Gli orfani politici della rivolta di Gerusalemme

14 feb 2015

ANALISI:  I 300.000 arabi palestinesi della città sono politicamente orfani e completamente privi di guida. Israele ha fisicamente separato i palestinesi di Gerusalemme est dai naturali rapporti con i loro fratelli e sorelle delle zone limitrofe, a Ramallah e Betlemme ed in Cisgiordania e Gaza.

Bulldozer israeliani distruggono una casa a Gerusalemme Est lo scorso maggio (Foto: MaanNews)
Bulldozer israeliani distruggono una casa a Gerusalemme Est lo scorso maggio (Foto: MaanNews)

   Ma’an News

Roma, 14 febbraio 2015, Nena NewsPer anni le potenze che governano il Medio Oriente hanno lavorato sodo per decimare la struttura di commando di qualunque gruppo di opposizione. Gli esperti attribuiscono il successo delle tante rivolte e proteste negli ultimi tre anni ad una rivoluzione senza capi, che i governi sono stati incapaci di prevedere o fermare. In un certo modo, è ciò che sta avvenendo oggi a Gerusalemme. I 300.000 arabi palestinesi della città sono politicamente orfani e completamente privi di guida. Israele ha fisicamente separato i palestinesi di Gerusalemme est dai naturali rapporti con i loro fratelli e sorelle delle zone limitrofe, a Ramallah e Betlemme ed in Cisgiordania e Gaza.

Le leadership politiche sono state sistematicamente annientate ed è stato proibito ogni contatto con la leadership di Ramallah. Lo si è spesso potuto constatare attraverso le ridicole decisioni di Israele di impedire un festival di marionette per bambini o l’uscita di un film sui problemi dell’uso di droga nella Città Vecchia, per il semplice fatto che sono stati finanziati dal, o tramite il governo palestinese a Ramallah. I palestinesi di Gerusalemme sono del tutto privi di stato. Diversamente dagli altri palestinesi che vivono nei territori occupati, viene loro impedito di avere un passaporto palestinese. Molti di loro hanno un passaporto della Giordania senza avere la cittadinanza giordana. Alcuni hanno scelto di richiedere la cittadinanza israeliana, un’opzione praticabile per loro dopo l’annessione unilaterale della città nel 1967, ma neanche questa opzione è automatica.

Istituzioni palestinesi come la Orient House [sede dell’OLP a Gerusalemme negli anni ’80 e ’90. N.d.tr] e la camera di commercio sono state chiuse in base alle disposizioni d’ emergenza. Con l’eccezione di Faisal Husseini, che è morto “apparentemente” per un attacco cardiaco in Kuwait nel 2001, a nessun altro leader palestinese è stato permesso di emergere come rappresentante di questa popolazione palestinese resa orfana. I pochi palestinesi che godono di una qualche leadership simbolica, come i membri del Consiglio Legislativo Palestinese o i leaders religiosi, vengono regolarmente condotti alla stazione di polizia israeliana per interrogatori o brevi periodi di detenzione e a volte è loro vietato entrare nella terza moschea più sacra di tutto il mondo islamico, la Moschea Al Aqsa.

Il risultato di questo sforzo sistematico da parte di Israele di negare ai palestinesi qualunque forma di leadership locale riconosciuta, è che sono sorte diverse tipologie, spesso sconosciute, di gruppi alternativi per riempire il vuoto lasciato dall’assenza di veri leader, a volte insieme a strutture tribali o familiariI gerosolimitani provenienti da Hebron costituiscono uno dei più grandi gruppi tribali. A volte, teppisti e hooligans dominano in alcune zone spesso conquistate da queste bande attraverso guerre per il territorio in cui le lame di coltello e la forza fisica decidono chi vince.

