rivista UNA CITTA''s Notes
6 luglio 2010
Amira Hass, redattrice di Ha’Aretz e collaboratrice del settimanale Internazionale, ha tenuto una conferenza a Torino al termine di un workshop per giornalisti intitolato “Il conflitto israelo-palestinese: quale informazione?”, organizzato dalla rete Ebrei contro l'occupazione e dal Comitato di solidarietà con il popolo palestinese. Un'opportunità per ascoltare questa coraggiosa giornalista israeliana che ha stabilito la propria residenza nella striscia di Gaza dal 1993 al 1996, e poi dal 1997 a Ramallah, in Cisgiordania, per osservare e raccontare il conflitto israeliano-palestinese senza intermediazioni. Attualmente, la Hass è l'unica corrispondente israeliana dai territori occupati.
E' autrice di “Domani andrà peggio: lettere dalla Palestina e Israele 2001-2005” (Fusi orari, 2005).
Amira Hass: prima di parlare dei dettagli riguardanti le situazioni e i luoghi in cui si sono formati e agiscono i comitati popolari oggi più attivi contro l’occupazione, vorrei portare la vostra attenzione sulla dimensione personale della lotta che il popolo palestinese ha sviluppato, una dimensione che permette di affrontare nel quotidiano le sfide imposte dall’occupazione e fa sì che ciascuno, individualmente, debba sviluppare un progetto personale di resistenza. Una delle principali risorse del popolo palestinese, per quanto ho potuto osservare nei miei sedici anni vissutigli accanto – perché su questo si basa la mia esperienza – è proprio questo modello di lotta. Tuttavia, questa forma personale di resistenza non si è trasformata in una strategia di tipo collettivo o nazionale, gestita su un livello capace di coinvolgere l’intera comunità palestinese, o la nazione, nel suo insieme.
In Palestina ci sono da tre milioni e mezzo a quattro milioni di persone che ogni giorno devono sfidare un governo e un’occupazione che agiscono in modo disonesto, deformando la realtà. Chi abita in Cisgiordania e a Gerusalemme, ogni giorno si chiede come poter sopravvivere e come lottare contro restrizioni che ostacolano ogni attività: muoversi, costruire abitazioni, piantare alberi, vivere … Non sto parlando dei prigionieri né delle famiglie dei prigionieri, di coloro che sono morti o dei loro familiari. Sto parlando dei modi in cui riescono a sopravvivere nel quotidiano le persone e di come riescono a dare dignità alla loro vita nonostante il regime di occupazione. Sto parlando anche dei fatti di Gaza, dove la popolazione vive ingabbiata – ma questo non accade soltanto da tre anni: sono vent’anni che Gaza soffre per le segregazioni imposte dall’occupazione – e sto parlando di come le persone sfidano questa realtà e riescono lo stesso a vivere come essere umani.





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