Tel Aviv sostiene l'inviso generale Hissein Tantawi

Il Manifesto, 24 Novembre 2011

Israele

L'ambasciatore israeliano Yitzhak Levanon qualche giorno fa, senza far rumore, è ritornato al Cairo. Ha salutato e stretto la mano al ministro degli esteri Mohamed Kamel Amr e subito dopo è partito per la sua nuova destinazione. Nessuno sa quando il suo sostituto arriverà nella capitale egiziana. E in tanti scommettono che ci vorrà parecchio tempo prima che il governo Netanyahu nomini il nuovo rappresentante diplomatico israeliano in Egitto, a conferma che i rapporti tra i due paesi sono destinati a rimanere freddi.

Pesano ancora le guardie di frontiera egiziane uccise ad agosto dall'esercito israeliano e il conseguente assalto di centinaia di egiziani alla sede dell'ambasciata dello Stato ebraico al Cairo. Eppure nonostante le relazioni fredde, Israele non si augura un cambiamento in Egitto, ossia il successo dei rivoluzionari di piazza Tahrir che cercano di togliere il potere dalle mani dei militari e di consegnarlo ai civili. Perché teme il ridimensionamento del ruolo del Consiglio supremo delle Forze Armate (Csfa), garante dei rapporti con Tel Aviv sotto l'egida degli Stati uniti.
Avviene così che l'uomo più contestato dagli egiziani, il generale Hussein Tantawi, capo del Csfa, sia il punto di riferimento principale di Israele in queste ore. Tel Aviv spera che Tantawi regga l'urto della protesta popolare. Una linea analoga a quella di dieci mesi fa, quando scommise sull'ex rais Hosni Mubarak, per il quale Netanyahu ebbe parole di elogio. Il primo esponente israeliano ad esprimersi pubblicamente sul riesplodere della rivolta in Egitto è stato ieri il ministro per la difesa interna Matan Vilnai, un ex generale. Secondo Vilnai, Tantawi starebbe «tentando di evitare il caos e di passare i poteri dai militari ai civili nel modo più ordinato possibile... ci auguriamo che riesca nel suo compito, altrimenti l'Egitto precipiterà nel caos». Un «passaggio ordinato» che sta costando la vita a decine e decine di egiziani, ma non è questa la preoccupazione del ministro israeliano. Per Vilnai, il governo Netanyahu è in costante contatto con Tantawi e con il resto della giunta militare e il Csfa «non ha alcuna intenzione di rimanere al potere».
Per Israele, i generali egiziani sono il pilastro a protezione degli accordi di pace di Camp David firmati dai due paesi più di trent'anni fa, ora che si prevede la vittoria elettorale del movimento dei Fratelli musulmani, assieme ad altre formazoni islamiste. «È uno scenario che ci inquieta», ha affermato Vilnai. Analoghi i commenti dei principali organi d'informazione. Secondo il quotidiano Maariv il capo di stato maggiore Benny Gantz avrebbe già messo a punto un piano di risposta ad una eventuale rottura delle relazioni diplomatiche tra i due paesi. Yediot Ahronot dietro l'escalation in Egitto vede, ovviamente, la longa manus dell'Iran e il suo editorialista Steven Plocker prevede addirittura l'instaurazione in Egitto di un regime «islamico-fascista». Plocker sostiene che la «seconda rivoluzione» egiziana sarebbe stata innescata proprio dagli islamisti allo scopo di impedire lo svolgimento delle elezioni e l'avvento della democrazia. Una tesi piuttosto originale visto che tutti sanno che i Fratelli musulmani sono stati sino ad oggi i migliori alleati, di fatto, della giunta militare e che gli islamisti egiziani le elezioni le vogliono subito perché sanno che le vinceranno.
Ma non tutti gli israeliani guardano con timore a quanto accade in Egitto e tifano per Tantawi. Il generale della riserva ed analista politico Nati Sharon, non crede che gli accordi di Camp David verranno annullati (i leader dei Fratelli musulmani in questi dieci mesi dalla caduta di Mubarak non hanno mai parlato di rottura delle relazioni con Israele ma ne chiedono una «revisione»). Concorda l'ex capo del Mossad, Danny Yatom, che vede l'esercito egiziano «saldamente vincolato» all'aiuto degli Stati uniti e tende ad escludere la creazione di una repubblica islamica in Egitto. La situazione in Siria e in Egitto sarà martedì prossimo al centro del rapporto annuale al gabinetto di sicurezza dei capi del Mossad, dello Shin Bet (sicurezza interna) e dei servizi militari.

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