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Israele: La difesa del corpo della nazione | Stampa |
Scritto da Raya Cohen   
Lunedì 26 Luglio 2010 21:18

23/07/2010




Una lunga intervista a Moshe Yaalon, oggi ministro nel governo Netanyahu e Capo di Stato Maggiore durante la “seconda Intifada” (2001-2006), che ha causato la morte di oltre tremila palestinesi e di più di mille israeliani di cui molti civili, serve come esempio di questa nuova concezione del corpo nazionale:

La lotta tra due società che competono per lo stesso territorio è, in un certo senso, per l’esistenza. Non penso che ci sia una minaccia esistenziale per la società palestinese. C’è una minaccia esistenziale per noi [...] Le caratteristiche di questa minaccia non sono visibili, come il cancro. Quando sei sotto attacco esterno, vedi l’aggressione, sei ferito. Il cancro, invece, è una cosa interna. [...] Esistono diverse soluzioni per le manifestazioni del cancro. Alcuni sostengono che bisogna amputare gli organi. Ma per il momento, io sto applicando la chemioterapia, sì.

La descrizione del conflitto in termini biologici conferma non solo l’immagine di un conflitto interno al corpo della nazione, ma permette anche di ignorare l’assoluta supremazia militare di Israele (uno dei più forti eserciti nella regione), la cui esistenza sarebbe minacciata.

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Un Paese normale? | Stampa |
Scritto da Stefania Sinigaglia   
Lunedì 26 Luglio 2010 16:36

28/01/2008

Vorrei intervenire nel dibattito a proposito dell’invito a Israele in qualità di ospite d’onore alla Fiera del Libro di Torino per i 60 anni dalla dichiarazione di indipendenza a partire da un episodio, mi pare citato da Uri Avnery e sovente ricordato. Dicono che Ben Gurion, il primo presidente israeliano e padre della patria, al sapere che era stato arrestato il primo ladro, si rallegrò e disse che era un buon segno, perché significava che Israele stava diventando un paese normale. Ebbene, no. Israele, lo sappiamo tutti, non è mai diventato un paese normale e anzi la sua anomalia non ha fatto che crescere negli anni, fino a rappresentare oggi un caso di coscienza ( e un pericolo) collettivo per chi ha a cuore non solo i destini della regione mediorentale, ma dell’intero pianeta. Da quando Israele è diventato una potenza mondiale e un colosso militare a dispetto delle sue esigue dimensioni, non dico confini perché non esistono (e anche questa non è una anomalia da poco), uno dei deterrenti che i suoi dirigenti politici hanno spesso cinicamente utilizzato è stato il ricatto psicologico dell’incolmabile debito contratto dal cosiddetto occidente nei suoi confronti per aver lasciato che si compisse lo sterminio dei campi di concentramento. E sappiamo che la Shoà è diventata dai primi anni sessanta, più o meno a partire dal processo ad Eichmann, non più e non solo un indicibile orrore avvenuto nel tempo e nello spazio storico, in cui milioni di anime e corpi reali e individui sono stati cancellati, ma la concrezione mitica di tutti i passati, presenti e futuri orrori reali e possibili di cui l’Umano può diventare artefice consapevole, un monstrum che condensa tutti i nostri incubi e presentimenti di soglie ultime, di un abisso immane che è sempre lì, aperto a un passo dal quotidiano. Voglio dire che la Shoà è diventata una ipostatizzazione e si è eretta a mito laico prima di tutto in Israele, ma anche in tutta l’Europa e negli Stati Uniti (molto meno nell’America del Sud e ancor meno in Asia). Non è certo questo il luogo per ripercorrere le tappe di questa costruzione, ma ciò che è offende è l’uso che i dirigenti politici Israeliani hanno fatto e ancora fanno dell’abominio della Shoà, anche se ormai implicitamente (dato che un uso esplicito sarebbe superfluo, tanto il processo psicologico di introiezione collettiva è stato efficace e graduale). E’ forse bene ricordare un episodio citato da Benny Morris nel suo “Vittime”che risale al 1982, protagonista l’allora Governo del Primo Ministro Begin, che aveva bisogno di giustificare la volontà politica di invadere il Libano:

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Medio Oriente, il suo conflitto lungo e tragico | Stampa |
Scritto da Eliana Grande   
Lunedì 19 Luglio 2010 21:14

Bottega Scriptamanent, aprile 2010

Pubblicata da Città del sole una serie di racconti: guerra, un circolo di odio e di dolore

Sebbene non sia facile proporre una riflessione volta a sondare luoghi dell’animo umano, che mantengono sempre una sorta di inaccessibilità, – pensiamo al dolore, al bisogno di pace o, ancora, alla ricerca di senso – una simile sfida è stata accolta dall’artista e scrittrice Miriam Marino, che ha pubblicato una raccolta di racconti incentrati sul tema drammatico della guerra in Medio Oriente dal titolo emblematico ed evocativo: Gabbie (Città del sole, pp. 112, € 6,00).

