Trieste, 14 e 15 dicembre 2009
Sono invitata a parlare del conflitto israelo-palestinese, e lo farò sulla base del report di Goldstone, ma prima vorrei accennare allo scenario politico mondiale. Israele e i suoi alleati erano stati importanti nello scatenare l’attacco all’Iraq, e ora Blair ha ora confessato che armi di distruzione di massa lì non ce n’erano. Ora la prospettiva è quella di un attacco israeliano all’Iran. Che non solo porterebbe a un massacro di dimensioni enormi (l’effetto di un bombardamento di centrali atomiche equivale allo scoppio di quante bombe atomiche?), ma anche ad un altro rischio gigantesco. Chi può sapere come reagirebbero la Russia e la Cina? Il pericolo è quello di una terza guerra mondiale.
Il problema di fondo è quello dei rapporti di Israele con gli USA, e qui le tesi sono due. Una è quella di Chomsky, che definisce Israele “la portaerei americana in Medio Oriente”; ammette che esiste una lobby pro-israeliana, ma non la considera importante. Ritiene di molto più rilevante la lobby delle armi; armi il cui acquisto da parte del Pentagono, e quindi la cui produzione, si era molto ridotta appena dopo l'89, finita la guerra fredda. Quando i neocon sono riusciti a far credere al mondo che il nemico era l'islam, e il mondo arabo, la produzione era ripresa. Ora, sull'importanza della lobby degli armamenti sono tutti (la sottoscritta compresa) d'accordo. Però probabilmente non basta. Nell'ipotesi propugnata da Chomsky, la responsabilità delle azioni israeliane ricade globalmente sugli USA.
La seconda ipotesi – che ho fatto molta fatica a digerire – è quella di Mearsheimer e Walt, che Avnery definisce quella di “the tail wags the dog”, la coda muove il cane. Secondo Mearsheimer e Walt, dietro le politiche USA in Medio Oriente c'è la lobby pro-israeliana, per il cui influsso gli USA assumono posizioni contrarie ai propri interessi. Di per sé, è una tesi pericolosa, per gli evidenti rischi antisemiti che presenta. Il problema, però, è capire se è vera. Ora, su Haaretz, pochi giorni fa, c'era un articolo che riportava come, per avere una qualche carica nell'amministrazione USA, occorre il gradimento delle locali comunità ebraiche. E qui mi fermo.
Toccherebbe peraltro fare una parentesi. Non esistono le razze, ma il razzismo sì che c'è. Come si spiega? Una teoria che mi pare fondata è quella che i razzisti identifichino come 'razze' i gruppi di esseri umani più poveri di loro. L'antisemitismo dalla fine dell'800 agli anni '40 del '900, si spiegherebbe quindi, almeno in parte, con lo spostarsi di grandi masse di ebrei poveri dall'Est europeo verso ovest. Dal 1881 al 1928, emigrarono dalla Russia più di 2 milioni di ebrei. In Palestina ne andarono solo 45.000 (e da lì non pochi, dopo alcuni anni, migrarono altrove). La maggior parte raggiunse gli Stati Uniti, ma circa 240.000 si fermarono lungo il percorso, quindi in Europa. La migrazione verso gli USA si ridusse molto dal 1924 in poi, quando gli Stati Uniti ridussero molto gli immigrati che avevano deciso di accogliere. Parlando del sionismo, e della migrazione di ebrei in Palestina, la chiusura dei confini USA andrebbe citata; come andrebbe citata la chiusura dei confini di buona parte dei Paesi del mondo agli ebrei che cercavano di fuggire dal regime nazista. La chiusura dei confini USA durò 40 anni, durante i quali in Europa avvenne di tutto; ma emigrare negli USA, per gli ebrei come per gli altri, non era più fra le opzioni possibili.
