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Réfugiés palestiniens
"The Right Of Any Civilised Human Being" Array Imprimer Array
Écrit par Lawrence of Cyberia   
Mercredi, 03 Mars 2010 07:56

28 February 2010

We understand the right of return perfectly well when it suits us. Like, for example, when we're talking about refugees from the former Yugoslavia.

1. UNHCR effort in Balkans attracts strong criticism from Oxfam; The Irish Times (cached), 19 May 1999.

Mr Tony Blair visited a camp run by the Turkish Red Crescent in Elbasan, about 67km from Tirana.

The British Prime Minister, pursing his lips and shaking his head as though he could not bear to hear it, sat cross-legged on the floor of a tent as an elderly woman refugee from Kosovo described seeing a Serb paramilitary gunman shoot a man dead in front of her...

The Elbasan camp houses around 4,000 refugees, and in a 30-minute stop Mr Blair had time to listen to only a few of their stories. But it was enough for him to be moved. After walking down two lines of neatly placed white tents, he strode to the microphones with the Albanian Prime Minister, Mr Pandeli Majko, beside him. "These people have been driven from their homes and their homeland," he declared. "Our mission is very simple and very clear. It is to make sure that they return and are able to live in peace and security as should be the right of any civilised human being.

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Le vittime viventi. Sabra e Chatila 25 anni dopo (1982-2007) Array Imprimer Array
Écrit par Bayan Nuwayhed al-Hout   
Samedi, 27 Février 2010 21:53

Per non dimenticare Sabra e Chatila, 22 febbraio 2010

Vittime del massacro di Sabra e Chatila

 

Vi proponiamo la lettura di un saggio (tradotto da Vincenzo Brandi con la collaborazione di Marta Turilli) della professoressa Bayan Nuwayhed al-Hout, docente di Scienze Politiche all’Università di Beirut, che ha condotto una lunga ricerca sul massacro di Sabra e Shatila basata principalmente sulle testimonianze orali dei sopravvissuti o dei congiunti delle vittime, pubblicata in “Sabra e Shatila: settembre 1982”, Londra, Pluto Press, 2004. Quest’opera è tradotta in varie lingue e sarebbe molto importante farla conoscere anche in Italia ma fino ad oggi non è stato possibile realizzare questo progetto.

Il  saggio è stato scritto in occasione dei 25 anni della strage di Sabra e Chatila ed è un tributo nei confronti degli uomini e delle donne che hanno visto con i loro occhi scampando la morte: ed offre elementi di analisi e ricostruzione dei fatti al cui centro c’è l’impossibilità di vivere per chi è sopravvissuto a quell’orrore.

Le vittime dei massacri non vengono uccise solo quando sono fisicamente soppresse: quella è solo la prima volta. Esse sono moralmente uccise ogni volta che le voci libere non riescono a dire la verità e a condannare gli assassini. Questa è la grande tragedia; è la tragedia delle vittime viventi, coloro che recano nelle loro memorie, negli occhi e nella coscienza, la vocazione verso le loro vittime morte.

Il massacro di Sabra e Shatila non è stato solo uno dei massacri più crudeli del 20° secolo, o solo un capitolo nella lista dei massacri israeliani a danno dei Palestinesi e degli Arabi. Il mistero di “Sabra e Shatila” sta nel fatto che esso è ben lungi dall’essersi concluso, e non potrà mai esserlo finché la sua gente continuerà a soffrire di incubi. Anche se si muovono, viaggiano, lavorano, si sposano, allevano figli, essi continuano a scoprire – consapevolmente o no – che il corso delle loro vite è dettato dal massacro. Avevano pensato che ogni successo che potessero ottenere, ogni emigrazione verso paesi distanti migliaia di miglia da Sabra e Shatila, avrebbe loro permesso di superare lo strazio, ma ciò non è accaduto. Queste sono infatti le vittime viventi.

L’operazione iniziò al tramonto, era giovedì 16 settembre 1982, ed ebbe termine intorno all’una di pomeriggio di sabato 18 settembre. Continuò avanti senza interruzione per 43 ore.

In quell’occasione, l’esercito israeliano circondò il campo di Shatila e tutti i quartieri popolari vicini, e mantenne l’area continuamente illuminata per mezzo di artiglierie ed aerei, finchè la notte di Sabra e Shatila fu di fatto mutata in giorno, e l’intera area fu trasformata in un’isola violata dalle milizie delle Forze Libanesi (la Falange) e da altre milizie che davano loro man forte.

