Occhi «strabici» sul nostro mondo
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- Category: Riflessioni
- Published on Wednesday, 09 December 2009 03:45
- Written by Cristina Piccino - Milano
il Manifesto, 8 dicembre 2009
FESTIVAL
Filmmaker ha premiato «Jaffa» di Eyal Sivan. La rassegna milanese, che si è chiusa con un omaggio a Pippo Delbono, continua a indagare il cinema di radicalità politica eccentrica che usa l'arma dell'immagine. Da Sylvain George a «Sotto tregua Gaza» di Maria Nadotti
Ha vinto Jaffa, il nuovo film di Eyal Sivan che la giuria (Giovanni Maderna, Fabrizio Grosoli, Antonio Franchini, Anna Milani, Gianmarco Zanrè) ha premiato senza esitazione anche se nell'«imbarazzo della scelta» davanti a un concorso di qualità alta - il premio dei giovani è stato vinto invece da Pietro Marcello con La bocca del lupo. Infatti nonostante il budget al minimo l'edizione 2009 di Filmmaker, festival milanese che da quasi trent'anni viaggia tra gli immaginari, ha messo insieme un cartellone importante, pieno di suggerimenti (e scommesse) su quanto accade nel cinema oggi, tendenze e limiti, conquistando ogni giorno un pubblico molto numeroso (pienone nella serata finale, fino all'una di notte, insieme a Pippo Delbono e alla sua Paura)
Intanto gli archivi il cui utilizzo nei film è divenuto da qualche tempo molto frequente. Due amici che degli archivi hanno fatto la sostanza del loro cinema mi dicono che pensano di abbandonarli almeno per un po', sconcertati dall'uso smodato che ne viene fatto. Jaffa di Sivan è un film di archivio in senso assai ampio, ci sono vecchi filmati ma anche fotografie, insegne pubblicitarie, dipinti di artisti, tutto ciò che può narrare una memoria. Però come nei migliori esempi - tra i quali gli amici in questione, Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi - Sivan li utilizza non in modo accessorio, sono lì per decostruire il senso di ciò che rappresentano. Nel caso il Mito che fonda Israele e distrugge la Palestina, ma anche l'invenzione dell'oriente come altrove «esotico» da parte degli europei, dunque del colonialismo, in una stratificazione di paradossi di cui l'arancia diviene il simbolo privilegiato. Quasi in contrappunto al «mal d'archivio», c'è un'altra tendenza emersa dal festival, l'uso cioè di archivi personali, quello che fa Thomas Heise (e che hanno fatto Gianikian e Ricci Lucchi nel loro nuovo lavoro, Frammenti elettrici n.6 - Diario 1989 - Dancing in the Dark), che vuol dire ripartire da immagini girate decenni prima cercandone l'attualità e il conflitto - Material di Heise è quasi una saggio sulla resistenza dell'immagine a se stessa.
Un archivio personalissimo è pure quello di Sylvain George, cineasta francese che abbiamo scoperto l'anno scorso grazie a Filmmaker, che ha portato L'impossible - Pages arrachées, poesia feroce sulla nostra realtà in una serie di capitoli scanditi da parole, suoni, silenzi. Il jazz di Archie Shepp tra gli altri che ha accompagnato qualche settimana fa, la proiezione a Parigi, un pezzo che George vuole montare nel suo film in continuo cambiamento come il mondo. In bianco e nero e a colori, girato col super8 come rivendicazione di un rifiuto del conformismo digitale, ci dice l'attualità nella sua dolorosa sostanza. I migranti, come li vediamo nel frammento di un lavoro collettivo sul contemporaneo che ha proiettato in anteprima al festival (si chiama Outrage & Rébellion), non rientrano nel format digitale dei servizi televisivi e dell'informazione dominante. George mostra piuttosto ciò che deve rimanere invisibile, la violenza dei governi e delle democrazie esercitata in nome dell'ordine, la criminalizzazione di migranti, movimenti antagonisti, pensiero critico, radicalità di chi non accetta questa Europa di destra al potere e «sinistra» (?) afasica. Nous tueront tous ... è il titolo del corto, siamo a Calais, la città delle giungle come chiamano dove vivono nascosti i migranti che vorrebbero traversare l'oceano. «Ci uccideranno tutti», una frase che ripetono da quando Baba Traoré, che stava in Francia da anni, aveva un lavoro ma il permesso scaduto, è morto gettandosi nel fiume per fuggire i poliziotti. Fa parte del rischio, «normale». Come sono normali in una società che si dice democratica i rastrellamenti di migranti filmati da George. Divento pazzo dice un uomo davanti al fuoco un attimo prima. Lì, a Calais, si buttano sotto ai camion pur di non farsi prendere. La grana è densa, quella realtà è la nostra, mica di altri.
È un cinema politico che fa Sylvain George, come Sivan, cosa che in Italia spaventa specie i più giovani quasi che la «politicità» fosse il soggetto svolto (e accade spesso coi documentari) e non quella delle immagini. Ce lo hanno provato quasi tutti i progetti produttivi di Filmmaker, un bello sforzo per indagare il cinema italiano da cucciolo, con qualche eccezione, tipo Istruzioni per essere felici di Elvio Annese e 42 Storie di un edificio mondo di Francesca Cogni e Donatello De Mattia (ne riperleremo).
Una sorpresa bella, e imprevista, arriva da Sotto tregua Gaza di Maria Nadotti e Giuseppe Baresi. Che comportava parecchie difficoltà, primo evitare l'immagine della Palestina più conosciuta di guerra e lacrime di morte, cercando invece anche in quella distruzione quotidiana la vita. Poi il fatto che all'origine di questo film c'era una serata teatrale organizzata da Maria Nadotti, studiosa di letteratura, giornalista, saggista, infaticabile voce critica sui crimini che Israele commette in Palestina, lo scorso febbraio dopo l'orrore passato quasi come fatto ordinario dell'attacco alla Striscia di Gaza nei giorni di Natale. Aveva invitato molti artisti a leggere sul palco, la risposta era stata unanime, tanti hanno partecipato e tanti altri hanno sostenuto anche economicamente l'evento. Quindi: come rendere l'emozione intensa di quell'appuntamento, ciò da cui era nato, la necessità di rompere un silenzio indifferente nelle immagini? Ci sono i volti di chi quella sera è intervenuto, Sandro Lombardi, Pippo Delbono, Giuseppe Cederna, Licia Maglietta, le parole, fisiche anche nell'immagine di scrittori di oggi e di ieri, che narrano la Palestina. Sono voci di palestinesi e di israeliani e di altri ancora, come John Berger. Parlano di attese, del rifiuto di servire l'esercito israeliano, di case distrutte e di affetti rubati. Tra loro entrano indipendenti scene di vita a Gaza oggi, Uomini e donne che continuano a vivere malgrado l'occupazione, l'embargo, gli israeliani che gli hanno tolto il cielo e il mare, la miseria. L'elettricità che va via quando Israele decide, le case distrutte e la spiaggia su cui si va avanti e dietro per superare i check point perché comunque si vive. Immagini diverse, non «l'eccezionalità» della guerra ma un diario quotidiano negli anni che ci fa conoscere, arrabbiare, ci commuove con dolcezza.
