

06/08/2010
Raja Shehadeh, fondatore dell'ong al-Haq che si batte per il rispetto dei diritti umani, e il suo libro Il pallido dio delle colline. Sui sentieri della Palestina che scompare
L'occupazione, ma anche Fatah e Hamas, e la loro degenerazione. Camminando tra le colline, "in questo nuovo mondo piazzato tra i miei luoghi abituali", Raja Shehadeh racconta la Palestina che scompare
Contro chi sostiene di amare una terra che intanto asfissia di cemento, resistenza è anche camminare tra le sue colline, e lungo un sentiero verde e sinuoso, saltare tra un sasso e l'altro per non calpestare l'erba giovane - e alla violenza opporre non altra violenza, ma la delicatezza e cura. Perché ha arsenali non di proiettili e esplosivi, questa guerra, ma mattoni, e urbanisti, non generali per strateghi. E resistenza è dignità, è coraggio è ostinazione. Ma soprattutto diversità.


La parola e la bellezza. Fragile e introverso, Raja Shehadeh è un avvocato di quelli come Tom Hanks in Philadelphia: quelli che la passione per il diritto è la passione per la sua capacità, a volte, di diventare giustizia. Quando ha fondato al-Haq, trent'anni fa, abitava in territori che Israele non considerava neppure occupati, ma amministrati; oggi si studiano le norme sulla giurisdizione universale, prima di imbarcare una Tzipi Livni su un volo per l'Europa. Ma nessuna sentenza sarà mai risolutiva se al fondo questo conflitto, come scriveva Edward Said, non è lo scontro tra un torto e una ragione, ma più radicale, una affermazione e una negazione: perché "la Palestina è stata costantemente reinventata. A pellegrini e viaggiatori non è mai importato il paese reale, ma solo la conferma delle proprie convinzioni politiche e religiose. Con conseguenze devastanti per i suoi abitanti originari". Una terra desolata, con gli arabi minimizzati a comparse di copioni altrui, accidentali passanti in attesa di redenzione, modernizzazione - estinzione: e contro la negazione, la sola immunità possibile è per Shehadeh allora tutta la potenza, la luce della parola: in una Palestina ritratta nelle sue infinite cromature, tra colline conosciute e toccate centimetro a centimetro - a ogni fiore, ogni sorgente il proprio nome. E la propria storia: perché una pietra sagomata possa restituire ricordi lontani, e senza soluzione di continuità, e come una pagina di Proust, in simbiosi e osmosi, il paesaggio farsi passaggio, relazione - legame non con la Bibbia, ma con la vita.