Nel 1905, Balfour aveva condotto una campagna contro l'ingresso in Gran Bretagna degli ebrei russi perseguitati. La dichiarazione che porta il suo nome aveva fra i suoi scopi quello di deviare in Palestina gli ebrei poveri, proprio perché non andassero a stare nel Regno Unito. E nel suo testo c'è quel curioso codicillo voluto da Montagu, ministro britannico, ebreo antisionista convinto; 'nulla sarà fatto che possa pregiudicare i diritti e lo status politico degli ebrei in ogni altro Paese'. Il timore era che la dichiarazione Balfour potesse servire ai Paesi europei per liberarsi degli abitanti ebrei. Quanto alla dichiarazione in sé, Balfour riuscì a farla passare quando il Montagu si trovava in India. A quei tempi internet non c'era.... E questo dà quanto meno un dato su quanto fosse minoritaria l'idea sionista fra gli ebrei, prima del '45. Viceversa, fra le radici culturali di Balfour vi era il sionismo cristiano, originato in una branca fondamentalista protestante del 1600, secondo il quale, per il ritorno del Cristo, era necessario che gli ebrei tornassero in Palestina. Il sionismo restò fra gli ebrei un fenomeno minoritario fino al '45 – e gli effetti perniciosi del sionismo cristiano, molto forte nella 'Bible belt' statunitense, sono tuttora ben vivi. .
Fino alla seconda guerra mondiale, la maggioranza degli ebrei dell'Europa orientale non erano sionisti; quelli che ritenevano importante coniugare appartenenza etnico-religiosa ad impegno politico appartenevano al Bund, gli altri a partiti non ebraici. Questo vuol dire che la rappresentanza ebraica nella rivoluzione russa – menscevichi, bolscevichi, socialisti rivoluzionari e bundisti - fu decisamente superiore alla percentuale di ebrei nella popolazione generale D'altra parte, cosa diceva il sionismo? Che per essere liberi ed eguali occorresse andare in Palestina. Gli ebrei di sinistra, invece, volevano essere liberi ed eguali restando a casa propria.
Torniamo ad oggi. Netanyahu ha vinto su Obama. Il congelamento dell'edilizia nelle colonie è finto: non comprende le colonie intorno a Gerusalemme, la 'capitale eterna' di Israele, secondo il governo israeliano. E nella stragrande maggioranza delle colonie, tutte costruite su terra confiscata ai palestinesi, possono abitare solo ebrei (anche non israeliani).
Israele e gli ebrei sono presentati, da Israele e da chi la sostiene, come entità che si sovrappongono, quasi come costituissero il medesimo insieme. Dopo l'attacco a Gaza, Michel Warschawski, ebreo israeliano, leader antisionista, che ha sempre sostenuto che gli ebrei israeliani devono poter vivere lì, non solo come singoli, ma anche avendo riconosciuti i propri diritti di gruppo nazionale, ha detto a suoi figli: “Andate via. Non potremo vivere qui”. Questo per l'odio che il massacro di civili innocenti ha suscitato. D'altra parte, il 90-95% degli ebrei israeliani aveva approvato con entusiasmo questo massacro – in cui ai civili era stato persino impossibile fuggire. Anche quando gli americani hanno bombardato Falluja, chi poteva fuggiva. Da Gaza, chiusa ermeticamente, nessuno poteva uscire. E non solo approvava, la stragrande maggioranza degli ebrei israeliani; alcuni pure andavano a vedere i bombardamenti.
E gli israeliani hanno accesso a internet e a tutte le fonti di informazione, anche non israeliane (che sono, ad ogni buon conto, migliori di quelle diffuse in Italia e negli USA). Il problema è che una cosa è la testa, una cosa sono le informazioni, l'altra è la pancia; e la pancia vince regolarmente sulla testa. Agli israeliani ebrei, i media diffondono coerentemente un messaggio. “Ci vogliono distruggere” - dove il soggetto è il mondo arabo, il mondo islamico, l'Iran.
