Gaza, con amore
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- Category: Gaza
- Published on Saturday, 23 June 2012 23:25
- Written by Marco Malagola
maggio 2003
Con due medici della Cooperazione italiana giovedì 20 febbraio 2003 ho voluto ritornare a Gaza. Tempo da lupi: dalla partenza all'arrivo sotto una pioggia torrenziale, poi sprazzi di sole seguiti da folate di vento per tutta la giornata.
Era la seconda volta che mi recavo a Gaza. La prima nel maggio del 1984. Di quella visita conservo un ricordo triste. Avevo tanto sentito parlare della Striscia di Gaza e delle sofferenze della sua gente, e desideravo vedere con i miei occhi e ascoltare con le mie orecchie come si viveva laggiù. Mi presentai al parroco di allora: uno spagnolo dal viso volitivo che mi accolse con cordialità. Mi trattenne a lungo a parlare della situazione, ma il mio intento era soprattutto di visitare uno di quei campi profughi. Proprio qualche giorno prima era scoppiata una violenta zuffa tra militari israeliani e rifugiati palestinesi, ed era scappato qualche morto; la situazione non si presentava affatto tranquilla. Per questa ragione il sacerdote non era propenso che io vi ci andassi; alla fine, dietro mia insistenza, mi lasciò libero di andarci facendomi accompagnare da un giovane musulmano che conosceva bene zona e situazione.
Guardandomi attorno, la prima impressione fu di trovarmi come nel mezzo di un serraglio umano, qualcosa di estremamente desolante. Al vedermi sopraggiungere, alcuni bambini mi sono corsi incontro e mi hanno fatto festa. Con una manciata di caramelle me li sono fatti amici e, insieme, ci siamo inoltrati fino all'interno del campo che si allungava lungo la striscia di mare. La gente mi guardava sospettosa, poi, vedendomi giocherellare con i bambini, si è sciolta del tutto non solo, ma mi invitò a prendere una tazza di tè sotto una grande tenda che si andava man mano riempiendo di curiosi. Mi sono intrattenuto a conversare in inglese con due giovani del campo che mi facevano pure da interpreti.
Ricordo. Era venerdì, la domenica di festa musulmana. Dopo un pò arrivò l' Imam dalla moschea poco lontana. Probabilmente si stupì nel vedere tanta gente attorno a me; mi si avvicinò incuriosito e mi salutò cortesemente biascicando un misto tra inglese e spagnolo appena comprensibile; non solo, ma mi invitò a condividere un frugalissimo pasto di pesce abbrustolito con contorno di verdura cotta. La conversazione si snodava amichevolmente e il tema, come un chiodo fisso, era sempre lo stesso: un racconto, che si ripeteva all'infinito, di una triste storia senza speranza…
Il tempo passava ed era giunto per me il momento di congedarmi. Prima di andarmene ho frugato nel mio zainetto per raccogliere quei pochi dollari che avevo portato con me. "Prendete, comperate qualcosa per i vostri bambini", dissi. Con molta dignità, l'Imam mi replicò: "Shukran, grazie, caro amico. Io voglio una sola cosa da te, una cosa molto importante per tutti noi che siamo qui. Quando tornerai in Europa non dimenticarti di noi che, come vedi, siamo qui con le nostre povere mercanzie ormai da decenni; qui si nasce e qui si muore; ti prego, grida, grida a tutti quelli che incontrerai la nostra fame di libertà".
Dopo quasi vent'anni sono ritornato a Gaza. Molto era cambiato da allora. La zona attorno al check-point principale è stata risistemata; accorgimenti protettivi di barriere in cemento disposte a zig zag per obbligare il passaggio a rilento degli automezzi. All'intorno prolungate reti protettive di filo spinato.
Lascio i miei compagni di viaggio e mi faccio condurre all'abitazione dal sacerdote cattolico. Si chiama Manuel Musallam, palestinese del Patriarcato latino. Una fila di gente in attesa che entra ed esce dalla sua porta. Non è difficile immaginare cosa vuole questa gente dall'Abuna (Padre) Esaurita la fila mi si fa incontro sorridendo Abuna Manuel che mi invita cortesemente a prendere un sorso di caffè; ci mettiamo tranquillamente a parlare. Si parla del più e del meno. Gaza è una striscia di terra costiera (la Striscia di Gaza appunto) densamente popolata. Su un milione e duecentomila abitanti all'incirca, i cattolici sono una striminzita minoranza, si e no non arrivano a duecento e poi circa tre mila di religione greco-ortodossa su una popolazione interamente islamica. L'Abuna Manuel ha la cura di una chiesa e di una cappella e dirige due istituti scolastici, con classi primarie e secondarie, frequentate da circa milleduecento alunni.
