Parole vere, sillogismi falsi, accostamenti scomodi. Note sul posizionamento politico di Primo Levi

il lavoro culturale, 3 maggio 2012

“Il baricentro è nella diaspora.” [1]

Su Il Sole 24 Ore dell’otto aprile scorso, Domenico Scarpa e Irene Soave, due ricercatori che collaborano con il Centro Internazionale di Studi Primo Levi, hanno puntualmente analizzato il processo di costruzione di un sillogismo falsamente attribuito a Primo Levi: “Ognuno è ebreo di qualcuno. Oggi i palestinesi sono gli ebrei di Israele”.

A partire dalla rilevazione dell’enorme ricorrenza di tale frase sul motore di ricerca di Google, i due autori “smontano” la storia di un falso. La rivelazione nasce dal confronto tra un’intervista rilasciata nel 1982 da Levi ad Alberto Stabile per La Repubblica e l’articolo de Il Manifesto dello stesso anno in cui il giornalista Filippo Gentiloni, dopo aver riportato una frase dell’orologiaio Mendel, uno dei protagonisti di Se non ora, quando? [2], aveva aggiunto una sua frase: “E oggi i palestinesi sono gli ebrei degli israeliani”. Di qui il falso sillogismo, poi propagatosi in rete [3].

Da non poco tempo – sin dai primi cenni di Levi alle problematicità che egli vedeva in un Israele auto-erettosi a portavoce dell’ebraismo e alla sua critica nei confronti del militarismo dei governi dello stato che si dichiara ebraico – le parole di questo autore e l’eredità del suo pensiero politico sono oggetto di usi, riadattamenti ad hoc, taglia e cuci da parte del campo internazionale cosiddetto filo-palestinese, ma anche, d’altra parte, di attacchi e accuse di tradimento: va ricordata la freddezza con cui il lavoro di Levi è stato storicamente accolto in Israele, insieme ad altre figure scomode come Hannah Arendt.

Anche se le vere parole di Levi sono state malamente montate in un sillogismo, poi aforisma falso, che si è addirittura tradotto in migliaia di pagine web e citazioni sui social network – anche chi scrive ha riportato la frase su Facebook alcuni mesi fa, non perché abbracci il sillogismo, ma all’interno di un processo di riflessione su ciò che questi accostamenti, questi “montaggi anacronistici”, comportano sul piano della costruzione delle memorie, considerate in quelle varianti, che, con Deleuze e Guattari, ci piace distinguere tra “arboreiformi” e “rizomatiche” –, resta tuttavia la necessità di riflettere su alcuni degli “avvicinamenti” fatti da Levi nella cornice che ha poi dato adito alla falsificazione. È giusto opporre il vero al falso e farne valere le ragioni, utilizzando gli strumenti della filologia come di ogni altra scienza. Ma ciò non obbligatoriamente risolve il campo teorico e problematico – l’alveo di idee – dal quale tale opposizione si ingenera.

Nel loro articolo, Scarpa e Soave pongono bene l’accento sul contributo di Levi e di altri intellettuali a lui vicini nel sollevare in Italia la questione palestinese a partire dalla fine degli anni Sessanta. Nonostante questo impegno non si sia mai tradotto in un’esplicita identificazione di nazismo e sionismo, restano tuttavia intatte molte delle tracce lasciate da Levi nel suo accostare l’esperienza di superstite e salvato dello sterminio nazista con la concatenazione storica e storicistica di questa esperienza con la politica di Israele e il sionismo.

Che cosa intendiamo per accostamento? Accostamento qui non significa assolutamente schiacciamento, sovrapposizione e, meno che mai, identificazione. Significa piuttosto accostamento agli occhi del superstite, o meglio agli occhi del testimone. Accostamento indispensabile per continuare a comprendersi e per generare un posizionamento politico, e quindi un’ulteriore tappa di soggettivazione della vittima-superstite. Varsavia 1944 riaffiora alla mente di Levi di fronte ai massacri di palestinesi in Libano. Quando Giampaolo Pansa in un’intervista poco dopo Sabra e Chatila – a cui Scarpa e Soave non fanno riferimento – chiede a Levi quale “reazione istintiva” abbia avuto dopo aver appreso le notizie dal Libano, Levi risponde: “Io non ho mai reazioni istintive. Se le ho, le reprimo. All’inizio, ho avuto il dubbio che fosse davvero accaduto. Poi ho compreso che era tutto vero. Allora, la strage in quei campi mi ha ricordato da vicino quello che hanno fatto i russi a Varsavia nell’agosto del 1944: stavano fermi sulla Vistola mentre i nazisti sterminavano i partigiani polacchi. Certo, come tutti i paralleli storici, anche il mio zoppica. Ma anche Israele, come i sovietici allora, poteva intervenire” [4]. Le ricostruzioni storiche avrebbero poi mostrato come Israele non sia stato semplicemente uno “spettatore colpevole”, ma addirittura un regista di quei fatti. Ma non è questo il punto. A Levi la produzione di parallelismi tra le due situazioni procurava, certo, dei mal di stomaco, introduceva il rischio di retromarce e tentennamenti, ma il dubbio sull’accaduto – quasi che Levi avesse dovuto occupare per un istante la posizione di chi lo ascoltava quando iniziò a raccontare, da testimone, Auschwitz – si è trasformato in volontà di “credere”, in conferma di verità. Una verità che forse qui va interpretata come inevitabilità di un posizionamento politico nato dall’accostamento tra due verità. Forse è proprio esclusivamente nell’oscillazione “zoppicante” tra testimone dello sterminio e spettatore dei racconti dal Libano che Levi riesce a uscire dall’incredulità, scegliere di credere, e prendere duramente posizione. In fondo, l’oscillare a cui si fa riferimento è ciò che rende impossibile lo schiacciarsi su una posizione che identifichi le due situazioni: l’oscillare è un restare continuamente sospesi con il pensiero tra le due situazioni. È ciò che rende comunque impossibile, ancorché già falso, il sillogismo.