Durante l'attacco a Gaza, si è distrutto tutto. Si sono ammazzati civili, distrutte case e attività produttive. Ora Gaza dipende totalmente dagli aiuti umanitari. E Israele può chiudere i confini, impedendo l'arrivo degli aiuti, come e quando vuole. A dire il vero, uno dei confini della Striscia è con l'Egitto. E l'Egitto ora sta costruendo un Muro sotterraneo, per impedire che quel che serve a sopravvivere arrivi dai tunnel.
Che l'economia di Gaza dipenda dai tunnel significa la fame, per chi è fuori dalla gestione dei tunnel medesimi. Ciò che arriva è carissimo, e questo in un luogo in cui la stragrande maggioranza della popolazione è disoccupata.
In Cisgiordania, presidente è Abbas, e primo ministro è Fayyad. Il partito di Fayyad, alle elezioni del 2006, vinte da Hamas, aveva avuto poco più del 2% dei voti. In quello che al mondo occidentale piace definire 'rispetto della democrazia', fa il primo ministro. Dopo le elezioni del 2006, Israele ha arrestato i parlamentari di Hamas. L'idea era che le leggi palestinesi le scrivessero esclusivamente parlamentari di Fatah, ma a questo Abbas non era preparato: temeva la rivolta. Nella pratica, Abbas 'governa' con decreti legge. (La virgolettatura è d'obbligo: nemmeno i sommi leader palestinesi possono spostarsi da una città cisgiordana all'altra senza il beneplacito israeliano). Dal 2007, e cioè dal tentativo di colpo di stato messo in atto da Fatah, sotto la guida di Dahlan, a Gaza, il potere nella Striscia è gestito solamente da Hamas.
In Cisgiordania, la situazione è una di apartheid. Le fonti idriche sono controllate da Israele, che destina ad ogni palestinese 60 litri al giorno, 330 agli israeliani. (Per l'Organizzazione Mondiale della Sanità, il minimo quotidiano necessario è di 100 litri). 60 litri al giorno sono una media: molte zone beduine ricevono molto di meno. Sono stata in Cisgiordania a ottobre, e ho visto villaggi beduini in cui l'acqua arrivava solo con autocisterna. E con quell'acqua devono sopravvivere non solo gli umani, ma anche pecore e capre.
In Cisgiordania ci sono autostrade solo per auto con targa israeliana. E strade tortuose e piene di buchi per palestinesi. Il che tra l'altro vuol dire confische doppie, di terra palestinese: si confisca terra per la strada per gli israeliani, e altra terra per la strada per palestinesi.
Le restrizioni al traffico palestinese (vietato su diverse centinaia di chilometri di strade cisgiordane) sono imposte onde permettere libertà di movimento ai coloni. Secondo le Convenzioni di Ginevra, scritte dopo la seconda guerra mondiale, onde prevenire che se ne ripetessero gli orrori, la popolazione protetta è quella occupata. Israele, invece, protegge gli occupanti. A Hebron (e non solo a Hebron), i coloni lo dicono apertamente, di voler cacciare i palestinesi. Vi sono strade di Hebron a cui possono accedere solo israeliani. Questo per proteggere i coloni – che, in numero di alcune centinaia, dominano su circa 150.000 palestinesi. Il centro di Hebron, dove sono stata diverse volte, è deserto.
L'altro giorno, vicino a Nablus, i coloni hanno bruciato una moschea.
Come è vietato l'accesso alle auto con targa palestinese sulle autostrade 'bypass', che collegano le colonie, così è vietato ai palestinesi privi di permesso accedere alle colonie. Colonie e strade che, è bene notare, sono state costruite su terra loro confiscata. Le colonie, tra l'altro, sono proibite dalla legge internazionale, che vieta di spostare popolazione occupante in territorio occupato.
