Horovitz, trilogia della solitudine
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- Categoria: Riflessioni
- Pubblicato Martedì, 29 Settembre 2009 02:55
- Scritto da Gianfranco Capitta - Spoleto
il Manifesto, 27 settembre 2009 (con richiamo in I pagina)
Spoleto ha festeggiato il compleanno dello scrittore e drammaturgo americano con la messinscena di tre suoi testi esplosivi che rappresentanola nostra realtà comeluogo crudele della storia collettiva e privata
Horovitz, trilogia della solitudine
UN RITRATTO DI HOROVITZ
Israel Horovitz ha appena compiuto settant'anni, e una vera «festa di compleanno» gli è stata dedicata proprio in Italia, con la messinscena di tre suoi testi a Spoleto al Teatrino delle Sei. Proprio dove nel 1968 era arrivato con un'altra sua trilogia, invitato dal Festival dei due mondi su proposta del Cafè La Mama di New York, diretto dalla già infaticabile Ellen Stewart. Tra gli interpreti allora delle sue pièce, tre giovani sconosciuti che di lì a poco avrebbero sfondato lo schermo: Al Pacino, John Cazale e Jill Clayburgh. Nell'autobiografia che va scrivendo per un editore francese, il drammaturgo racconta anche quel momento della sua vita. Per pagare la trasferta atlantica della squattrinata compagnia, accettò e scrisse la sceneggiatura, commissionatagli da Bino Cicogna, per un film diretto da un altro futuro maestro, John Cassavetes, che ne sarebbe stato anche interprete assieme a Peter Falk, Ben Gazzara, Gena Rowlands, e Britt Eklund, che stava nella stanza a fianco col marito Peter Sellers, ma anche molto a cuore allo sfortunato produttore (morì tragicamente due anni dopo).
Quelle peripezie italiane, tra l'Excelsior romano (allora Ciga e proprietà dei Cicogna), piazza del Popolo e Spoleto, il drammaturgo le ha raccontate gustosamente di persona, nell'incontro pubblico che ha accompagnato la presentazione della trilogia attuale. E non ha mancato di aggiungere particolari significativi, come l'eco di Berkeley e del maggio francese che lui si portava naturalmente dietro, con uscite improvvide sulla «lutte continue»; o l'incontro, poi sedimentato in lunga amicizia, con Samuel Beckett, che nell'abituale discrezione seguiva a Spoleto le rappresentazioni dei suoi Giorni felici parigini.
Sarebbe bastata la statura del personaggio a richiamare l'attenzione sul suo passaggio italiano, la sua grande vita raccontata con molto understatement assieme a sua moglie Jill, come lui elegante e pragmatica.
Ma la vera «rivelazione», nonché gradito regalo di compleanno, era già avvenuta con l'andata in scena della sua trilogia: tre testi di diversa lunghezza ma di intensità ugualmente forte, cui ha lavorato con pertinacia Andrea Paciotto, che li ha tradotti (con la supervisione di Edoardo Erba) e curato l'allestimento oltre a firmare la regia di uno dei tre. Senza nessun sostanzioso apporto pubblico bisogna dire (il comune ha offerto la «nuda ospitalità» in teatro), ma usando solo le limitate risorse della propria Offucina Eclectic Arts e del La Mama Umbria che Ellen Stewart ha impiantato da qualche anno sui monti spoletini. Fuori quindi da ogni mondanità o agiatezza festivaliera.
Eppure lo spettacolo ha un ché di esplosivo, forse perché in Italia non siamo abituati, neanche con i nostri drammaturghi importanti, a vedere rappresentata in modo così trasparente la nostra realtà, da quella del piccolo razzismo che può arrivare ad uccidere, a quella politica che ci lascia inerti e ignavi anche davanti al check point di Ramallah. Horovitz invece ci parla proprio di noi, e di quel che ci portiamo dentro di meno confessabile, intreccio di luoghi comuni e crudeltà.
Con un percorso che per certi versi può apparire parallelo a quello di Harold Pinter, lo scrittore americano è passato lungo quarant'anni e più di scrittura, dalla rappresentazione della solitudine e del conflitto, ai grandi conflitti della storia e della politica in cui non vorremmo schierarci. Una sorta di zoom progressivo e coerente quanto ineluttabile, che con gli anni si è andato mettendo sempre più a fuoco, e risulta per lo spettatore sempre più bruciante e scabroso. Il suo testo più noto e rappresentato, Line, è ormai un piccolo classico contemporaneo: quattro uomini e una donna in fila appunto, ma in competizione assoluta nel richiamare su di sé l'attenzione. Come altri testi visti anche in Italia (ad esempio La vedova del sabato sera portata prima da Patrizia Zappa Mulas e Luca Zingaretti, e poi da Arturo Cirillo) è una elegia assai amara e noir sulla solitudine e l'isolamento nella provincia americana.