Di fatto, i soldati e gli ufficiali israeliani si comportarono come membri di una compagnia teatrale agli ordini – espliciti o impliciti – del regista Ariel Sharon e del suo assistente Raphael Eitan. Quegli ordini comportavano che gli  israeliani sorvegliassero l’area di Shatila da tutti i lati ed in corrispondenza di tutte le uscite dai tetti degli edifici più alti. Qualsiasi cosa accadesse, ci si aspettava da loro che non vedessero, non sentissero e non testimoniassero!

Molti degli assedianti israeliani erano ben consci di quanto stava accadendo: sterminio di famiglie, vecchi e bambini; episodi di tortura e rapimento; seppellimento di persone ancora vive; cancellazione delle tracce del massacro con i bulldozer. Alcuni degli ufficiali israeliani inviarono rapporti, nessuno dei quali raggiunse la sua destinazione finale, cioè gli alti ufficiali dell’esercito o la sua struttura di comando!! Ma quegli alti ufficiali erano pienamente a conoscenza delle leggi internazionali.

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Right to Return to the Middle East Array Imprimer Array
Écrit par Sergio Yahni, Alternative Information Center (AIC)   
Samedi, 13 Février 2010 09:09

The Alternative Information Center, 12 February 2010

Palestinian refugee camp, 1948.

The Palestinian leadership can reach and even sign an agreement with Israel, but the refugees will be the ones to determine the fate of such an agreement. Zionism and the Arab regimes cannot accept this. In their eyes, the role of the weakened is to remain weakened, secondary to the progress of history. The history of the Middle East today is carried by the refugees, and will be determined by them.

Although the fates of the Jewish Arabs, residents of the transit camps, and the Arab Palestinians, residents of the refugee camps, were so different, common to both is the effort of the Israeli society, and primarily the liberals within it, to negate their existence. What is the Geneva Accords if not an attempt by the Israeli elite to receive Palestinian agreement to ownership over refugee lands? Privatization of the lands will not be complete without a document providing to this same elite sole and uncontested ownership.

 

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Stateless Again Array Imprimer Array
Écrit par Human Rights Watch   
Dimanche, 07 Février 2010 18:15


January 31, 2010

[S]ince 1988, and especially over the past few years, the Jordanian government has been arbitrarily and without notice withdrawing Jordanian nationality from its citizens of Palestinian origin, making them stateless. For many of them this means they are again stateless Palestinians as they were before 1950.

Some Jordanian officials have said they are doing so in order to forestall supposed Israeli designs to colonize the West Bank, by maintaining the birthright of Palestinians to live in the West Bank. Yet the real reason may be Jordan's desire to be able to rid itself of hundreds of thousands of Jordanian citizens of Palestinian origin whom Jordan could then forcibly return to the West Bank or Israel as part of a settlement of the Palestinian refugee problem caused by the 1948 and 1967 Arab-Israeli wars. At least that appeared to be the interpretation of a high-ranking Ministry of Interior official who in July 2009 said that certain Jordanians of Palestinian origin would remain Jordanian nationals only until such time that a refugee settlement had been reached.

So far, Jordan has withdrawn its nationality from thousands of its citizens of Palestinian origin-over 2,700 between 2004 and 2008 alone. It has done so, in the individual cases Human Rights Watch identified, in an arbitrary manner and in violation of Jordan's nationality law of 1954.

 

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Giordania: revocata la cittadinanza ai palestinesi Array Imprimer Array
Écrit par F.J.   
Jeudi, 04 Février 2010 17:39

Associazione di Amicizia Italo-Palestinese, 3 febbraio 2010

www.moheet.com

1.02.20101

“Invito alla Giordania di interrompere il ritiro della cittadinanza ai palestinesi”

Amman: L’organizzazione mondiale "Human Rights Watch" ha invitato (Lunedì 1° Febbraio)  la Giordania a sospendere il ritiro della nazionalità ai cittadini giordani di origine palestinese, sottolineando che il regno ha ritirato finora la cittadinanza a 2732 Palestinesi. La Giordania giustifica il ritiro come un’operazione per l’attuazione della decisione di disimpegno dalla Cisgiordania preso nel lontano 1988.

Il quotidiano londinese "Al Quds Al Arabi", ha intervistato Sarah Leah Whitson,  direttore esecutivo dell’organizzazione in Medio Oriente e nord Africa, che ha dichiarato che il governo giordano sta applicando la sua politica senza prendere in considerazione i diritti fondamentali di migliaia di persone.

Ha aggiunto anche: “I funzionari del governo giordano negano a intere famiglie di poter vivere una vita normale e sicura, come quella goduta dalla maggioranza dei cittadini giordani e considerata una cosa scontata.

Sarah Leah Whitson ha spiegato che i funzionari giordani ritirano le cittadinanze in modo arbitrario, dicendo: "Oggi sei un giordano e domani sei espropriato da tutti i tuoi diritti di cittadino di questo paese."

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