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Opposizione israeliana
Accademici appoggiano attori contro colonie | Stampa |
Scritto da red   
Giovedì 02 Settembre 2010 16:05

Il governo Netanyahu e i media condannano gli attori e gli autori che rifiutano attivita' culturali nelle colonie nei Territori occupati. Ma alla protesta si sono uniti anche 150 docenti universitari.

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Gerusalemme, 31 agosto 2010 (nella foto dal sito www.imemc.org la colonia di Ariel), Nena News – Si allarga la protesta in Israele contro le attivita’ culturali nelle colonie ebraiche costruite nei Territori palestinesi occupati nel 1967,  partita la scorsa settimana da un gruppo di alcune decine di attori e di autori teatrali che si sono opposti alla collaborazione con il Palazzo della Cultura che a novembre verra’ inaugurato ad Ariel, il secondo per grandezza degli insediamenti israeliani in Cisgiordania.  A coloro che si oppongono a vedere, come vorrebbero il governo e buona parte dei media, nel Palazzo della Cultura di Ariel «un teatro come gli altri», si sono uniti nelle scorse ore anche 150 accademici. Nei prossimi giorni e’ attesa inoltre una lettera aperta  di alcuni scrittori – fra cui Yehoshua, Oz,  Grossman – che affermano che non parteciperanno ad  attività culturali in Cisgiordania fino al termine dell’ occupazione militare israeliana.

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Una ninna nanna per mio padre | Stampa |
Scritto da Amos Gitai   
Giovedì 02 Settembre 2010 03:23

Il Manifesto, 1 Settembre 2010

biennale

«UNITÉ D’HABITATION» A HAIFA, PROGETTI DI M. WEINRAUB GITAI. A DESTRA PALAZZO DEL CINEMA/FOTO REUTERS

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Il regista Amos Gitai ricorda la figura paterna di Munio Weinraub Gitai, architetto del Bauhaus e dell'utopia laica sionista senza rabbini né militari. Una vita che diviene la storia dello stato d'Israele. La concezione di architettura come obbedienza a un progetto collettivo, dagli anni tedeschi alla fuga dai nazisti

Munio mio padre.
Come tutti quelli della sua generazione applicava all'architettura la nozione di modestia, di ritegno. L'obbedienza a un progetto collettivo, che è anche questa la tradizione del Bauhaus, e non solo gli edifici ortogonali. Immaginiamo che adesso io cominci a lavorare a un film sulla sua biografia, e sulla geografia, sulla geometria dell'architettura. Vorrei mostrare i legami tra i movimenti storici e politici che hanno creato e affermato un linguaggio minimalista, fattuale. Che sono conseguenza della razionalizzazione del design e della rivoluzione tecnologica vissute in tutte le città come Berlino all'inizio del ventesimo secolo, il periodo che ci riguarda.
Berlino che allora appariva come un agglomerato di borghi prussiani aveva bisogno di sviluppare un'unità di stile, una logica industriale. Doveva pianificare un habitat per le masse nel contesto della cultura di massa, quella di Benjamin, Adorno, Marcuse.

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Mai nelle colonie, la rivolta degli attori | Stampa |
Scritto da Michele Giorgio GERUSALEMME   
Mercoledì 01 Settembre 2010 02:59

Il Manifesto, 31 Agosto 2010

ISRAELE - In 40 rifiutano di esibirsi. È polemica

Trattati come «traditori» dal governo e da gran parte dei media, accusati di negare il «diritto alla cultura» ad altri israeliani. Ma non fanno marcia indietro. Solo cinque dei quasi 40 attori ed attrici, registi ed autori che si rifiutano di lavorare nelle colonie israeliane in Cisgiordania, hanno ritirato la loro adesione alla lettera di protesta contro la decisione delle principali compagnie teatrali del paese - Habima, Cameri e Beit Lessin di Tel Aviv, Khan di Gerusalemme e quelle di Haifa e di Beer Sheva - di collaborare con il Palazzo della Cultura che sarà inaugurato a novembre nell'insediamento colonico di Ariel (Nablus). «Chi ha firmato la lettera non vuole partecipare in alcun modo alle politiche di occupazione» , ha spiegato al manifesto l'attore Yossi Pollack, uno dei promotori del «rifiuto». «Un numero crescente di istituzioni e persone ormai considerano le colonie parte di Israele, ma non è così. Quella terra appartiene ai palestinesi e i coloni sono occupanti», ha aggiunto l'attore.
Pollack e gli altri artisti refusenik firmatari della lettera, tra i quali l'attrice Einat Weizman, i registi Rina Yerushalmi e Moti Lerner e gli autori Yehoshua Sobol e Savion Lebrecht, hanno ripetuto in questi ultimi due giorni la loro posizione, senza però riuscire a far breccia nel muro di accuse. «Gli ebrei non possono boicottare altri ebrei» hanno scritto diversi editorialisti (e non solo quelli vicini al governo), secondo i quali i coloni «sono israeliani» e, pertanto, hanno gli stessi diritti degli altri cittadini del paese. «Coloro che ci condannano - ha proseguito Yossi Pollack - provano a spostare i termini della questione. Il punto non è la cittadinanza dei coloni ma l'occupazione dei territori palestinesi, alla quale noi ci rifiutiamo di partecipare. I cittadini di questo paese hanno diritto alla cultura ma in Israele, non in un territorio strappato con la forza ad un altro popolo».