In un altro passaggio dell’intervista, Levi affronta in maniera molto raffinata quello che è, probabilmente, uno dei nodi meno digeriti della sua critica ai governi di Israele: “Uomini con il numero di Auschwitz tatuato al braccio [hanno fondato Israele], senza casa e senza patria, scampati agli orrori della seconda guerra mondiale, che hanno trovato laggiù [in Palestina] una casa e una patria. So tutto questo. Ma so pure che questo è l’argomento preferito di Begin. E io a un tale argomento nego la validità”. Il posizionamento politico si articola in una critica dell’uso della memoria. Le condizioni del posizionamento – l’accostamento – si trasformano in qualcos’altro, in un attacco a un governo che pretendeva di incarnare l’ebraismo mondiale ma che nei passi precedenti dell’articolo Levi, nel prendere di mira la figura del suo Primo Ministro, aveva – forse nel suo unico vero sillogismo – identificato come fascista: “Per Begin «fascista» è una definizione che accetto. Credo che lo stesso Begin non la rifiuterebbe. È stato allevo di Jabotinski: costui era l’ala destra del sionismo, si proclamava fascista, era uno degli interlocutori di Mussolini” [5].

Questo oscillare di Levi si pone su un livello di interrogazione che è quello della filosofia della storia, e quindi inevitabilmente – direbbe Walter Benjamin – di una critica della sua violenza. E proprio in un altro passaggio delle interviste raccolte da Marco Belpoliti, quella con Virgilio Lo Presti, Levi esplicita ancora meglio – nei termini di azione che le prese di posizione possono generare – la sua critica della violenza: “La violenza non mi va, sono un mite. È evidente che esistono delle violenze giustificate: una violenza contro la violenza dello Stato è giustificata... A questo punto ci si mette in un intrico pauroso perché bisogna vedere quando comincia la violenza dello Stato... Cioè di quale illegalità dello Stato è una violenza e a quale si è autorizzati a reagire con violenza. Si può accettare la violenza «riparabile», quella che non arriva alla morte... Non me la sento di dire «bruciare un auto sì, bruciare un alloggio no...» Mi riservo di vederla caso per caso” [6].

In questo passaggio, Levi esplicita la sua visione di ciò che può essere il senso di giustizia di fronte a “casi controversi”, a casi in cui il dichiarare una situazione come “democratica” può non essere più sufficiente a garantire giustizia. Levi entra in un “intrico pauroso”, e non sembra molto difficile poter affermare che anche le sue discussioni su Israele e il sionismo producano paralleli intricati, di fronte ai quali Levi si esprime caso per caso, parola per parola, in un processo di accostamenti – in fondo il decidere caso per caso è proprio indice di un approccio fatto di accostamenti, comparazioni in grado di illuminare – volti al posizionamento. Nello stesso volume di interviste curato da Belpoliti, Philip Roth descrive l’intera testimonianza di Levi come una “biochimica morale” , e non esiste biochimica che non sia studio di interazioni, accostamento di elementi [7].

Ma torniamo alla questione di partenza: Levi ha messo in bocca a uno dei suoi personaggi di Se non ora, quando? un sillogismo che ha poi generato un falso sillogismo.

