Cosa sono «i mercati»?

il Manifesto, 14 agosto 2012

Caro Manifesto, sono d'accordo in tutto con quel che dicono i vostri «economisti sgomenti» sul Manifesto del 10 agosto; e rilevo che tutto quel che scrivono, loro ed i francesi ivi citati, ribadisce quel che tutti sappiamo, cioè che non c'è una soluzione «italiana» alla nostra crisi, ma solo europea solidale, e meglio ancora «globale». Lo ribadisce Pianta (11 agosto), e lo ha scritto più volte Marco D'Eramo sul nostro giornale. Ho tuttavia una domanda da fare agli economisti professionisti del Manifesto: cosa si intende quando si dice «i mercati»? Io, che sono biologo e non economista, mi sono fatto l'idea che «i mercati» sono una ristrettissima cerchia di grandi finanzieri che dirigono la finanza mondiale. Tra i primi citerei i dirigenti della Goldman e Sachs e di alcune delle altre grandi banche «d'affari», quelli che sono in grado di imporre la loro volontà anche ad Obama, nominano il governo della Grecia, impongono Monti a governare l'Italia in sostituzione del guitto impresentabile e bizzarro, Draghi al governo della Bce, e anche il governatore della Banca d'Italia. I piccoli, medi e anche grandi (purché non troppo grandi!) possessori di titoli in borsa sono solo il «parco bovi», come si diceva una volta. Cioè, poche decine di persone, in Occidente ed ora anche con apporto dalla Cina, dirigono l'economia di sei miliardi di umani. Come avete ben rilevato, questo sospende le costituzioni democratiche per tutto quanto riguarda l'economia e i rapporti di lavoro. Sarei grato ai vostri esperti (Pianta, Halevi, Lunghini, Burgio e tutti gli altri che in questo momento non nomino ma che leggo sempre con grande interesse), giacché ci sono, altre due domande agli esperti. Da biologo, ma ogni altro essere umano lo sa, considero che la vita (in tutti i suoi aspetti, ma considerate pure solo l'aspetto economico e dei rapporti di lavoro se volete) non può procedere con bilanci annuali, ma poliennali: una generazione umana può esser considerata di circa 25-30 anni nei Paesi industrializzati, meno in quelli del terzo mondo, dove molte donne cominciano a partorire a 15 anni o anche prima.

Se non si vuole usare la generazione biologica, si usi quella «culturale», il tempo necessario perchè un umano, frequentando la scuola e cominciando la vita di relazione, impari «un mestiere» e diventi capace di provvedere a se stesso: diciamo, 20-25 anni? Ho provato a fare alcuni calcoli che mi danno risultati incredibili: se quest'eresia venisse applicata, i problemi oggi sul tavolo di Merkel, Monti, Hollande e gli altri potrebbero sparire!
Ma devo fare qualche grosso errore: chiedo a voi esperti di dirmi cosa succederebbe all'economia italiana e mondiale se si adottasse, invece del bilancio annuale, il Pil annuale etc, la scala del tempo culturale-biologico in cui gli esseri umani, e le loro società organizzate, riproducono se stessi come società civili. Cordialmente,

 

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