Con la Trilogia di Spoleto però i riferimenti per noi si fanno davvero impressionanti, perfino violenti. L'indiano vuole il Bronx potrebbe titolarsi nella nostra odierna quotidianità «Il bengalese vuole Torbellamonaca». A una fermata d'autobus affacciata sulla notte (come avvenuto ripetutamente in questi mesi nel quartiere di Roma sud) due giovani perditempo dalla biografia difficile non trovano di meglio che infastidire sempre più pesantemente l'indiano del titolo, arrivato da poco a New York, ignaro della lingua, che vorrebbe raggiungere figli e famiglia nella casa dove questi abitano al Bronx.
Finale tragico, e premonitore, visto che il testo risale agli anni 60. Appena di due anni fa è invece Beirut rocks. Si svolge nell'albergo della capitale libanese dove gli Stati uniti raccoglievano i giovani americani presenti a Beirut, per rimpatriarli, nella notte in cui i missili d'Israele bombardavano dal mare. E tra i quattro studenti in una stanza, una americana di origine araba cresciuta dagli zii presso Boston, è in realtà stata lasciata sola da un bombardamento israeliano in Palestina. I sospetti del giovane wasp che lei possa essere imbottita di esplosivo, la portano fatalmente nel vicolo cieco di sognare davvero il «martirio».
Infine l'ultimo testo, scritto quest'anno dopo l'isolamento di Gaza, Effetto muro. Un effetto paradossale e atroce quando si capisce lentamente al checkpoint, che anche un giovane ebreo vuol farsi kamikaze per vendicare la famiglia che gli è stata appena sterminata.
Un piccolo gruppo di attori generosi (Francesco Bolo Rossini, Giorgio Marchesi, Enrico Salimbeni, Simonetta Solder e Nicole Sartirani) danno vita a quei problematici personaggi, e sono molto convincenti e privi di ogni retorica. Internazionali i registi: Luke Leonard per L'indiano, la coreana Hyunjung Lee per lo spaccato libanese, e lo stesso Paciotto per Effetto muro. Scena povera ma efficace di Paolo Liberati, che qualcuno ricorderà come ricercatore estremo con i suoi Tradimenti Incidentali.
Fortissima è invece l'emozione per il pianeta Horovitz: il dolce scrittore americano, dalle evidenti radici ebraiche, che riesce a mettere in discussione tanti luoghi comuni e pigrizie mentali, e che oltre i muri ideologici ci stimola a plasmare un mondo meno crudele e ingessato nella sua violenza. SPOLETO
Israel Horovitz ha appena compiuto settant'anni, e una vera «festa di compleanno» gli è stata dedicata proprio in Italia, con la messinscena di tre suoi testi a Spoleto al Teatrino delle Sei. Proprio dove nel 1968 era arrivato con un'altra sua trilogia, invitato dal Festival dei due mondi su proposta del Cafè La Mama di New York, diretto dalla già infaticabile Ellen Stewart. Tra gli interpreti allora delle sue pièce, tre giovani sconosciuti che di lì a poco avrebbero sfondato lo schermo: Al Pacino, John Cazale e Jill Clayburgh. Nell'autobiografia che va scrivendo per un editore francese, il drammaturgo racconta anche quel momento della sua vita. Per pagare la trasferta atlantica della squattrinata compagnia, accettò e scrisse la sceneggiatura, commissionatagli da Bino Cicogna, per un film diretto da un altro futuro maestro, John Cassavetes, che ne sarebbe stato anche interprete assieme a Peter Falk, Ben Gazzara, Gena Rowlands, e Britt Eklund, che stava nella stanza a fianco col marito Peter Sellers, ma anche molto a cuore allo sfortunato produttore (morì tragicamente due anni dopo).
Quelle peripezie italiane, tra l'Excelsior romano (allora Ciga e proprietà dei Cicogna), piazza del Popolo e Spoleto, il drammaturgo le ha raccontate gustosamente di persona, nell'incontro pubblico che ha accompagnato la presentazione della trilogia attuale. E non ha mancato di aggiungere particolari significativi, come l'eco di Berkeley e del maggio francese che lui si portava naturalmente dietro, con uscite improvvide sulla «lutte continue»; o l'incontro, poi sedimentato in lunga amicizia, con Samuel Beckett, che nell'abituale discrezione seguiva a Spoleto le rappresentazioni dei suoi Giorni felici parigini.
Sarebbe bastata la statura del personaggio a richiamare l'attenzione sul suo passaggio italiano, la sua grande vita raccontata con molto understatement assieme a sua moglie Jill, come lui elegante e pragmatica.
