détournent le contre l'emploi de travailleurs étrangers: les leaders syndicaux détournent le mécontentement», titolo Lutte ouvrière (n° 2114, 4 febbraio 2009), che denuncia «il fatto che (...) i leader dei sindacati Unite e Gmb [...] hanno scelto di portarlo [il movimento] sul terreno dello sciovinismo». Secondo Marrianne2.fr, «La préférence nationale s'invite dans la crise» (3 febbraio 2009) e «corrono voci secondo cui certi estremisti inseguirebbero gli italiani nei bar della città».

(3) Direttiva 96/71/CE del Parlamento e del Consiglio del 16 dicembre 1996, Journal officiel de l'Union européenne, serie L.18, Lussemburgo, 21 gennaio 1997.

(4) Leggere Anne-Cécile Robert, «La crisi sociale ha raggiunto anche il Parlamento europeo», Le Monde diplomatique/il manifesto, marzo 2009.
(Traduzione di M.-G. G.)



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