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Ramadan Kareem dalle amministrazioni Netanyahu e Obama | Stampa |
Scritto da Jeff Halper   
Martedì 31 Agosto 2010 22:24

11 agosto 2010

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Ieri, alle 2:30 del mattino, il giorno prima che iniziasse il mese sacro del Ramadan,  lavoratori inviati dalle autorità israeliane, protetti da decine di poliziotti, hanno distrutto le lapidi nella ultima parte del cimitero Mamilla, uno storico luogo di sepoltura musulmano con tombe risalenti al 7° secolo, finora lasciato intatto. Il governo di Israele è sempre stato pienamente consapevole della santità e dell'importanza storica del sito. Già nel 1948, quando il controllo del cimitero è stato attribuito ad Israele, il ministero israeliano degli Affari religiosi ha riconsciuto Mamilla "essere uno dei più importanti cimiteri musulmani, dove sono sepolti settantamila guerrieri di armate musulmane [di Saladino], insieme a molti fedeli. Israele saprà sempre proteggere e rispettare questo luogo." Malgrado tutto questo, e nonostante la (giusta) indignazione israeliana quando cimiteri ebraici vengono profanati in qualsiasi parte del mondo, lo smantellamento del cimitero Mamilla è stato sistematico. Nel 1960 su una porzione di questo  è stato costruito lo "Independence Park"; successivamente è stato costruita una strada urbana che ci passava in mezzo, grandi cavi elettrici sono stati posti sulle tombe e un parcheggio è stato costruito sopra un altro pezzo ancora. Ora, circa 1.500 tombe musulmane sono state rimosse in diverse operazioni notturne per far posto ... al Museo, da 100 milioni dollari,  della Tolleranza e della Dignità umana, un progetto del Simon Wiesenthal Center di Los Angeles. (Ironia della sorte, il rabbino Marvin Hier, il direttore del Centro Wiesenthal è apparso su Fox News, per esprimere la sua opposizione alla costruzione di una moschea vicino a Ground Zero a Manhattan, perché il sito dell'attacco dell 11 settembre "è un cimitero.")

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Five Reasons Why Barbara Slavin’s Cautious Optimism is Misplaced | Stampa |
Scritto da Jerry Haber   
Martedì 31 Agosto 2010 08:32

The Magnes Zionist, August 26, 2010

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A very good example of what is fundamentally wrong about how Americans view the Israel/Palestinian Conflict is provided by Barbara Slavin here. In a contrarian spirit of being a teeny bit upbeat about the next round in Israeli Arab peace talks (going on for around sixty plus years, but in its present Israeli-Palestinian format, for almost twenty years), she lists five reasons for optimism, before turning to reasons for pessimism. Since I am a pessimist I will focus on her first five reasons. Here they are with my comments.

"1. The outlines of a settlement have been clear for years. Israel would retain large blocs in the West Bank near Jerusalem, share Jerusalem with the Palestinians and get rock-solid security assurances from the United States. Palestinian refugees could return but only to a new Palestinian state."

Comment: The fact that the outlines of a settlement have been clear "for years" suggests that they are, in fact, unacceptable and unworkable. For example, what matters the most to Palestinians, according to a recent poll, is their having a strong military to provide for their own security -- a demand that no Israeli government will even contemplate. (Not even the Geneva Initiative goes there.) And there are many other non-negotiables for both sides. So if the talks focus around these outlines, they are doomed to fail. Of course, I can see that how these outlines would be most acceptable to your garden-variety liberal Zionist. But how will they speak to Palestinians who are concerned with the control of their borders, their land, their resources, their security, and their future? And for that matter, what of those on both sides who reject them – and they may constitute a majority? "

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