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Scritto da Barbara Antonelli
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Domenica 15 Agosto 2010 19:50 |
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06/08/2010
Riapre i battenti, dopo 30 anni, il cinema della città della Cisgiordania grazie a un consorzio internazionale
C'era una volta il Cinema Jenin, 500 poltroncine rosse, il più grande dei territori palestinesi, tre proiezioni al giorno: i migliori film del mondo arabo, film di azione, B-movies (a basso costo) americani, ma anche pornografici. Fino al 1987, quando chiuse i battenti, con lo scoppio della Prima Intifada. Da allora il vecchio cinema di Jenin è stato per oltre venti anni una discarica e il ricovero per i piccioni della città.
 
Solo qualche mese fa, aggirandosi nel cantiere, tra polvere e lavori, ma anche tra i cimeli di un mondo in dissolvenza, vecchi proiettori da 35 mm e consumate pellicole in bianco e nero, sbiaditi biglietti di ingresso, era difficile immaginare che il cinema avrebbe aperto i suoi battenti proprio a inizio agosto, come volevano i suoi ideatori.
Dietro alla riapertura del cinema, avvenuta il 5 agosto alla presenza di oltre 300 ospiti stranieri e 100 giornalisti, c'è la mente del regista tedesco Markus Vetter e il suo film Il Cuore di Jenin, una pellicola che ha ricevuto riconoscimenti internazionali e il Premio del cinema tedesco. La storia narrata da Vetter nasce proprio a Jenin ed è la vera storia di Ismail Khatib, profugo del vicino campo: nel 2005 suo figlio di 11 anni, Ahmed, viene ucciso dai proiettili di un soldato israeliano, che scambia la sua arma giocattolo per una vera. Ismail decide di donare gli organi di Ahmed, per salvare la vita ad altri bambini, israeliani.
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Scritto da red
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Domenica 15 Agosto 2010 15:45 |
Lo dicono i dati di OCHA (ONU). A luglio le ruspe si sono accanite maggiormente: durante questo mese le autorità israeliane hanno demolito ben 140 strutture, tra case, tende, baracche, stalle, cisterne d’acqua, presidi medici e costruzioni commerciali.
 
Gerusalemme, 14 agosto 2010, Nena News – Circa 550 palestinesi sono finiti in strada nelle ultime settimane: questo il risultato della politica delle demolizioni di case a Gerusalemme est e nelle aree C della Cisgiordania (60 % del territorio, che gli Accordi di Oslo mette sotto pieno controllo e amministrazione di Israele), secondo i dati diffusi dall’Ocha, l’ufficio dell’Onu che si occupa di coordinare gli affari umanitari nei territori occupati palestinesi. Il mese di luglio è stato quello in cui le ruspe si sono accanite maggiormente: durante questo mese le autorità israeliane hanno demolito ben 140 strutture, tra case, tende, baracche, stalle, cisterne d’acqua, presidi medici e costruzioni commerciali. Il 13 luglio 7 case son state abbattute a Gerusalemme est, lasciando senza un tetto 25 persone, di cui 14 bambini. Allo stesso modo il 19 luglio, il villaggio Al Farisiye, nella Valle del Giordano, è stato interamente distrutto.
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Scritto da Barbara Antonelli - Hebron
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Domenica 15 Agosto 2010 10:06 |
Per oltre 50 anni l’azienda Herbawi ha prodotto a Hebron la kefiah, simbolo nazionale del popolo palestinese, commercializzata in tutta la Cisgiordania. Un mercato oggi in crisi a causa dell’import dalla Cina.
 
Hebron 14 Agosto 2010 (foto di ST McNeil) – Se a qualsiasi tassista di Hebron dici Herbawi, vieni catapultato nella sfavillante fabbrica di materassi della famiglia Herbawi, un nome che appare su diversi cartelloni pubblicitari piazzati in bella mostra sulle curve della tortuosa e faticosa strada che attraversa Wadi Nar, tra Ramallah e Hebron (l’unica strada che i palestinesi possono percorrere, quella nota anche come del Container checkpoint, per raggiungere il sud della Cisgiordania).
Solo quando spieghi che vuoi comprare delle kefiah, vieni portato nella piu’ modesta fabbrica tessile, di Yasser Herbawi, a poche centinaia di metri dall’ingresso nella citta’ vecchia.
Yasser Herbawi e suo figlio Abd- Alazzeem, sono stati avvertiti, dal piu’ fortunato e conosciuto venditore di materassi, che dei giornalisti stanno arrivando a visitare la fabbrica. Sara’ per questo che ci sorge il dubbio, che gli affaticati e superati macchinari di marca giapponese, siano stati accesi apposta per noi. In uno stanzone deserto e scuro, dove resistono due sparute lampade a neon e un unico impiegato che si aggira tra i macchinari.
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Scritto da Daniele Balicco
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Sabato 14 Agosto 2010 07:55 |
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Alias, 7 agosto 2010
I musicisti radicali
UNA SFIDA POLITICA, QUESTO LIBRO-MUSICOLOGIA DI EDWARD SAID
Il contrappunto di Bach per risolvere il conflitto mediorientale... Il rifiuto del concertismo operato da Gould per demisticare gli stanchi riti della scena corrente. «Musica ai limiti», una raccolta di scritti dell’intellettuale palestinese
In una delle sue ultime interviste rilasciate in vita, la sola per un giornale israeliano, l’Ha’aretz Magazine, Edward Said descrive il conflitto fra Israele e Palestina come una disperata e immensa sinfonia. Costruito su uno svolgimento complicatissimo di stratificazioni storiche, di non risarcibili sofferenze individuali, di tragici errori politici, di responsabilità nazionali e internazionali, quel conflitto potrebbe essere sciolto solo da una mente grandiosa come quella di Joan Sebastian Bach. Ci vorrebbe una politica portata a quell’altezza di narrazione e di comprensione del reale; una diplomazia educata all’arte del contrappunto e per questo capace di organizzare un groviglio di conflitti senza apparente soluzione in un processo molto più ampio e dinamico, di differenziazione e di riconoscimento. Proprio come nelle Variazioni Goldberg. Senza annullare le differenze; senza farle reciprocamente deflagrare. Non è strano, né tantomeno casuale, che Said pensi alla politica attraverso la musica. Perché nella sua riflessione teorica, il legame che stringe queste due esperienze umane, apparentemente lontanissime, è per contro nitido ed essenziale.
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