Per coloni e per palestinesi vale la legge israeliana. Ma parliamo di legge civile per i primi, di legge militare per i secondi. Un palestinese arrestato può essere tenuto 8 giorni senza vedere il giudice (militare); un israeliano 48 ore, prima di vedere il giudice (in questo caso, civile). Nel caso di detenuti palestinesi, la sentenza può essere emessa in base a prove tenute segrete, a cui non possono accedere ne' il detenuto, ne' il suo legale. Questo rende tecnicamente impossibile la difesa dell'imputato. I palestinesi detenuti sono nella stragrande maggioranza in carceri israeliane. Questo - vietato dalla legge internazionale – rende altresì molto difficili le visite dei parenti, che per arrivare fin lì necessitano di un permesso israeliano.
I palestinesi di Israele non possono sposare i residenti in Territorio Occupato. O meglio, forse lo potrebbero fare, se il matrimonio avvenisse all'estero. Ma Israele vieta ai palestinesi dei Territori Occupati di risiedere entro la Linea Verde; agli israeliani, ebrei o palestinesi, di recarsi nelle aree A – e cioè nelle città – palestinesi. Nemmeno i cisgiordani che sposano residenti a Gerusalemme possono abitare con loro, a Gerusalemme. Potrebbe, è vero, il coniuge con carta di identità di residente 'permanente' a Gerusalemme spostarsi in Cisgiordania. Perdendo così detta carta di identità 'permanente', e, con essa, la possibilità di vivere e lavorare a Gerusalemme e in Israele. Ne deriva, quindi, la separazione delle famiglie.
Uno dei motivi della crescita economica palestinese, nei primi vent'anni di occupazione, era stato il lavoro in Israele. In Palestina non potevano, e non vi possono essere, industrie in concorrenza con quelle israeliane; ma della manodopera palestinese, per lavori a bassa qualificazione, Israele aveva bisogno, ed i salari israeliani erano superiori a quelli dei Territori Occupati. Il livello salariale di chi andava a lavorare in Israele aveva portato a far salire anche le paghe nei Territori Occupati, ciò che aveva contribuito alla crescita economica.
Ma ora, Israele non necessita più di manodopera palestinese, sostituta da lavoratori tailandesi, rumeni, cinesi, filippini, in condizioni di (semi)schiavitù. I palestinesi lavorano tuttora nelle colonie; pagati un terzo del salario minimo israeliano, e senza un sindacato che li rappresenti. L'Histadrut, il sindacato israeliano, di loro non si occupa.
L'inutilità dei palestinesi per l'economia israeliana, e la volontà di tenersi i territori occupati, fa puntare a che emigrino. Ed è precisamente quello che accade. Scappano soprattutto gli appartenenti alle classe sociali più alte, hanno frequentato scuole superiori e imparato l'inglese, e che magari hanno parenti all'estero: tutte condizioni che facilitano il trovare lavoro altrove.
L'intersezione fra gli insiemi “palestinesi di classe sociale più alta”, “che sanno l'inglese e hanno un'istruzione superiore”, e “che hanno parenti all'estero” individua un altro insieme, che in buona parte coincide con quello dei palestinesi cristiani. Questi, che erano circa un quarto della popolazione prima della creazione dello stato di Israele, ora, fra Israele e i Territori Occupati, sono meno del 3% degli abitanti.
Ora l'economia cisgiordana è ostacolata da centinaia di posti di blocco. La moneta è lo shekel: e cioè quella israeliana. I prodotti alimentari che si trovano in commercio sono israeliani. Siamo di fronte, cioè, a un'annessione di fatto: della terra, non degli abitanti, della religione 'sbagliata'.
