Palestina Solare

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19 feb 2015

Un ingegnere di Gaza e alcuni scienziati italiani dell’ong Sunshine4Palestine, con un impianto ad energia fotovoltaica, hanno garantito corrente elettrica a un intero ospedale. Ora puntano ad illuminare una strada del campo profughi di Shate e propongono progetti “verdi” per acqua e depuratori.

– Il Manifesto

Gaza, 19 febbraio 2015, Nena News – L’ingegnere Hai­tham Gha­nem ha avuto una vita più o meno simile a quella di tanti altri pale­sti­nesi pro­fu­ghi. Costretto a lasciare il Kuwait durante la prima guerra del Golfo tra l’Iraq e gli “Alleati” — la prima delle tante coa­li­zioni messe in piedi da Washing­ton per le sue guerre in Medio Oriente — Gha­nem con pochi soldi in tasca arriva in Gior­da­nia, dove cono­sce sua moglie, per poi appro­dare, dopo una paren­tesi di studi negli Usa, in quel faz­zo­letto di terra pale­sti­nese che è la Stri­scia di Gaza. Da allora ha vis­suto assieme agli altri abi­tanti di Gaza tre grosse offen­sive mili­tari israe­liane e un numero ele­vato di attac­chi più con­te­nuti, ma non per que­sto poco deva­stanti e letali. L’ingegnere Gha­nem comun­que non si dispera. Ama descri­vere agli stra­nieri che vanno a tro­varlo le straor­di­na­rie capa­cità dei pale­sti­nesi di Gaza, quello sanno fare, costruire e rea­liz­zare, nono­stante le dif­fi­coltà quo­ti­diane, la mancanza di mezzi, il blocco impo­sto da Israele, l’isolamento pra­ti­cato dall’Egitto.

Sono dav­vero tante le eccel­lenze di Gaza, ma di loro si parla ben poco. Maryam Abu Eatewi, ad esem­pio, una ragazza fre­sca di lau­rea in infor­ma­tica all’Università Isla­mica, con un piccolo finan­zia­mento di Goo­gle, ha rea­liz­zato una app per smart­phone, Was­slni, per la razio­na­liz­za­zione dei tra­sporti in taxi nei cen­tri urbani e da una città all’altra. In pochi mesi Was­slni ha rac­colto l’interesse di impor­tanti società tra la Gior­da­nia e gli Emi­rati e Maryam, assieme a ragazzi come lei, ha pron­ta­mente aperto “Gaza Sky Geeks”, start up a soste­gno della “impre­di­to­ria digitale”.

«Le eccel­lenze sono tante ma a Gaza i pro­blemi pur­troppo sono enormi e tra quelli più gravi c’è la poca ener­gia elet­trica dispo­ni­bile», ci spiega Gha­nem men­tre con un taxi col­let­tivo ci muo­viamo assieme verso il quar­tiere di Shu­jayea, uno dei più deva­stati dai bom­bar­da­menti israe­liani della scorsa estate. «Abbiamo una sola cen­trale elet­trica che riu­sciva a coprire solo parte del fab­bi­so­gno – pro­se­gue -, uso il pas­sato per­chè è stata col­pita (la scorsa estate) dagli israe­liani ed ora è ferma. La poca ener­gia elet­trica, poche ore al giorno a rota­zione tra le varie aree di Gaza, arriva da Israele e dall’Egitto. È un pro­blema enorme che col­pi­sce tutta la popo­la­zione e crea grandi dif­fi­ciltà ai ser­vizi pub­blici, a comin­ciare da quelli sani­tari». Gha­nem per lungo tempo ha stu­diato le pos­si­bi­lità tec­ni­che per aiu­tare gli ospe­dali, costretti a ricor­rere a costosi gene­ra­tori auto­nomi per garan­tirsi l’energia neces­sa­ria per rima­nere ope­ra­tivi. «La svolta à avve­nuta nel 2011 – ci dice — gra­zie a un incon­tro in inter­net tra scien­ziati. Ho avuto modo di cono­scere gli ita­liani Bar­bara Capone e Ivan Coluzza, ricer­ca­tori dell’università di Vienna». Da quel giorno Gha­nem e i suoi col­le­ghi ita­liani hanno stretto, oltre ad soda­li­zio molto pro­dut­tivo, una sin­cera ami­ci­zia. Sino ad oggi però l’ingegnere pale­sti­nese i suoi amici ha potuto vederli solo attra­verso skype, per­chè non ha ancora otte­nuto un per­messo, da egi­ziani e israe­liani, per lasciare Gaza, men­tre gli scien­ziati ita­liani non hanno avuto il via libera per entrare nella Striscia.