Si tratta di argomenti difficili da affrontare, soprattutto per quanti tentino di farlo senza scivolare in facili retoriche, stucchevoli coinvolgimenti puramente emotivi o fredde analisi razionali che, indolori e inefficaci, si limitano a scivolare addosso alle coscienze assopite. Spesso sono, appunto, gli artisti i soli che riescono a farsi carico di un simile compito e a portarlo a termine con successo, lasciando attraverso le loro opere traccia e testimonianza di quella sfida raccolta, di quell’impegno vissuto.

Un tratto che sembra connotare, in maniera del tutto particolare, le sensibilità e le personalità artistiche è costituito da quella singolare capacità di cogliere, percepire, lasciarsi anche dolorosamente attraversare dalle dinamiche del contesto sociale e culturale di appartenenza, riconoscendo con vividezza e forza empatica non comuni i bisogni e le intime lotte che agitano l’animo dei propri simili, prima ancora e con più urgenza di quanto essi stessi non facciano. È una sorta di accoglienza del mondo esterno nella propria interiorità, che diventa così il luogo nel quale, come per effetto di un misterioso processo alchemico, tutto ciò che si è raccolto viene trasformato, sublimato e reso finalmente accessibile allo sguardo e alla coscienza collettiva, nella forma dell’opera d’arte offerta al pubblico.

 

Il luogo del conflitto e della pace

L’artista, dunque, non può fare a meno di produrre arte. È una fatica costante, ma se non lo facesse la sua natura stessa lo schiaccerebbe, resterebbe annichilito dalla forza della sua sensibilità: «Col cuore incrinato / le braccia tendo / per catturare il vuoto / testimone del nulla / dell’assenza e del dolore. // Della morte che da sempre ci scruta / vedo la gelida mano. // Ma la vita dov’è?». C’è un grido in questi versi della Marino, un dolore, una ricerca che non possono essere attribuiti ad una voce sola, non si lasciano ricondurre ad un’unica sorgente. Piuttosto, la bocca, la penna dell’autrice si fa tramite, veicolo di mille richiami altrimenti muti che salgono dal fondo oscuro di tutti i cuori incrinati, dalle braccia tese di chi cerca vita, non morte.

E vuole pace, non guerra.

In Medio Oriente, ad una distanza irrisoria da noi, nel nostro mondo in cui tutto e tutti sono ormai dietro l’angolo, da decenni si consuma uno dei conflitti più lunghi e sanguinosi della storia. Di questa tragedia ha voluto scrivere nel suo libro la Marino, già attiva nella promozione e difesa dei diritti umani, in collaborazione con associazioni quali “Amici nella Mezza luna rossa palestinese”, “Ebrei contro l’occupazione”, e “Stelle cadenti – artisti per la pace”.

Come scrive nella Prefazione Yousef Salman, delegato della Mezza luna rossa palestinese in Italia, «Nessuna questione al mondo ha occupato da più di un secolo, i giornali, le TV e la politica araba e mondiale come quella palestinese [...]. Normalmente l’interesse generale, spesso dipendente dal momento, gli impegni e gli sforzi politici, diplomatici ed economici dell’intera Comunità Internazionale e l’andamento naturale degli eventi fanno sì che i problemi con il tempo tendano a risolversi ed a scomparire, al contrario la questione israelo-palestinese si complica sempre di più, e la soluzione a tutt’oggi, purtroppo, sembra sempre più lontana».

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Series on health in the Occupied Palestinian Territories | Stampa |
Scritto da Paola Canarutto   
Domenica 18 Luglio 2010 06:59

17/07/20010

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Dear Dr. Warlow,

I am a physician, a member of the Italian Network of Jews against the Occupation and of the Executive Committee of European Jews for a Just Peace. As such, I have visited quite a few times Jerusalem and the West Bank (the Israelis never allowed me to go to Gaza); about two years ago I took part in a study tour for physicians, and, last year, I experienced the difficulties of trying to establish a little mother.and child health service for Bedouins in the surroundings of Bethlehem and in the South Hebron Hills. What I have seen confirms the informations conveyed by the series the Lancet is on the way to publish.

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I volti di Abele “Palestina- Pulizia etnica e resistenza” | Stampa |
Scritto da Miryam Marino   
Sabato 10 Luglio 2010 15:59

AAVV Zambon editore  Collana “Crimini contro l’umanità”

6 luglio 2010

Un libro scritto a più mani, da autori palestinesi, ebrei ed italiani, intellettuali, professori, giornalisti, attivisti. Persone che conoscono a fondo il dramma raccontato. Le varie parti del libro s’integrano perfettamente tra loro fornendo un quadro storico della Palestina a partire dagli albori della sua esistenza come consesso umano e quindi non abbiamo una visione della Palestina da una particolare angolatura, ma un’indagine storica pressoché esaustiva.

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