Nei primi 20 anni dell'occupazione israeliana – che data dal '67 – l'economia palestinese era stata in crescita. Poi Israele volle gli accordi di Oslo, per essere accettata dal mondo arabo. Ma ora questo non le importa più, e per due motivi. Il primo, più importante, è che Israele ora gravita nel mondo economico occidentale, dove che lo spazio che si è ritagliato è quello di essere la punta tecnologica della sorveglianza, civile e militare. Uno dei punti di forza di Israele è di vendere al mondo armi sperimentate: per esempio, sui palestinesi di Bi'lin. Il secondo, che parte del mondo arabo è ora in buona parte ostaggio degli USA, costretto quindi ad accordarsi con Israele, indipendentemente da come questa tratta i palestinesi. Oslo, oggi, è diventato inutile.
L'ordine, in Cisgiordania, è mantenuto dal generale statunitense Dayton. Almeno il 30% del budget palestinese va per la 'sicurezza', e cioè per difendere Israele. Chi vuol lavorare in un qualche modo per la PA, o per ONG, deve passare un 'security control': tradotto in italiano, un accertamento che garantisca che ne' il/la richiedente, ne' uno dei suoi famigliari, faccia parte di Hamas.
In più, la PA arresta gli appartenenti a Hamas, e in carcere li tortura. (Lo stesso, va detto, fanno le autorità di Hamas a Gaza nei riguardi degli appartenenti a Fatah. La differenza sta nel fatto che il budget della polizia cisgiordana è pagato dall'Europa: l'Europa è corresponsabile di queste azioni dell'Autorità Palestinese. Non di quel che fa Hamas).
Durante l'ultimo attacco a Gaza, le forze della PA hanno soppresso con la forza le manifestazioni. Non dovendo 'mantenere l'ordine' in Cisgiordania, Israele ha potuto impiegare più soldati per massacrare i gazesi.
Non solo in Israele, ma pure nei Territori Occupati, chi gode di tutti i diritti sono gli ebrei, anche non cittadini israeliani. È una situazione di apartheid.
Le aree A della Cisgiordania, vale a dire le città palestinesi, sono isole in un mare che Israele controlla. Ma è stato arrestato recentemente a Ramallah un leader delle lotte non violente a Bi'lin. Insegnava alla Scuola del Patriarcato latino, quindi cattolica: difficile che fosse un fondamentalista islamico, di Hamas. Questo è un segno di come Israele tratta chi le si oppone, anche in modo non violento. E spiega in che considerazione tenga i regolamenti che ha firmato – come quello che mette sotto il controllo esclusivo dell'Autorità Palestinese l'Area definita A in base agli accordi di Oslo.
Lo 80% del percorso del Muro è in territorio palestinese, che così confisca altra terra: incorpora il 9,5% del territorio palestinese, e di questo 9,5% fa parte Gerusalemme Est.. Il 40% dell'economia palestinese, secondo la Banca Mondiale (nota organizzazione di estrema sinistra...) dipende da Gerusalemme. Una grossa fetta dell'economia dipende dal turismo religioso; e a Betlemme c'è il Muro. Del governatorato di Betlemme, i palestinesi possono ora accedere solo al 13%; il resto è sotto controllo israeliano. Il Muro è stato dichiarato illegale dalla Corte Internazionale di Giustizia, organo dell'ONU, ma Israele se ne fa un baffo.
L'indifferenza israeliana ai pronunciamenti dell'ONU si spiega con la mancanza di contrappeso internazionale agli Stati Uniti. Un tempo fungeva da contrappeso l'Unione Sovietica: Sono ormai 20 anni – e cioè dall'epoca di Gorbaciov - che ciò non avviene più.
In Israele ha preso il potere la destra religiosa, per la quale la terra è “santa”. A Hebron vi sono cartelli che mostrano la “via dei patriarchi”, a Betlemme gli ebrei vanno a pregare sulla “tomba di Rachele”. Un tempo, l'ebraismo ufficiale avrebbe definito questo, puramente e semplicemente, idolatria. Ora non più. E questa terra, sacralizzata, non si vuole cedere.
Il primo governo Netanyahu era apertamente contro gli accordi di Oslo. Questo secondo governo Netanyahu, per aperta dichiarazione di Netanyahu medesimo, pure.
