Internazionale, 06 Feb 2017

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A Battir ancora raccontano di Hassan Mustafa che salvò il villaggio. Era la primavera del 1949, il tempo in cui le cancellerie del nuovo stato di Israele e della Giordania negoziavano la linea del confine. I cartografi di re Hussein e gli strateghi dell’esercito israeliano tracciavano le frontiere dove il fuoco era cessato.

[...] Fu così che Hassan e sei amici si nascosero nel villaggio. La sera accendevano le candele in ogni casa, la mattina stendevano sui fili panni appena lavati. Da lontano, agli occhi delle vedette, Battir appariva un posto abitato, resistente e risoluto. «E l’esercito non entrò. Ecco come Hassan Mustafa salvò il villaggio», raccontano a Battir [....]

Cadeva la prima pioggia dopo mesi di siccità, ho preso un tè con Nasser di Battir. Nasser ha sedici anni e ama andare a scuola. “Ogni tanto però vado anche a lavorare”. Mi ha sorriso, si è accarezzato il viso. “Sembro un ragazzino, non ho la barba ancora. Posso passare senza problemi. La mattina prendo il sentiero e lavoro un giorno intero a Gerusalemme. Mi pagano duecento shekel a giornata. Faccio di tutto: muratore, piastrellista, qualsiasi cosa» [....]

Gli ho chiesto se passano in tanti. “Mio zio passa per andare a lavorare. A volte mio nonno passa carico di verdure, le va a vendere nella città vecchia”. Allora il varco non è una falla, né una svista. Al contrario, è funzionale all’economia dell’area. “E non credere che siamo solo noi ad attraversare”, mi ha detto Nasser, “anche loro vengono qui per visitare il villaggio. Noi sappiamo che sono israeliani. Sono benvenuti. Io detesto l’occupazione, non le persone”.