HAMAS-FATAH. Il governo di unità è scaduto. O forse non è mai nato

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01 dic 2014

Il movimento islamista chiede di tornare al tavolo del dialogo dopo la fine dei sei mesi di interim. Il partito di Abbas vuole proseguire. Ma le accuse reciproche e i continui litigi non hanno mai permesso all’esecutivo di operare nell’interesse della popolazione palestinese

Gerusalemme, 1 dicembre 2014, Nena News – Divorzio vicino? Che il matrimonio tra Hamas e Fatah non fosse dettato dall’amore ma dalla convenienza si sapeva da tempo. Dopo sei mesi di litigi e reciproche accuse, ieri le due fazioni palestinesi sono tornate a discutere sulla durata del governo di unità nazionale.

Secondo il movimento islamista, l’interim di sei mesi è scaduto: che si torni quindi al tavolo per discutere del futuro dell’esecutivo. Diversa l’opinione di Fatah: nessun accordo prevedeva che il governo fosse a termine, l’esecutivo resta in piedi. Il governo di unità – ha detto il leader di Fatah Faisal Abu Shahla – aveva il compito di portare a termine una serie di obiettivi tra cui le elezioni (una chimera per il popolo palestinese dei Territori Occupati che attende l’apertura delle urne dal 2011) “entro almeno sei mesi”. Ma gli obiettivi non sono stati raggiunti, per cui il governo non scade: “Se Hamas invece vuole rigettare la riconciliazione e la fine della rivalità – ha aggiunto Abu Shahla – allora la questione è diversa”.

In ogni caso, fa sapere Fatah, il prosieguo del processo di riconciliazione dipende dal modo in cui Hamas tratterà gli attacchi contro le case e le auto di leader del partito del presidente Abbas, compiuti a Gaza in occasione delle commemorazioni per la morte di Yasser Arafat, il 7 novembre.

La risposta, dura, di Fatah arriva dopo la dichiarazione del portavoce del movimento islamista Abu Zuhri: il mandato di sei mesi del governo di unità è scaduto, ogni nuovo passo in avanti, compreso un rimpasto di governo, dovrà essere discusso nuovamente dalle due fazioni. “Hamas non controlla la Striscia di Gaza – ha detto Abu Zuhri – Se il governo di consenso nazionale non vuole prendersi la responsabilità di Gaza, significa che non è esente da colpe”.

Dietro, il mancato avvio della ricostruzione della Striscia di Gaza, dopo il violentissimo attacco israeliano dell’estate scorsa (le cui conseguenze sono peggiorate in questi giorni a causa del maltempo) e le accuse mosse dal presidente dell’Anp, Abbas, pochi giorni fa: “L’Autorità Palestinese non esiste a Gaza. Hamas è il solo responsabile per la Striscia”. Non solo: il presidente ha detto di “avere le prove di un negoziato segreto tra Hamas e Israele” per la definizione di uno Stato di Palestina con confini provvisori.

Un’accusa che il movimento islamista ha subito rigettato, definendola “diffamatoria e priva di basi”. Abu Zurhi ha perciò invitato Abbas “a mostrare rispetto per la posizione occupata e evitare di diffondere bugie”.

Insomma, tutto cambia perché nulla cambi: le accuse di repressione politica piovono da entrambe le parti, con Hamas che punta il dito contro gli arresti di propri membri orditi da Fatah e Fatah che ritiene Hamas responsabile degli attacchi del 7 novembre e di negoziare con Israele alle spalle del governo di Ramallah.

C’è poco da stupirsi: l’accordo di riconciliazione nazionale siglato la scorsa primavera era il mero frutto di interessi personali delle due fazioni e non certo dell’intenzione di porre fine alle rivalità nell’interesse collettivo di un popolo sotto occupazione. Se all’epoca, molti a Gaza e in Cisgiordania festeggiarono l’avvio della riconciliazione, atteso da anni, oggi a prevalere è il disincanto. Nessuno dei due partiti intende perdere il poco di autorità e quindi di privilegi di cui gode, seppur in enclavi chiuse e controllate da Israele come Gaza e l’Area A della Cisgiordania.

Hamas, all’epoca isolato dal mondo arabo, vittima di una profonda crisi economica e politica, aveva estremo bisogno di Fatah per non perdere il controllo di una Striscia sempre più vicina alla protesta popolare. Dal canto suo Fatah, in netto calo di consensi e considerata da buona parte della popolazione il burattino in mano all’occupazione israeliana e alla comunità internazionale, necessitava di ripulire la sua immagine.

Israele, che temeva che un simile accordo potesse nuocere ai propri interessi, può mettersi l’anima in pace: il risultato di quella riconciliazione è sotto gli occhi di tutti. Un governo incapace di agire, di mostrarsi unito, di trascinare Tel Aviv di fronte alla comunità internazionale per i crimini commessi, di fare fronte comune contro un’occupazione ogni giorno più selvaggia. Nena News

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