Con i numerosi posti di blocco che separano il territorio della Striscia, compresa la stessa città di Gaza, la gente incontra enormi difficoltà di movimento, costretta a lunghi e tortuosi percorsi attraverso i campi per aggirare i posti di blocco e gli sbarramenti delle postazioni militari. Una forma di punizione collettiva che non fa altro che inasprire le già durissime condizioni di vita.
Non c'è lavoro, non c'è commercio e tutto dipende dal mercato israeliano di importazione. Solo quel poco che può produrre la terra, ma è pericoloso muoversi e spostarsi da una zona all'altra. C'è tanta miseria; manca di tutto, i soldi non corrono. L'Abuna mi riferisce che ci sono casi in cui, e sembra incredibile, si verifica in famiglia lo scambio degli effetti personali; succede, per esempio, che quando un membro della famiglia deve uscire di casa, prende in prestito le scarpe di un familiare per restituirle al suo rientro, e così via; una sorta di…noleggio in famiglia. Si vive nella paura soprattutto di notte per le incursioni quasi quotidiane degli elicotteri e le improvvise incursioni dei carri israeliani.
L'Abuna Manuel è pienamente coinvolto con i bisogni e le sofferenze della gente che è diventata la "sua" gente". E' l'uomo di tutti, musulmani e cristiani, senza distinzione di credo; per lui, sono tutti figli di Dio allo stesso modo. "Come andare avanti? La Provvidenza esiste, la tocco con mano, giorno dopo giorno", mi dice. La gente lo ama e lo rispetta. Gran parte del suo tempo lo dedica alle due scuole. Osservavo insegnanti e alunni rivolgersi a lui con rispettosa familiarità. E' anche educatore l'Abuna, dolce e severo allo stesso tempo. In ogni classe ha collocato un salvadanaio e i ragazzi mettono quel poco che hanno per svuotarlo ogni mese e consegnare il magro ricavato, accompagnati dagli insegnanti, alle famiglie più bisognose. La scuola non deve soltanto istruire, ma anche educare. Non solo destinatari, ma responsabili, come cercavamo di educare i nostri kanaka nella giungla della Nuova Guinea. Dentro la Striscia di Gaza hanno costruito una decina di insediamenti. Vi abitano circa 4 mila ebrei israeliani cui non manca proprio niente, come del resto non manca assolutamente niente a tutti gli altri insediamenti ebraici disseminati nei Territori occupati: luce, acqua e strade private d'accesso, ben protetti da migliaia di militari in permanente assetto di guerra. La popolazione, mi dice Abuna Manuel, è rassegnata, abituata com'è a vivere, come fosse agli arresti domiciliari, continuamente in stato di allarme, come è rassegnato l'Abuna Manuel, che durante le ondate notturne dei cacciabombardieri F16 e degli elicotteri combattimento Apache non scende in strada in cerca di maggiore sicurezza, ma si affida al Signore e continua, se riesce, a dormire.
Questa gente è buona, mi dice, anche se vive come in un' immensa prigione, perché Gaza è una prigione. C'è purtroppo chi è disperato, e sono soprattutto i giovani e i padri di famiglia che non hanno da dare da mangiare ai loro figli e sono strumentalizzabili, facile preda dell'estremismo islamico; la disperazione li convince che non hanno nulla da perdere e allora si buttano follemente nella cieca avventura di attentati senza ritorno. Non sempre, mi dice, si può trattenerli dalla disperazione. E' facile non capire per chi è al sicuro, è facile giudicare per chi vuol vivere in pace, per chi vuole soltanto teorizzare sulla situazione, per chi ha tutto, a cominciare dalla libertà.
Da parte degli israeliani non mancano le provocazioni che sono all'ordine del giorno: distruzioni e demolizioni di case, dei campi di ulivo, improvvisi black out di energia elettrica, blocco dei canali d'acqua e, a poco a poco, espropriazioni forzate di terra. E' la politica preventiva dei tempi lunghi, ma intenzionalmente e subdolamente progressiva per una striscia di terra che si allunga che si allunga per kilometri sul litorale, rosicchiata e ridotta sempre più di superficie. Una conquista pretestuosa, lenta, strisciante. Una cinquantina di km di litorale e 7-8 in profondità. Una strozzatura calcolata e programmata in tutti i sensi: fisica, umana, economica, culturale…morale
Abuna Emanuel mi dice: "Vedi, questi israeliani che fanno queste cose - perché non tutti tra loro le approvano - non possono dormire tranquilli, hanno la coscienza sporca; questa occupazione brutale, queste incursioni, queste distruzioni di case, queste eliminazioni preventive, questa invasione su un terreno che non è loro non li rendono né tranquilli né felici; non hanno dei confini e vogliono tutto come se tutto fosse roba loro, come se tutto fosse concesso; la fanno da padroni perché sanno di essere i più forti. Non sono mai contenti di niente, sono insicuri, hanno paura; la paura di chi non ha la coscienza a posto, di chi uccide arbitrariamente bambini e innocenti. La storia li giudicherà".
Marco Malagola, ofm