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La sala parto dell’ospedale “Jenin”

La distanza non ha impe­dito la rea­liz­za­zione del primo pro­getto con­giunto, al quale ha diret­ta­mente lavo­rato Hai­tham Gha­nem, con un finan­zia­mento di Sunshine4Palestine (S4P) — l’ong messa in piedi da Bar­bara Capone e Ivan Coluzza — frutto di varie dona­zioni, tra le prime quella di Vik Uto­pia Onlus, la Fon­da­zione dedi­cata a Vit­to­rio Arri­goni, un nome che a Gaza non dimen­ti­che­ranno mai. Gra­zie a Sunshine4Palestine, il Jenin Cha­ri­ta­ble Hospi­tal di Shu­jayea, dove Gha­nem ci ha por­tato, è diven­tata la prima strut­tura pub­blica di Gaza ali­men­tata al 100% dall’energia solare. «Un bel risul­tato – com­menta sod­di­sfatto l’ingegnere — abbiamo costruito sul tetto (dell’ospedale) un impianto foto­vol­taico, com­ple­tato lo scorso novem­bre». Muo­ven­dosi con passi veloci all’interno della strut­tura, Gha­nem ci spiega che l’impianto con­sente all’ospedale, spe­cia­liz­zato in oste­tri­cia e gine­co­lo­gia, di avere ener­gia elet­trica dalle 7 alle 24, tutti i giorni dell’anno. Gli accessi al Jenin Hospi­tal nel mese di dicem­bre, il primo periodo nel quale il sistema fotovoltaico ha fun­zio­nato a pieno regime, sono aumen­tati del 63% rispetto allo stesso mese del 2013. In un anno l’impianto, anche con un fun­zio­na­mento par­ziale, ha con­sen­tito un aumento del 170% del numero di pazienti. E il 2015 non potrà che vedere cre­scere que­sti numeri in un’area, Shu­jayea, che ha pagato a caro prezzo l’offensiva israe­liana di luglio e agosto.

Non è stato facile rac­co­gliere i 100 mila euro neces­sari per l’acquisto dei pan­nelli solari, di tutte le com­po­nenti dell’impianto e per ese­guire i lavori, incluso l’adeguamento del sistema elet­trico dell’ospedale. Ma le idee non man­cano al gruppo di scien­ziati «Lo scorso novem­bre – ci rac­conta Bar­bara Capone — abbiamo com­ple­tato l0’installazione gra­zie ad un con­certo rea­liz­zato in col­la­bo­ra­zione con Ste­fano Bol­lani al Tea­tro Argen­tina di Roma. Con i pro­venti abbiamo prov­ve­duto alla for­ni­tura delle bat­te­rie che hanno per­messo l’accensione di tutti e quat­tro gli inver­ters che costi­tui­scono il modulo, por­tando l’impianto da 4 a 16kWp».

