Il nemico americano che uccise Pat

il Manifesto, 29 agosto 2010

cinema

nemico americano

IL CAMPIONE DEGLI ARIZONA CARDINALS, PAT TILLMAN

«The Pat Tillman Story», il doc sulla morte del campione di football, colpito da «fuoco amico» in Afghanistan, esce sugli schermi Usa nei giorni del raduno provocatorio del Tea Party sui luoghi di Martin L. King. E mentre dilaga l'epidemia anti-moschea a New York. Il film è la storia della battaglia per la verità della famiglia: «È stata la smania di uccidere» dice la madre
Con le elezioni di midterm a poco più di due mesi di distanza, la grande truffa della crociata all'insegna dei «valori americani più autentici» cavalcata dalla macchina comunicativa della destra sta dando i suoi risultati più spettacolari, e ripugnanti. Poco importa se alcune delle idee portanti di quella crociata - la legge anti-immigrazione in Arizona, la battaglia contro la moschea vicino a Ground zero e l'annessa epidemia di antislamismo, oppure l'ipotesi di revocare il diritto di cittadinanza per chiunque nasca su territorio statunitense - vadano esattamente a cozzare contro i principi fondanti della costituzione Usa, l'idea stessa dell'America: questo è quello che Sarah Palin, New Gingrich, John Boehner e i menestrelli del Tea Party promuovono per «salvare il paese» (proprio ieri a Washington). E avanzare la loro fortuna politica.

Presentato per la prima volta il gennaio scorso al Sundance Film Festival, e arrivato in sala circa una settimana fa, anche il documentario The Pat Tillman Story è una parabola sui «valori americani più autentici» - quelli reali, e quelli confezionati ad hoc con precisi scopi di propaganda. La differenza è abbagliante.
Ventisettenne star degli Arizona Cardinals, appena sposato alla fidanzata del liceo (l'unica che ha mai avuto), figlio di un avvocato e di una maestra atei, Pat Tillman fece scalpore quando, nel 2002, si lasciò alle spalle un contratto sportivo miliardario e i lunghi riccioli scuri per arruolarsi - insieme al fratello Kevin - e andare a combattere. Prima in Afghanistan e poi in Iraq. Lo scalpore fu ancora più grande quando, il 22 aprile 2004, al suo secondo turno sul fronte afghano, Tillman rimase ucciso da una raffica di proiettili d'arma da fuoco. Come dice un veterano delle Forze Speciali nel film di Amir Bar-Lev, «il cadavere di Pat non si era ancora raffreddato» che, nelle mani degli esperti di comunicazione di Bush Jr. (e nella cassa di risonanza passiva del mainstream mediatico), la morte del più celebre caporale d'America era diventata uno spot per l'arruolamento.
La sua foto «mixata» in sovraimpressione a quella delle torri gemelle. Commentatori politici di destra e sinistra che litigavano sul significato dell'interesse di Tillman per Noam Chomsky. Il racconto degli ultimi, eroici momenti di vita (in cui, sorpreso da un'imboscata, Tillman si scagliava fuori da un veicolo contro i talebani, per dar tempo di riprendersi ai compagni in difficoltà) ripetuto all'infinito, come una ballata. La stella d'argento al valore consegnata alla famiglia. Peccato che fosse tutto falso.
I colpi che avevano letteralmente disintegrato la testa di Tillman erano infatti stati sparati da soldati americani, del suo stesso plotone. Grazie alle pressioni dei genitori di Tillman e con grande imbarazzo dell'amministrazione Bush, il Pentagono fu costretto ad ammetterlo qualche settimana dopo una cerimonia di commemorazione che parecchi politici repubblicani (ma non solo) usarono come una photo op.
Attribuita alla cosiddetta «nebbia della guerra», la tragica morte dell'ex campione, e il cover up dell'esercito che la seguì, venne risolta velocemente, revocando alcune mostrine a un generale sull'orlo della pensione. Ma, furibonda per la menzogna e la strumentalizzazione politica e mediatica della morte del figlio, la famiglia Tillman decise che quella spiegazione non bastava. Il documentario di Bar-Lev è la storia della loro battaglia. «Probabilmente pensavano che, anche se la verità fosse venuta fuori, ce ne saremmo stati zitti per paura di danneggiare l'immagine eroica di mio figlio», dice la madre di Tillman, Mary, nel film. «Per favore smettete di dire che mio fratello è con Dio. Non ci credeva. Quindi è fottutamente morto e basta. Fottutamente morto», è la preghiera del fratello minore a una delle ennesime cerimonie (l'immagine di Tillman in compagnia divina era apparsa anche in un discorso di Bush). Di fronte alle pressioni per un solenne funerale militare ad Arlington, la vedova del soldato tira fuori una copia delle sue «ultime volontà» (lo stesso documento era depositato presso l'esercito) in cui Pat scriveva espressamente di non voler una cerimonia di quel tipo. Già prevedeva come avrebbero «usato» la sua morte.
Spulciando minuziosamente (con l'aiuto di un blogger ex ranger come Tillman ed ex membro delle Forze Speciali) un dossier di 3.000 pagine, Mary Tillman è riuscita a dedurre cosa si nascondeva dietro al nero delle numerose pagine «redatte». «Non è stata la nebbia della guerra a uccidere Pat, ma la smania di uccidere», dice la signora (che viene da una famiglia di militari ma che era contraria all'arruolamento del figlio). Dal documento (e dalla testimonianze di soldati) emerge infatti che l'attacco talebano non ci sarebbe nemmeno stato. «Non vedevo il nemico, sparavo e basta» dice un soldato. «Volevo sparare e far saltare in aria delle cose» dice un altro. «Non volevo che la sparatoria finesse», ammette un altro ancora, spiegando perché non aveva abbassato l'arma e cercato di identificare il suo bersaglio, nonostante fosse a soli 40 metri di distanza... e qualcuno stesse urlando di cessare il fuoco.
Irremovibili di fronte a tutte le forme di pressione e seduzione con cui governo e esercito hanno cercato di fermare la loro indagine privata, i Tillman sono riusciti a portare il loro caso davanti alla Camera, dopo aver scoperto che, pochi giorni dopo la morte di Pat, il generale McChrystal aveva mandato un memorandum alla Casa Bianca in cui suggeriva a George W. Bush di usare cautela qualora evocasse Tillman nel suo discorso per evitare imbarazzi «nel caso che la verità sulla sua morte fosse venuta fuori». Chiamato a testimoniare, Donald Rumsfeld ha detto che non ricordava molti dettagli della cosa. I deputati lo hanno ringraziato e lasciato andare.