Ma la vera «rivelazione», nonché gradito regalo di compleanno, era già avvenuta con l'andata in scena della sua trilogia: tre testi di diversa lunghezza ma di intensità ugualmente forte, cui ha lavorato con pertinacia Andrea Paciotto, che li ha tradotti (con la supervisione di Edoardo Erba) e curato l'allestimento oltre a firmare la regia di uno dei tre. Senza nessun sostanzioso apporto pubblico bisogna dire (il comune ha offerto la «nuda ospitalità» in teatro), ma usando solo le limitate risorse della propria Offucina Eclectic Arts e del La Mama Umbria che Ellen Stewart ha impiantato da qualche anno sui monti spoletini. Fuori quindi da ogni mondanità o agiatezza festivaliera.
Eppure lo spettacolo ha un ché di esplosivo, forse perché in Italia non siamo abituati, neanche con i nostri drammaturghi importanti, a vedere rappresentata in modo così trasparente la nostra realtà, da quella del piccolo razzismo che può arrivare ad uccidere, a quella politica che ci lascia inerti e ignavi anche davanti al check point di Ramallah. Horovitz invece ci parla proprio di noi, e di quel che ci portiamo dentro di meno confessabile, intreccio di luoghi comuni e crudeltà.
Con un percorso che per certi versi può apparire parallelo a quello di Harold Pinter, lo scrittore americano è passato lungo quarant'anni e più di scrittura, dalla rappresentazione della solitudine e del conflitto, ai grandi conflitti della storia e della politica in cui non vorremmo schierarci. Una sorta di zoom progressivo e coerente quanto ineluttabile, che con gli anni si è andato mettendo sempre più a fuoco, e risulta per lo spettatore sempre più bruciante e scabroso. Il suo testo più noto e rappresentato, Line, è ormai un piccolo classico contemporaneo: quattro uomini e una donna in fila appunto, ma in competizione assoluta nel richiamare su di sé l'attenzione. Come altri testi visti anche in Italia (ad esempio La vedova del sabato sera portata prima da Patrizia Zappa Mulas e Luca Zingaretti, e poi da Arturo Cirillo) è una elegia assai amara e noir sulla solitudine e l'isolamento nella provincia americana.
Con la Trilogia di Spoleto però i riferimenti per noi si fanno davvero impressionanti, perfino violenti. L'indiano vuole il Bronx potrebbe titolarsi nella nostra odierna quotidianità «Il bengalese vuole Torbellamonaca». A una fermata d'autobus affacciata sulla notte (come avvenuto ripetutamente in questi mesi nel quartiere di Roma sud) due giovani perditempo dalla biografia difficile non trovano di meglio che infastidire sempre più pesantemente l'indiano del titolo, arrivato da poco a New York, ignaro della lingua, che vorrebbe raggiungere figli e famiglia nella casa dove questi abitano al Bronx.
Finale tragico, e premonitore, visto che il testo risale agli anni 60. Appena di due anni fa è invece Beirut rocks. Si svolge nell'albergo della capitale libanese dove gli Stati uniti raccoglievano i giovani americani presenti a Beirut, per rimpatriarli, nella notte in cui i missili d'Israele bombardavano dal mare. E tra i quattro studenti in una stanza, una americana di origine araba cresciuta dagli zii presso Boston, è in realtà stata lasciata sola da un bombardamento israeliano in Palestina. I sospetti del giovane wasp che lei possa essere imbottita di esplosivo, la portano fatalmente nel vicolo cieco di sognare davvero il «martirio».
Infine l'ultimo testo, scritto quest'anno dopo l'isolamento di Gaza, Effetto muro. Un effetto paradossale e atroce quando si capisce lentamente al checkpoint, che anche un giovane ebreo vuol farsi kamikaze per vendicare la famiglia che gli è stata appena sterminata.
Un piccolo gruppo di attori generosi (Francesco Bolo Rossini, Giorgio Marchesi, Enrico Salimbeni, Simonetta Solder e Nicole Sartirani) danno vita a quei problematici personaggi, e sono molto convincenti e privi di ogni retorica. Internazionali i registi: Luke Leonard per L'indiano, la coreana Hyunjung Lee per lo spaccato libanese, e lo stesso Paciotto per Effetto muro. Scena povera ma efficace di Paolo Liberati, che qualcuno ricorderà come ricercatore estremo con i suoi Tradimenti Incidentali.
Fortissima è invece l'emozione per il pianeta Horovitz: il dolce scrittore americano, dalle evidenti radici ebraiche, che riesce a mettere in discussione tanti luoghi comuni e pigrizie mentali, e che oltre i muri ideologici ci stimola a plasmare un mondo meno crudele e ingessato nella sua violenza.