A Gerusalemme, Israele revoca i certificati di residenza denominati 'permanenti'. I coloni buttano fuori di casa i palestinesi che vi abitano, e il tribunale israeliano, consultato, dà ragione ai coloni. Questo con la scusa che lì, prima del '48, abitavano ebrei. All'epoca vi erano palestinesi in tutta Gerusalemme Ovest, come pure in tutta quella che sarebbe diventata Israele. Ma questi regolamenti israeliani valgono a senso unico.
A Gaza, per l'iperutilizzazione della falda acquifera, l'acqua è salata. In base agli accordi di Oslo, la Cisgiordania e Gaza costituiscono un'unica entità. Tranne che per l'acqua. L'acqua delle falde acquifere cisgiordane se la prende Israele, ma a Gaza non arriva.
Da Gaza non si può andare in Cisgiordania. Berlanty Azzam, studentessa cristiana dell'università di Betlemme, finanziata dal Vaticano, fermata a un posto di blocco con una carta di identità riportante la scritta 'residente a Gaza', a Gaza è stata riportata. E di laurearsi non si parla più. Passati i 16 anni di età, i cisgiordani che vogliano recarsi a Gerusalemme o in Israele (gli abitanti di Gaza non escono proprio, qualunque sia l'età) necessitano di un permesso, e sono permessi che Israele rilascia con il contagocce. Questa dei 16 anni è un'altra norma 'strana': per Israele, gli israeliani sono adulti a 18 anni; i palestinesi, due anni prima.
Israele ha fatto un gran rumore per i razzi Qassam su Sderot, sostenendo che gli abitanti del luogo, dal momento dell'allarme, hanno solo quindici secondi per raggiungere un rifugio. È vero che lanciare qassam su una popolazione civile, come ha affermato il rapporto Goldstone, è un crimine di guerra. Ma per lo meno gli abitanti di Sderot sono stati forniti di un sistema di allarme, e di rifugi. Lo stesso non vale per i villaggi beduini prossimi a Gaza: qui, infatti, non abitano da ebrei.
Questo riporta ad altre discriminazioni. Ora si sta ufficializzando la pratica di richiedere un esame di ammissione per risiedere in alcune 'comunità': è un sistema per tenerne fuori 'gli arabi' (gli israeliani ebrei non amano il termine 'palestinesi').
Purtroppo, queste cose in Italia non si sanno. Le pubblica un solo giornale, il Manifesto. Gli altri media preferiscono ignorarle. Durante l'ultimo attacco, Israele ha vietato che nella Striscia entrassero giornalisti. I lettori de il Manifesto hanno potuto leggere quel che scriveva Vittorio Arrigoni, che si trovava lì. Per il resto, si poteva contare solo su testimonianze palestinesi – unanimemente considerate meno attendibili di quelle israeliane, o comunque occidentali. E, in questa sorta di black out, Israele ha massacrato, senza l'ostacolo dell'opinione pubblica internazionale. (A Vittorio Arrigoni, sia detto per inciso, l'estrema destra pro-israeliana ha rivolto minacce di morte. Anche questo non è un caso).
La realtà che abbiamo di fronte è quella di un solo Paese, dal mare al Giordano. È un Paese con regole diverse, per israeliani ebrei (a partire dalla Legge del ritorno) e per non ebrei palestinesi (a partire dalle confische di terra).
È una situazione di apartheid, su cui pure Israele trova difficile legiferare, per non incorrere nello (scarso) dissenso estero. Una delle soluzioni trovate è di delegare funzioni effettivamente statali al Jewish National Fund, meglio noto in Italia come Keren Kayemet, o alla World Zionist Organization, l'Organizzazione Sionista Mondiale. In quanto enti 'privati', questi possono discriminare come meglio credono. Non vale solo per il territorio israeliano, ma anche per le colonie.