Gli attacchi ad Al Aqsa hanno anche incoraggiato svariati nuovi leader non riconosciuti. Il partito Tahrir [si riferisce probabilmente a Hizb ut-Tahrir, Partito della Liberazione, fondato nel 1953 a Gerusalemme, un’organizzazione internazionale pan-islamica che vorrebbe unificare i paesi musulmani sotto un unico califfato retto dalla legge islamica ( sharia ). ndr] è attualmente uno dei più forti in termini di evidente presenza nella moschea. Un altro gruppo che ha attirato l’attenzione e suscitato l’irritazione degli israeliani è il movimento islamico del nord di Israele, con a capo Sheikh Raed Salah. Egli viene spesso arrestato o colpito per mesi dal divieto di entrare o anche avvicinarsi alla Città Vecchia di Gerusalemme.

Un nuovo fenomeno ha avuto in qualche misura successo nel difendere la moschea dai tentativi degli ebrei radicali di rivendicare la sovranità su di essa: Le Donne di Al Aqsa. Queste donne, definite murabitat [“le determinate” ndr], ogni giorno tengono letteralmente delle lezioni nel cortile della moschea e cantano inni religiosi o urlano slogan se gli ebrei radicali infiltrati tentano di pregare nell’area di Al Aqsa, che è una chiara violazione dello statu quo. A Silwan ed in altri luoghi, sono sorti gruppi locali che cercano di organizzare la propria comunità per difendersi dagli attacchi israeliani che tentano di cacciarli dalle loro case, quartieri e città, con l’obiettivo di rendere Gerusalemme una città ancor più ebrea.

Benché Israele costantemente lo neghi, questi tentativi di giudaizzazione sono pilotati congiuntamente dal governo israeliano, dalla polizia, dai tribunali, dai coloni ebrei, dai gruppi radicali e dai membri della Knesset (il parlamento israeliano, n.d.t.), ognuno dei quali fa la sua parte. Viene usato il metodo del bastone e della carota per comprare le case della gente con sistemi sospetti, la vita di chi si rifiuta di vendere diventa un inferno, mentre i coloni e i loro sostenitori godono di protezione costante.

I permessi di costruzione sono normalmente negati perché non fanno parte del piano regolatore. Per i quartieri arabi di Gerusalemme est non è stato previsto un piano urbanistico di proposito, costringendo le comunità locali a costruire illegalmente e quindi a subire regolari demolizioni delle case per aver violato le leggi municipali. Al tempo stesso, un edificio di nove piani chiamato Jonathan House, costruito illegalmente (secondo la legge israeliana) a Silwan continua ad ospitare coloni ebrei turbolenti, senza che venga fatto alcun tentativo di applicare allo stesso modo la legge.

L’alta corte israeliana nel 1978 ha negato ad un palestinese, Mohammad Burqan, il diritto di riacquistare la sua casa nel quartiere di Maghrebi, adiacente al quartiere ebraico, perché il quartiere ebraico, ora ampliato, riveste “uno speciale significato storico” per gli ebrei, e ciò “prevale su ogni altra rivendicazione da parte di non ebrei”.
Ovviamente gli ebrei ora vivono in tutti i quartieri della Città vecchia e in tutti i quartieri palestinesi fuori le mura. Gerusalemme si è spesso rivelata il cuore del conflitto israelo-palestinese. I pesanti attacchi israeliani contro la città e la sua popolazione sono riusciti ad isolare i palestinesi dalla loro naturale leadership palestinese ed araba, ma il risultato è stato che questi nuovi orfani di una guida hanno trovato in modo creativo i loro sistemi di sopravvivenza e resistenza.

L’intifada silenziosa che sta ora prendendo piede a Gerusalemme è una delle conseguenze della politica israeliana di negazione dei diritti dei palestinesi e di rifiuto di includere Gerusalemme in seri negoziati. La politica israeliana del fatto compiuto e della modificazione silenziosa dello statu quo della Moschea di Al Aqsa non funzionerà perché, quando costretto, il popolo trova i suoi modi per sopravvivere. 

Israele si renderà presto conto che farà più fatica ad affrontare la disorganizzata leadership locale di quanta ne avrebbe fatta se avesse trattato onestamente e correttamente con le leaderships palestinese e giordana riguardo a Gerusalemme. Nena News

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale dell’Agenzia Ma’an News.

*Daoud Kuttab è un giornalista palestinese ed ex professore di giornalismo all’Università di Princeton.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

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