Al Qouthi Street, presto sarà illuminata grazie all'energia del sole

Al Qouthi Street, presto sarà illuminata grazie all’energia del sole

La fame, si sa, vien man­giando e Sunshine4Palestine ha comin­ciato ad ela­bo­rare altri pro­getti per la for­ni­tura di ener­gia solare, pulita, diret­ta­mente alla popo­la­zione di Gaza. «Osserva que­sta strada», ci dice Hai­tham Gha­nem. Siamo all’ingresso orien­tale del campo di Shate, dove vivono 80 mila pro­fu­ghi. «Si chiama Via al Qou­thi e va avanti per 800 metri fin den­tro il campo pro­fu­ghi. Di sera è com­ple­ta­mente buia e chi vi abita affronta molti disagi, donne e bam­bini pre­fe­ri­scono non uscire di casa dopo il tra­monto. La illu­mi­ne­remo tutta». S4P, assieme alle asso­cia­zioni Liter of Light Ita­lia e Oltre il Mare, rea­liz­zerà un “Tree of Light” foto­vol­taico, com­po­sto di 12 pan­nelli, ognuno dei quali pro­durrà 300W per un picco totale di pro­du­zione di 3.6KWP. Non solo, sarà rea­liz­zato un labo­ra­to­rio poli­fun­zio­nale per spie­gare ai pro­fu­ghi come costruire a uso dome­stico lam­pade solari a led con mate­riali rici­clati (tipo le bot­ti­glie di pla­stica). L’aerea inte­res­sata verrà riqua­li­fi­cata e sarà creato anche un parco multi-tematico. «Non ci fer­miamo a que­sto – pro­mette Bar­bara Capone — Come Sunshine4Palestine pro­po­niamo alter­na­tive al pro­getto di costruire un sin­golo desa­li­niz­za­tore a Gaza». Gra­zie alle nuove tec­no­lo­gie, come le mem­brane a gra­fene, la cosid­detta blue energy (l’estrazione di cor­rente dallo scam­bio ionico tra acqua dolce ed acqua salata), S4P pro­getta la riqua­li­fi­ca­zione di alcune cen­trali di desa­li­niz­za­zione esi­stenti e la loro con­ver­sione in cen­trali com­ple­ta­mente foto­vol­tai­che. Ognuno di que­sti cen­tri di desa­li­niz­za­zione potrà sod­di­sfare i biso­gni di una popo­la­zione di 5.000–6.000 per­sone. «Pro­po­niamo anche – con­ti­nua la ricer­ca­trice — l’estrazione di acqua dall’umidità dell’aria attra­verso sali igro­sco­pici per ren­dere auto­nomi ed off-grid edi­fici come scuole e palazzi. Con i nostri pro­getti vogliamo pian­tare i semi per l’uso siste­ma­tico del sole, delle risorse pulite di ener­gia a ser­vi­zio della popo­la­zione, col­pita gra­ve­mente dalla man­canza di cor­rente elet­trica e dalla scar­sità di acqua».

Nuove forze si sono unite a S4P per la rea­liz­za­zione dei nuovi pro­getti: Ema­nuela Bian­chi, Peter Van Oostrum, Safaa Gha­nem e Patri­zia Cec­coni. E Bar­bara Capone e Hai­tham Gha­nem erano stati invi­tati a spie­gare i loro pro­getti a un impor­tante semi­na­rio sui diritti e i biso­gni del popolo pale­sti­nese delle Nazioni Unite, pre­vi­sto al Cairo il 23 e il 24 feb­braio. Per la prima volta i due col­le­ghi avreb­bero potuto incon­trarsi di per­sona e strin­gersi la mano, oltre ad avere l’occasione per far cono­scere il loro lavoro a una pla­tea vasta. All’improvviso le auto­rità egi­ziane hanno cam­biato idea, comu­ni­cando ai nume­rosi invi­tati, solo un paio di giorni fa, che pre­fe­ri­reb­bero posti­ci­pare la riu­nione, a causa di non meglio pre­ci­sate “ragioni logi­sti­che”. Il repen­tino passo indie­tro è miste­rioso. Qual­cuno sus­surra che la par­te­ci­pa­zione al semi­na­rio di pale­sti­nesi di Gaza non era stata ben vista al Cairo. Altri che l’Egitto, coin­volto mili­tar­mente nella crisi libica, vuole evi­tare o posti­ci­pare eventi che richie­dono l’adozione di strette misure di sicurezza. Nena News

 

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