Quello a cui Israele punta, nel silenzio/assenso internazionale, è a rinchiudere i palestinesi in bantustan. Che abbiano diritto di voto (purché eleggano il partito 'giusto', s'intende) solo qui, onde non ostacolare il predominio degli israeliani ebrei. Il mondo non aveva accettato i bantustan quando a volerli era il Sudafrica; ora, chiude occhi e orecchie.
Per l'assenza di contrappeso internazionale, i palestinesi sono soli. Questo si vede anche nel piccolo, anche nei convegni fatti 'perché israeliani e palestinesi si parlino'. A ottobre ero in Cisgiordania, e un medico di una ONG palestinese mi spiegava come questi incontri siano organizzati per far recedere i palestinesi dalle loro posizioni; ad esempio, perché cedano sul diritto al ritorno dei profughi (che è personale ed inalienabile, cioè non cedibile). Oltre a tutto, vi sono profughi palestinesi in Giordania, Libano, Siria.... e l'Autorità Palestinese, che si vorrebbe far recedere su questo proposito, è eletta, quando va bene, solo dai palestinesi di Cisgiordania e Gaza. Nello specifico, le elezioni del 2006 sono state condotte in modo che potessero votare solo i residenti, escludendo in modo esplicito i palestinesi privi del requisito.
Israele parla sempre di pace, ma in realtà non la vuole. Le colonie sono finanziate in modo intenso ed esteso da Israele medesimo; vivere lì costa molto meno che entro la Linea Verde. Il lavoro è in buona parte in industrie 'per la difesa', cioè belliche.
Del governo israeliano attuale fanno parte il Likud e partiti ancora più a destra, più il partito laburista, con Barak. All'opposizione vi è il Kadima. Ma è un'opposizione ben strana, perché Livni, la leader, ha dichiarato che solo il 10% delle sue idee differiscono da quelle di Netanyahu. Si tratta quindi di opporsi parzialmente per le tattiche, non per la strategia. Esistono, è vero, partiti dei palestinesi di Israele; ma il sostegno di questi partiti non è mai stato determinante per formare un governo. Con una sola eccezione, per il governo Rabin, nel '92, dopo che lo Shas aveva lasciato la coalizione. Non a caso, Rabin è stato poi assassinato da un fondamentalista ebreo di estrema destra.
(Il suo assassino in carcere riceve visite coniugali, ha generato un figlio e presenziato alla sua circoncisione. I palestinesi di Gaza, in carceri israeliane, non solo – come tutti i palestinesi – le visite coniugali se le possono sognare, ma sono ormai più di due anni – dal giugno 2007, per l'esattezza - che nemmeno possono ricevere visite famigliari. Come pure, un'altra norma che differenzia i carcerati palestinesi da quelli israeliani è che la detenzione amministrativa – e cioè senza processo – si applica solo ai primi. Secondo i dati di B'Tselem, a novembre in detenzione amministrativa erano quasi 300 – su 8.100 detenuti palestinesi. Un medesimo reato fa comminare una pena diversa, a seconda se l'imputato è un palestinese o un colono.).
Questo è, all'incirca, un elenco di dati di fatto. Si potrebbe, è vero, parlare ancora dell'ossessione israeliana per la 'sicurezza', quando Israele ha non una, ma diverse bombe atomiche, ed è una delle prime potenze mondiali nell'ambito 'armamenti'. In più, con la Giordania e l'Egitto è in pace.
Uno dei miracoli, in questo disastro, è che finora non c'è una guerra di religione. Aveva fatto notizia che Israele proibisse ad Arafat di andare alla messa di Natale a Betlemme: il che sa di tutto, meno che di fondamentalismo islamico da parte di Arafat. Vi è una piccolo gruppo di samaritani – che sono considerati ebrei, e da Israele, e dai palestinesi – vicino a Nablus. Gli israeliani hanno offerto loro di andare a stare in una colonia, ma hanno preferito rimanere dove sono. Il che a tutto fa pensare, fuorché a persecuzioni religiose da parte palestinese.
