ISRAELE. Una società militarizzata abbraccia il suo esercito

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25 lug 2014

Cinquanta riservisti rifiutano di vestire l’uniforme, una goccia nel mare di una campagna anti-araba che da virtuale si fa reale: aggressioni fisiche in strada e social network per la propaganda.

 

 – Il Manifesto

Gerusalemme, 25 luglio 2014, Nena News – Sembra lontano anni luce il movimento delle tende, nell’estate 2011, migliaia di israeliani in piazza contro le politiche sociali del governo Netanyahu. Mai si erano visti tanti manifestanti per le strade di Tel Aviv, protestare per il diritto alla casa e un salario equo. Il consenso verso il premier era al minimo storico. Oggi ancora una volta il massacro di Gaza ha fatto il miracolo: apprezzamento alle stelle per le scelte dell’esecutivo, percentuali bulgare che chiedono di proseguire nell’offensiva via terra.

Una solidarietà radicata che si incontra ovunque, nelle tv, nei giornali, per la strada. Ora gli israeliani che tornano in piazza – a parte i gruppi minoritari di sinistra che chiedono la fine della mattanza – lo fanno per dimostrare vicinanza ai soldati. A Gerusalemme, giovani raccolgono denaro da inviare ai soldati al “fronte”, mentre ai funerali degli uccisi partecipano in massa. Lunedì a Haifa decine di migliaia di persone hanno preso parte alle esequie del sergente Sean Carmeli, altri 30mila a quelle del soldato Max Steinberg, entrambi cittadini statunitensi.

A monte la colla che da decenni tiene insieme un popolo melting pot: gli israeliani arrivano da ogni angolo del mondo, americani, polacchi, russi, latinoamericani, etiopi, iracheni. Non condividono la lingua, né le radici culturali. A tenerli insieme, dal 1948, sono la religione ebraica e il nemico comune. Le fondamenta di una società militarizzata come quella israeliana, dove la stragrande maggioranza dei cittadini veste l’uniforme, si induriscono sempre durante un’operazione militare. Tutti soldati, tutti solidali con l’esercito, il luogo dove ci si forma, si cresce, si diventa israeliani.

L’eco del patriottismo bellico risuona nelle parole della gran parte dei politici di centro e di destra. Ma risuona ancora più forte nei media: tv e giornali (fatta eccezione per il liberale Ha’aretz, molto più letto all’estero che non in patria) ridondano di editoriali e immagini che esaltano l’attività dell’esercito. Nella stampa, dal Jerusalem Post a Arutz Sheva fino a Ynet News (vicino al movimento dei coloni) non c’è spazio per le voci palestinesi, tanto meno per le richieste di Hamas. La terminologia usata è basilare: la minaccia terroristica, i danni collaterali rappresentati dalle centinaia di gazawi uccisi, le giustificazioni semplicistiche per le bombe su scuole e ospedali.

Non tutti accettano il fiume di propaganda, l’hasbara israeliana: ieri 50 ex soldati hanno rifiutato di infilarsi l’uniforme da riservista, dopo la chiamata dell’esercito: «Rifiutiamo di rispondere ai nostri doveri di riservisti e sosteniamo tutti coloro che non accetteranno la chiamata – hanno scritto in un comunicato – Molti di noi hanno servito nei settori logistici e burocratici, ma riteniamo che l’intero sistema militare sia coinvolto nell’oppressione dei palestinesi».

Una goccia nel mare. Poco cambia anche nei social network, dove gruppi di sostegno all’esercito nascono come funghi. Su Twitter all’hashtag @GazaUnderAttack hanno reagito con #IsraelUnderAttack, dove si sprecano appelli allo sterminio del popolo di Gaza. Una violenza razzista che non resta virtuale: le aggressioni a palestinesi in Israele e a Gerusalemme sono aumentate in maniera preoccupante. Ultima in ordine di tempo, il pestaggio di due giovani, Amir Mazin Abu Eisha e Laith Ubeidat, ieri a Gerusalemme Ovest. Aggrediti e feriti da una ventina di israeliani nella centralissima Jaffa Road, sono stati arrestati dalla polizia perché accusati di aver minacciato i passanti con un coltello. Un caso non affatto isolato: sono ormai decine le denunce di aggressioni da parte di donne e ragazzi nella zona israeliana della città. 

Il clima di violenza e radicata propaganda tocca vette preoccupanti, infiammato dalle dichiarazioni di esponenti di governo e dalla stampa stessa. Tanto da spingere un gruppo di studenti a lavorare giorno e notte per controbattere alle imputazioni che piovono da ogni parte del mondo sullo Stato di Israele. Nel college di Herziliya, l’unione degli studenti ha creato la “stanza della guerra”, un’aula piena di computer in cui 400 volontari tentano di giustificare l’offensiva di fronte alle opinioni pubbliche mondiali nei social network. Un popolo intero, o quasi, stretto intorno al suo esercito.

 

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