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Per non dimenticare Sabra e Chatila, 22 febbraio 2010

Vittime del massacro di Sabra e Chatila
Vi proponiamo la lettura di un saggio (tradotto da Vincenzo Brandi con la collaborazione di Marta Turilli) della professoressa Bayan Nuwayhed al-Hout, docente di Scienze Politiche all’Università di Beirut, che ha condotto una lunga ricerca sul massacro di Sabra e Shatila basata principalmente sulle testimonianze orali dei sopravvissuti o dei congiunti delle vittime, pubblicata in “Sabra e Shatila: settembre 1982”, Londra, Pluto Press, 2004. Quest’opera è tradotta in varie lingue e sarebbe molto importante farla conoscere anche in Italia ma fino ad oggi non è stato possibile realizzare questo progetto.
Il saggio è stato scritto in occasione dei 25 anni della strage di Sabra e Chatila ed è un tributo nei confronti degli uomini e delle donne che hanno visto con i loro occhi scampando la morte: ed offre elementi di analisi e ricostruzione dei fatti al cui centro c’è l’impossibilità di vivere per chi è sopravvissuto a quell’orrore.
Le vittime dei massacri non vengono uccise solo quando sono fisicamente soppresse: quella è solo la prima volta. Esse sono moralmente uccise ogni volta che le voci libere non riescono a dire la verità e a condannare gli assassini. Questa è la grande tragedia; è la tragedia delle vittime viventi, coloro che recano nelle loro memorie, negli occhi e nella coscienza, la vocazione verso le loro vittime morte.
Il massacro di Sabra e Shatila non è stato solo uno dei massacri più crudeli del 20° secolo, o solo un capitolo nella lista dei massacri israeliani a danno dei Palestinesi e degli Arabi. Il mistero di “Sabra e Shatila” sta nel fatto che esso è ben lungi dall’essersi concluso, e non potrà mai esserlo finché la sua gente continuerà a soffrire di incubi. Anche se si muovono, viaggiano, lavorano, si sposano, allevano figli, essi continuano a scoprire – consapevolmente o no – che il corso delle loro vite è dettato dal massacro. Avevano pensato che ogni successo che potessero ottenere, ogni emigrazione verso paesi distanti migliaia di miglia da Sabra e Shatila, avrebbe loro permesso di superare lo strazio, ma ciò non è accaduto. Queste sono infatti le vittime viventi.
L’operazione iniziò al tramonto, era giovedì 16 settembre 1982, ed ebbe termine intorno all’una di pomeriggio di sabato 18 settembre. Continuò avanti senza interruzione per 43 ore.
In quell’occasione, l’esercito israeliano circondò il campo di Shatila e tutti i quartieri popolari vicini, e mantenne l’area continuamente illuminata per mezzo di artiglierie ed aerei, finchè la notte di Sabra e Shatila fu di fatto mutata in giorno, e l’intera area fu trasformata in un’isola violata dalle milizie delle Forze Libanesi (la Falange) e da altre milizie che davano loro man forte.
Di fatto, i soldati e gli ufficiali israeliani si comportarono come membri di una compagnia teatrale agli ordini – espliciti o impliciti – del regista Ariel Sharon e del suo assistente Raphael Eitan. Quegli ordini comportavano che gli israeliani sorvegliassero l’area di Shatila da tutti i lati ed in corrispondenza di tutte le uscite dai tetti degli edifici più alti. Qualsiasi cosa accadesse, ci si aspettava da loro che non vedessero, non sentissero e non testimoniassero!
Molti degli assedianti israeliani erano ben consci di quanto stava accadendo: sterminio di famiglie, vecchi e bambini; episodi di tortura e rapimento; seppellimento di persone ancora vive; cancellazione delle tracce del massacro con i bulldozer. Alcuni degli ufficiali israeliani inviarono rapporti, nessuno dei quali raggiunse la sua destinazione finale, cioè gli alti ufficiali dell’esercito o la sua struttura di comando!! Ma quegli alti ufficiali erano pienamente a conoscenza delle leggi internazionali.
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