Fiction e documentari per cucire il difficile dialogo fra ebrei e arabi
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- Category: Riflessioni
- Published on Wednesday, 28 January 2009 03:16
- Written by Marina Catucci, Daniele Salvini, New York
il Manifesto, 27 gennaio 2009
NEW YORK JEWISH FILM FESTIVAL - Si è aperta la 18/ma edizione
«Quando ero piccola pensavo che tutti al mondo fossero comunisti e che tutti fossero ebrei». Così parla, ricordando la sua infanzia passata nelle co-op, un'anziana signora nel documentario At Home In Utopia di Michal Goldman, film a cui è stata affidata l'apertura della 18/ma edizione del New York Jewish Film Festival che si svolge in questi giorni al Lincoln Center, in collaborazione con il Jewish Museum.
Un festival, questo di New York, che trasmette la volontà di dialogo con il passato, con l'altro, con la propria cultura e espone una raffinata ricerca del mezzo espressivo. «Negli anni scorsi arrivavano molti film dall'Italia - ha aggiunto Aviva Weintraub - quest'anno invece non ne è arrivato nessuno. Mi piacerebbe lanciare un invito ai cineasti italiani perché ricomincino a mandarci film su tematica ebraica. Il fare cinema ha sempre rappresentato l'occasione per esprimere le proprie emozioni o per esplorare situazioni complesse durante i momenti di conflitto. Il cinema supera gli stereotipi, aiuta ad aprire gli occhi e la mente più di quanto possa fare un telegiornale».
L'edizione 2009 comprende 32 opere provenienti da 15 diverse nazioni a cui si aggiungono le proiezioni speciali dedicate a Solomon Mikhoels, presidente del Comitato ebraico anti fascista, attore e direttore artistico del Goset (il teatro yiddish di Mosca) ed una delle prime vittime della persecuzione ebraica perpetrata da Stalin. Nei venti e più giorni della rassegna vengono esplorate le diverse anime di una cinematografia dai confini vasti che comprende il film franco-algerino The Wedding Song, di Karin Albou dove si racconta l'amicizia tra una ragazzina ebrea ed una mussulmana in un quartiere povero di Algeri durante la seconda guerra mondiale; il film israeliano Yideshe Mama di Gennady Kuchuk che mostra la reazione poco appropriata della madre alla notizia del suo fidanzamento con una ragazza etiope.
Il documentario svedese Young Freud in Gaza di PeA Holmquist e Suzanne Khardalian segue invece uno psicanalista di Gaza che lavora con pazienti affetti da stress nervoso post-traumatico causato dal permanente conflitto israelo-palestinese. In My Father's Palestinian Slave di Nathanel Goldman ad essere messa in evidenza è la differenza di approccio tra due generazioni diverse di pacifisti israeliani, dove il figlio rimprovera al padre l'atteggiamento rassegnato davanti all'ineguaglianza sociale. Fra gli esponenti principali del nuovo cinema israeliano, c'è Moshe Mizrahi che propone col suo Weekend In Galilee una rivisitazione di Zio Vanya. Darling! La sua è la storia dell'attore e drag queen ebreo sudafricano Pieter-Dirk Uys.
Ciò che unisce i documentari ai film di fiction, al di là della tematica ebraica, è l'uso narrativo delle immagini d'archivio, dove filmati e foto dalle diverse testure e provenienti da epoche diverse si mescolano a materiali contemporanei, girati con supporti digitali talvolta ripresi direttamente da un monitor Lcd dai grossi pixel. Il Bronx che vediamo nel film di apertura del festival (At Home In Utopia) è quello attuale, mischiato però a quello in bianco e nero degli inizi del '900, in cui i comitati socialisti e comunisti di New York si riunivano per organizzare volantinaggi. In più, vengono inseriti filmati degli anni 50, dalle tinte rossastre, che mostrano gli arrivi nel quartiere delle famiglie black e i primi matrimoni misti all'interno della comune, in una zona all'epoca completamente bianca, come raccontato nelle interviste di anziane signore ebree dell'est Europa, diventate nonne di giovanotti neri nell'epoca della Black Exploitation.
I ricordi per immagini, la memoria presente nelle opere è fatta di testure diverse che vengono utilizzate non come parentesi didascaliche della narrazione, ma come parte essenziale della storia, così come la colonna sonora di Nina Hagen accompagna i momenti più intensi della vicenda delle due ragazzine di Algeri in un film dove solo la recitazione delle attrici ricorda che stiamo vedendo una fiction del 2008 e non un documentario, ma una volta oltrepassati gli elementi di differenza visiva, la memoria e la rappresentazione dell'attualità lasciano un quadro complessivo composto da nozioni immagazzinate ed esperienza contemporanea.
