Riflessioni

Cairo: elezioni fatte, il nuovo Egitto no


Le richieste dei ceti subalterni sono state messe da parte ma piazza Tahrir esploderà di nuovo perchè aumentano i problemi come la disoccupazione, avverte il professor Gennaro Gervasio docente di storia mediorientale alla British University al Cairo.


INTERVISTA

egittotah
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Roma, 13 dicembre 2011, Nena News – A pochi giorni dalla tornata elettorale egiziana, presentata dai media come il momento di svolta dell’Egitto e passaggio alla democrazia, il Prof. Gennaro Gervasio, docente di storia mediorientale alla British University al Cairo in controtendenza, ricorda che  appena qualche giorno fa a Piazza Tahrir, simbolo della «primavera araba», ancora si urlava “Via il governo militare”. Dalle urne esce la vittoria degli islamici, ma sul processo elettorale il professore esprime forti dubbi. E dice: «è tutto molto nebuloso».

Professor Gervasio, che giudizio dà delle elezioni in Egitto?

In realtà il processo elettorale è stato molto poco chiaro. Sono sorpreso da un fatto: le forze politiche uscite dalla rivoluzione hanno accettato questo stato di cose. Piazza Tahrir è ancora occupata. E il dibattito politco è confuso circa la formazione di un governo di transizione. L’Egitto è diviso tra un pletora di poteri. Quali andranno al Parlamento? La transizione dovrà finire con le presidenziali, intanto sopravvive il Consiglio superiore delle Forze armate che rappresenta la più forte continuità con il regime di Mubarak. Le elezioni in realtà hanno  mostrato due  fattori. Il primo è lo scarso sforzo di immaginazione del Fratelli Musulmani, poi , nei programmi dei partiti una totale assenza di proposte di riforma delle istituzioni. Molti hanno votato i salafiti, ma non c’è al momento l’emersione di un nuovo governo. C’è incertezza su chi assumerà i poteri esecutivi.

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Pappe on why Palestinian Israelis are ‘second-rate citizens’

Socialist Worker.org, December 1, 2011

Palestinians wait in line before dawn to pass through a checkpoint outside Bethlehem
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For decades, Israel has waged war against Palestinians with the blessing of the world's chief powers in Western Europe and North America. Though the issues involved and the names of the players changed over the years, little else seemed to--until recently.

First, there was the global revulsion at Israel's barbaric assault on Gaza in late 2008-09, which spurred action on a boycott, divestment and sanctions (BDS) movement launched by Palestinian civil society in 2005. Israeli officials have termed this growing movement a "delegitimization" campaign and pledged to counter it.

Then there was Israel's murderous assault on a Turkish ship carrying humanitarian aid to the besieged people of Gaza, again creating an outpouring of sympathy for Palestinians from people around the world.

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Palestine in Israeli School Books: Nurit Peled-Elhanan - Video

23/11/2011

Alternate Focus interviews Nurit Peled-Elhanan, author of the forthcoming book Palestine in Israeli School Books: Ideology and Propaganda in Education. Nurit Peled-Elhanan argues that the textbooks used in the school system are laced with a pro-Israel ideology, and that they play a part in priming Israeli children for military service. She analyzes the presentation of images, maps, layouts and use of language in History, Geography and Civic Studies textbooks, and reveals how the books might be seen to marginalize Palestinians, legitimize Israeli military action and reinforce Jewish-Israeli territorial identity.

Jewish religious law threatening Israeli women

Leggi tutto: Jewish religious law threatening Israeli women December 12, 2011

 

Israel sends most first-graders whom the state identifies as Jews to religious schools. Whether they are part of the public school system or run by the ultra-Orthodox, these schools receive state subsidies yet are responsible for unconstitutional sex segregation.

(...) Non-Jews, from the point of view of Jewish religious law, or halakha, cannot be citizens of the Holy Land. And the prohibition regarding women's voices does not apply only to singing, according to the late Sephardi chief rabbi Mordechai Eliahu, who said men should not listen to anything women say that extends beyond day-to-day affairs.

Libano, intenso traffico di armi per i siriani


Nonostante i controlli, il confine nord-orientale tra i due paesi rimane il terreno d'elezione per un affare sempre più redditizio. Un contrabbando che bypassa le affiliazioni politiche in favore del denaro.


armi
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Roma, 12 dicembre 2011, Nena News. Iraq, Turchia, Libano. In Siria, le armi destinate agli oppositori del regime di Assad, entrano da tre lati su quattro. Tra il contrabbando di sigarette, generi di prima necessità e carburante, quello di Kalashnikov, M16 e RPG è sicuramente il più redditizio per i villaggi frontalieri libanesi, turchi o iracheni, popolati in gran parte da siriani. Non sono solo le armi a varcare il confine: secondo le confessioni di un trafficante libanese intervistato dalla BBC, assieme ai kalashnikov  prenderebbero la via di Homs anche gruppi di salafiti, pronti a combattere accanto ai ribelli sunniti contro le forze governative. Ma in Libano, diviso come non mai sul calderone siriano tra affiliazioni di vecchia data e incubi dell’occupazione passata, non tutto può il settarismo politico. Soprattutto, non contro il denaro.

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