E, grazie a Dio, sono ebrei il giudice Richard Goldstone, il Relatore speciale delle Nazioni Unite Richard Falk, e il politologo statunitense Norman Finkestein – di nessuno dei quali si può dire che abbia posizioni particolarmente filo-israeliane.
Negli ultimi anni, le posizioni israeliane si sono ulteriormente radicalizzate. Uccidere civili per terrorizzare la popolazione: è, per il Pentagono, la definizione di terrorismo. Dal 2006, e cioè dall'ultima guerra del Libano, Israele ha dichiarato di adottare la dottrina di Dahiya: radere al suolo i villaggi da cui partono spari. All'epoca valeva per i villaggi libanesi dove combatteva Hezbollah, nell'inverno scorso è valso per la Striscia di Gaza.
Ora, occorre tener conto del fatto che Israele è impegnata in azioni belliche ogni pochi anni, che l'esercito è di leva, che i maschi fanno i i soldati per tre anni, le ragazze per due, e che gli uomini sono considerati riservisti fino a che sono ultraquarantenni. Per il consenso interno, occorre che muoiano pochi soldati: la prima guerra del Libano fu fermata per le perdite militari. All'epoca, erano state imponenti le manifestazioni di Peace Now. All'inizio della seconda guerra del Libano, Peace Now fu per la guerra, non contro; cambiò idea solo dopo settimane. E non protestò per l'ultimo attacco a Gaza, se non, di nuovo, dopo settimane; e alla manifestazione pochi parteciparono. Cosa è successo negli ultimi 25 anni? Che Israele ha imparato a conservare le proprie truppe, al prezzo di radere al suolo tutto ciò che incontra. Secondo, appunto, quella che è la definizione ufficiale del terrorismo.
E poiché questi atti sono vietati dalla legge internazionale, ora Israele è al cambiare la legge internazionale che mira.
Degli uccisi durante l'attacco a Gaza, secondo B'Tselem, i combattenti erano meno di un quarto. Per la legge internazionale avrebbero dovuto essere protetti. A Israele è bastata la cerimonia per diplomare dei poliziotti per considerare questi giovani come combattenti (in spregio della legge internazionale), e quindi per definire giustificato il bombardarli. Ha bombardato moschee, anche con dentro gente in preghiera, quando nelle medesime non sono state trovate armi. Ha attaccato con il fosforo un ospedale, quando lì non c'erano combattenti. Per la legge internazionale, questi sono crimini di guerra.
Resta da parlare della posizione di Rete-ECO, di cui faccio parte. Rete-ECO aderisce a EJJP, federazione di gruppi ebraici di diversi Paesi europei; e EJJP si era formata ad Amsterdam nel 2002, prendendo come base i colloqui di Taba, fra palestinesi e israeliani, del gennaio 2001. Le posizioni israeliane e palestinesi, si era detto, non erano mai state vicine come allora. L'incontro era stato voluto da Barak, il cui scopo – favorendo la soluzione a due stati – era di recuperare i voti dei palestinesi di Israele, persi in ottobre, all'inizio dell'intifada, quando ne aveva fatti ammazzare 12 (più uno di Gaza). Ma a Taba l'accordo fra israeliani e palestinesi, per volontà israeliana, era stato confinato a un 'non-paper', un 'non-documento'; poche settimane dopo, le elezioni in Israele le avrebbe vinte Sharon.
Il problema di fondo è che basta recarsi in Cisgiordania – come una delegazione di EJJP ha fatto diverse volte – per vedere come le colonie rendano nei fatti impossibile la nascita di uno stato palestinese vero. L'unica vera possibilità che resta non il discutere all'infinito di una soluzione che non è tale, ma sostenere i palestinesi.



