Separazione economica sotto controllo israeliano

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Il panorama politico israeliano ha al suo interno partiti e correnti con diversi approcci alla colonizzazione dei territori palestinesi. Queste differenze hanno conseguenze economiche non trascurabili.


Lavoratori-palestinesi
Lavoratori-palestinesi
Gerusalemme, 02 gennaio 2012,  Nena News (foto dal sito dell’Alternative information center) – Il panorama politico israeliano è dominato dai partiti sionisti, che concordano sul concetto di uno Stato ebraico, ma non sul livello di restrizioni che lo Stato deve imporre ai non ebrei all’interno del suo territorio o entro quelli che saranno i suoi confini ultimi.

I cittadini palestinesi di Israele

I cittadini palestinesi di Israele, attualmente il 20% circa dell’intera popolazione israeliana, sono stati sottoposti alla legge marziale dal 1948 al 1966. Le autorita’ di governo chiusero agli ebrei di non acquistare i  prodotti palestinesi nè di far uso di  forza-lavoro palestinese, perciò lo sfruttamento della forza-lavoro palestinese in quel lungo periodo è stata minima. Non solo la maggior parte delle  terre è stata espropriata, ma anche gli stessi palestinesi sono stati tenuti ai margini dell’economia israeliana e costretti a sviluppare un’economia di nicchia.

La legge marziale è stata abrogata nel 1966, permettendo ai cittadini palestinesi di viaggiare liberamente all’interno di Israele, ma la loro marginalizzazione economica continua fino ad oggi. Il loro stipendio medio corrisponde a metà di quello dei cittadini ebrei, ed essi non hanno ottenuto la concessione di zone industriali,  risentono di una minore qualità delle infrastrutture e di investimenti più bassi in educazione e salute.

Molti economisti israeliani (incluso il presidente della Banca centrale israeliana) sostengono che la marginalizzazione dei cittadini palestinesi è controproducente per l’economia israeliana, e che Israele non può esprimere al meglio il suo potenziale economico se continua ad ostacolare un quinto della popolazione. In ogni caso, l’attuale politica di sviluppo in Israele sta diventando sempre più ostile ai cittadini palestinesi, e anche la discriminazione, l’intimidazione e la marginalizzazione si stanno aggravando. Il governo continua ad attuare una ripartizione discriminatoria del bilancio statale, contribuendo ad accrescere la diseguaglianza.

I Territori Occupati

La segregazione dei palestinesi nei Territori occupati è molto più spudorata. Con gran parte dei Palestinesi confinati in comunità chiuse, dalle quali possono uscire solo con un permesso speciale da Israele, circondati da strade sulle quali non possono viaggiare, e soggetti quotidianamente ad un sistema di sorveglianza umiliante ed arbitrario, le somiglianze tra la vita dei Palestinesi nei TPO e quella dei neri sotto il regime di Apartheid in Sudafrica colpiscono persino di più di quelle dei cittadini palestinesi in Israele.

I cittadini israeliani, e specialmente i coloni ebrei, godono di notevoli privilegi rispetto alla popolazione palestinese nei TPO. Ne risulta lo strangolamento dell’economia palestinese. Le imprese dipendono da permessi speciali concessi dalle autorità israeliane per quanto riguarda l’importazione di materie prime e macchinari, così come il trasporto dei prodotti finiti (non solo verso Israele ma anche verso i TPO stessi). Dal momento che i palestinesi non hanno confini nazionali, Israele controlla tutte le loro importazioni ed esportazioni, e riscuote dazi doganali sui prodotti destinati ai TPO (dazi che spesso vengono occultati dal governo israeliano).

I palestinesi sono stati privati del diritto a lavorare liberamente, a produrre, commerciare e in generale a mantenere se stessi. Sono quindi divenuti dipendenti dagli aiuti alimentari internazionali. Israele non ha tolto loro solo il sostentamento, ma anche la dignità.

Gli studiosi che comparano le politiche israeliane con quelle del Sudafrica al tempo dell’Apartheid spesso sottolineano come la maggiore differenza tra i due sistemi stia nel fatto che i neri in Sudafrica sono stati incorporati nel sistema economico come classe lavoratrice, e lo sfruttamento della loro forza-lavoro era un aspetto essenziale del sistema dell’Apartheid. In Palestina, invece, il governo israeliano aspira ad una politica di separazione in cui i Palestinesi siano marginalizzati dalla sfera economica.

In nessun luogo tutto ciò è più evidente che nella Striscia di Gaza, che è stata trasformata da Israele nella prigione più grande del mondo. Sebbene Israele abbia la possibilità di sfruttare l’economia di Gaza, preferisce piuttosto il blocco di Gaza (ad un costo altissimo). Questa politica viene usata anche in Cisgiordania, dove il Muro di Separazione sta creando delle enclave simili a prigioni dipendenti dagli aiuti internazionali.

Questa politica, che Jeff Halper ha definito “stoccaggio”, viene esportata da Israele verso altri Paesi attraverso lo sviluppo di tecnologie che permettono una più efficiente separazione delle persone “non gradite”.

Lo stoccaggio attrae le persone più conservatrici in tutto il mondo, le quali sono anche le maggiori sostenitrici di Israele. Costoro desiderano adottare le politiche israeliane di stoccaggio e contenimento contro i lavoratori immigrati, i profughi, le minoranze etniche e persino i dissidenti. Nena News

*Economista e ricercatore.

Questo articolo è stato inizialmente pubblicato dall’Alternative information center

 

http://nena-news.globalist.it/?p=16100