Una volta appurato il fatto che il sillogismo è falso, risulterebbe però problematico accusare di falsificazione tutti quelli che in maniera non sillogistica – e non falsificante – vogliono comprendere gli accostamenti elaborati da Levi, in molte forme, e dei quali non si è per ora messa in discussione l’autenticità. In fondo, il problema che ogni falsificazione evidenzia è anche quello del contesto della sua produzione: il sillogismo è falso ma gli accostamenti che sono stati spinti fino alla falsificazione non obbligatoriamente lo sono. Questo non significa che si voglia assolvere il falsificatore; stiamo parlando di giustizia ma non da tribunale, non mondana. Il problema va oltre assoluzioni e condanne. Il problema è quello della comprensione del confine tra accostamenti e sillogismi, tra produzione di memorie in grado di (r)accogliere il molteplice e memorie fasciste. L’enorme rischio di ogni ragionamento che voglia svilupparsi mediante la comparazione consiste nella naturalizzazione delle categorie interpretative che la rendono pertinente. Al di là di chi ne è l’autore, non si tratta, dunque, di risolvere nei termini sintetici di un sillogismo (vero o falso) la complessità di un ragionamento (condivisibile o meno), ma di continuare a domandarsi, ogni volta, in nome di quali criteri di comparabilità (puntualmente verificabili) due o più situazioni storiche, politiche, giuridiche, sociali e economiche possono essere accostate.

Levi non ha mai detto la frase “i palestinesi sono gli ebri di Israele”, e tuttavia nell’intervista pubblicata su Il Manifesto come in quella concessa a Stabile per La Repubblica ha affermato la possibilità di un confronto, purché questo non sia il pretesto per strumentalizzazioni e purché sia condotto entro certi limiti. Limiti fissati dal posizionamento e dal rigore analitico di Levi: “Qualche analogia c’è. lo non vorrei spingere le cose troppo oltre, ma le analogie mi sembrano essenzialmente queste. Si tratta di una «Nazione», chiamiamola così tra virgolette, perché nel mondo arabo le cose sono sempre difficilmente definibili, che si è trovata senza Paese. E questo è un punto di contatto con gli ebrei. Esiste una diaspora palestinese recente che ha qualcosa in comune con la diaspora ebraica di duemila anni fa. E l’analogia non può andare molto oltre, a mio parere»” [8].

Qui come altrove, fermarsi prima del sillogismo che gli è stato attribuito, sembra essere, per Levi, il modo migliore per evitare di trivializzare la complessità e la “scomodità” del suo ragionamento politico su Israele e Palestina: sottrarre il pensiero alle forme retoriche sintetiche dello slogan e della propaganda.

Adesso che sappiamo ciò che e vero e ciò che e falso delle parole di Levi su un tema tanto importante, possiamo rasserenarci e cercare di far proseguire il ragionamento a partire dalla sua lezione e dalle sue parole. Ciò da cui vorremmo partire, per continuare a lavorare su questi temi, è l’impressione che tutte le prese di posizione su Palestina-Israele di Levi nascano da processi di accostamento, montaggi, anche vertiginosi. Quasi un proseguimento della sua riflessione sulla “zona grigia”.

 

Note

[1] P. Levi, “Se questo è uno Stato”, intervista con Gad Lerner, L’Espresso, settembre 1984, ora in M. Belpoliti (a cura di), Primo Levi. Conversazioni e interviste 1963-1987, Einaudi, Torino 1997, p. 301.

[2] P. Levi, Se non ora, quando?, Einaudi, Torino, 1982, p. 187: “Perché? Perché ognuno è l’ebreo di qualcuno, perché i polacchi sono gli ebrei dei tedeschi e dei russi”.

[3] Negli stessi giorni in cui Scarpa e Soave hanno pubblicato il loro articolo su Il Sole 24 Ore, Marco Rovelli è intervenuto su Alfabeta2, prendendo le difese di Günter Grass all’interno della polemica scatenata da una poesia in cui l’autore tedesco ha definito Israele un “pericolo per la pace mondiale”, e criticato l’identificazione triadica politiche di Israele-ebrei-ebraismo proprio riferendosi al falso sillogismo di Levi. Rovelli ha poi rettificato e riconosciuto il “problema delle fonti”, senza per questo fare retromarcia nella sua problematizzazione dell’identificazione ebraismo-sionismo.

[4] P. Levi, “Io, Primo Levi, chiedo le dimissioni di Begin”, intervista con Gianpaolo Pansa, La Repubblica, 24 settembre 1982, ora in M. Belpoliti (a cura di), Primo Levi. Conversazioni e interviste 1963-1987, cit. p. 301.

[5] Ibidem.

[6] P. Levi, “Tornare, mangiare, raccontare”, intervista con Virgilio Lo Presti, Lotta Continua, 18 giugno 1979, ora in Ivi, pp. 52-53.

[7] P. Levi, “L’uomo salvato dal suo mestiere”, intervista con Philip Roth, La Stampa, 26 e 27 novembre 1986, ora in Ivi, p. 87.

[8] P. Levi, intervista con Alberto Stabile, La Repubblica, 28 giugno 1982, cit. in I. Soave, D. Scarpa, “Le vere parole di Levi”, Il Sole 24 Ore, 8 aprile 2012.

 

http://www.lavoroculturale.org/spip.php?article244

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