La rabbia dei palestinesi di Gerusalemme

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05 ago 2014

Da più di un mese i palestinesi della città protestano per le loro difficili condizioni di vita, le discriminazioni e le violenze che subiscono quotidianamente da parte delle autorità israeliane. L’attacco in corso a Gaza e le immagini di morte e di distruzione della Striscia hanno solo esacerbato la loro frustrazione e la loro rabbia. Gli episodi di ieri – la ruspa che attacca un bus e gli spari ad un soldato israeliano – devono essere letti avendo ben presente il contesto di marginalità e di costante repressione in cui vive la popolazione araba della città.

Gerusalemme, 5 agosto 2014, Nena News – Gerusalemme torna teatro della frustrazione del popolo palestinese. Ieri nel primo pomeriggio un 25enne residente del quartiere di Jabel Mukaber, alle porte della Città Vecchia, a bordo di una ruspa ha centrato un autobus parcheggiato nel quartiere di Sheikh Jarrah e lo ha ribaltato, uccidendo un passante, Avraham Walz, 29 anni, e ferendo l’autista e tre passeggeri. Immediata la reazione dei poliziotti presenti, dispiegati in tutta la città, che hanno ucciso a colpi di pistola Mohammed Naif el-Ja’abis. Subito dopo un gruppo di ebrei ultraortodossi ha circondato l’autobus e la ruspa, gridando «morte agli arabi».

In un video girato da un telefonino, si vede la ruspa avvicinarsi all’autobus e si sentono alcuni colpi di pistola prima che il palestinese uccidesse il pedone e colpisse più volte il pullman. Un secondo video mostra l’autobus già su un fianco e i poliziotti aprire il fuoco 23 volte. La polizia, ha riportato il ministro della Sicurezza Interna Aharonovitch, ha parlato subito di attentato terroristico e avviato indagini sulla famiglia el-Ja’abis, aggiungendo che «le autorità israeliane si attendevano tali reazioni dopo l’avvio dell’operazione contro Gaza». Una foto, fatta girare sui social network, mostra el-Ja’abis morto, coperto di sangue, ancora dentro la cabina di guida.

Poche ore dopo, vicino alla Hebrew University, sul Monte Scopus, un uomo a bordo di una motocicletta ha aperto il fuoco ferendo un soldato all’addome, per poi fuggire. Secondo la polizia, una guardia privata ha tentato di fermarlo sparandogli, ma senza successo.

Subito sono scoppiati scontri nel quartiere palestinese di Issawiya, a poche centinaia di metri dalla Hebrew University. Un quartiere, come il resto di Gerusalemme Est, soffocato dalle colonie e dalle politiche repressive delle autorità israeliane. «La polizia entra nel villaggio ogni sera – ha raccontato Mohammed Abu Hummus, membro del Follow-Up Committee di Issawiya alla giornalista israeliana Connie Hackbarth – Sparano acqua chimica alle case e alle auto e lanciano lacrimogeni. Soprattutto il venerdì, dopo la preghiera, sono decine le persone ferite». Una forma di punizione collettiva contro le varie forme di resistenza messe in piedi dalla popolazione palestinese di Gerusalemme: boicottaggio dei mezzi pubblici israeliani e dei negozi e i centri commerciali a ovest, manifestazioni quotidiane a Issawiya, Silwan, Shuafat, Al-Ram, Anata, scontri in Città Vecchia.

E mentre la famiglia el-Ja’abis difende il figlio, insistendo che si è trattato di un incidente e non di un attentato, da Gaza un portavoce di Hamas l’ha definita «un’operazione coraggiosa ed eroica, naturale reazione ai crimini compiuti dall’occupazione contro la Striscia». Diversa la versione israeliana: «L’intera famiglia è sotto interrogatorio – ha detto il capo della polizia di Gerusalemme, Yossi Parienti – Vogliamo sapere chi lo ha mandato, se ha agito da solo o apparteneva ad una rete».

Che l’attacco al bus sia stato un attacco volontario o un incidente, è innegabile la rabbia della popolazione palestinese per i massacri in corso a Gaza. Gerusalemme è teatro da oltre un mese, dalla barbara uccisione del giovane Mohammed Abu Khdeir a Shuafat il primo luglio, di un’esplosione di ira per le condizioni di vita e le giornaliere discriminazioni subite dai quartieri palestinesi. L’attacco contro Gaza e le immagini di morte e distruzione che ogni giorno le tv arabe mostrano al resto della Palestina storica hanno fatto da miccia di accensione di una situazione non più tollerabile. Colonizzazione selvaggia, di cui i quartieri di Issawiya e Sheikh Jarrah (ieri teatro dei due attacchi) sono soggetti, assenza di servizi pubblici, demolizioni di case, arresti, mancanza di strutture scolastiche, crisi economica dovuta alla costruzione del muro e alla separazione forzata dalla Cisgiordania, impossibilità a usufruire delle proprie terre per costruire nuove case.

Alle discriminazioni istituzionalizzate si sono aggiunti gli attacchi fisici e verbali da parte di israeliani estremisti contro la popolazione palestinese, accoltellamenti e aggressioni verbali per le strade della città. Ultimo in ordine di tempo il tentato rapimento denunciato da Ali Muhammad al-Abassi, 21 anni, giovedì scorso: un gruppo di israeliani, dopo avergli spruzzato in viso spray al peperoncino, averlo gettato a terra e picchiato, ha cercato di farlo salire in un’automobile ma l’intervento di alcuni lavoratori li ha fatti desistere. L’ennesimo esempio di una crescente violenza di base, manifestazione da una parte della frustrazione della comunità palestinese, e dall’altra del tasso di razzismo israeliano istigato dalle politiche governative ormai incapaci a gestire le più brutali espressioni dell’intolleranza della propria società. Nena News

 

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