Il Manifesto, 2 Settembre 2010
MEDIORIENTE
PROTESTE PALESTINESI CONTRO I COLLOQUI PREVISTI PER OGGI A WASHINGTON.
NELLA FOTO PICCOLA, IL PREMIER NETANYAHU/FOTO AP
Al centro dei colloqui Gerusalemme, il diritto al ritorno per i profughi, le risorse naturali, la sicurezza di Tel Aviv, i confini dello stato di Palestina. E il riconoscimento da parte dell'Anp del carattere ebraico dello stato di Israele. Ma intanto il governo di Netanyahu annuncia la fine della moratoria sugli insediamenti a partire da fine settembre
Partono oggi i nuovi negoziati diretti tra Israele e Anp fortemente voluti dal presidente Usa Barack Obama
Barack Obama avrà oggi a Washington ciò che ha cercato per un anno e mezzo: portare israeliani e palestinesi a riprendere i negoziati diretti. L'obiettivo dichiarato del presidente americano è quello di sostenere le due parti a raggiungere entro un anno un accordo-quadro da applicare gradualmente negli anni successivi. Vuole guadagnarsi un posto nella storia Obama. Più di tutto vuole ottenere un nuovo mandato ed è convinto che il prestigio derivante da un accordo tra Israele e palestinesi gli consentirà di tenere in tasca per altri quattro anni le chiavi della Casa bianca.
Ma le probabilità che ciò si realizzi grazie al negoziato mediorientale sono molto basse. Obama rischia di rimanere a bocca asciutta come il suo predecessore democratico Bill Clinton, che nel luglio 2000 non esitò ad imporre a israeliani e palestinesi il vertice di Camp David, terminato in un fallimento completo e sfociato nell'esplosione, qualche mese dopo, della seconda Intifada palestinese contro l'occupazione.
Più di Obama rischia il presidente dell'Anp Abu Mazen che, senza avere ottenuto lo stop della colonizzazione israeliana in Cisgiordania e Gerusalemme Est, ha accettato di riprendere «senza precondizioni» il negoziato diretto con Israele. Un fallimento metterebbe ancora più in crisi l'Autorità nazionale palestinese che si regge in piedi soltanto grazie alle donazioni dei paesi occidentali. Abu Mazen peraltro ha scelto di andare alla trattativa con Israele prima della riconciliazione con il movimento islamico Hamas che dal 2007 controlla Gaza - rendendo ancora più precaria la sua autorità.





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