La Croce e l'Orsa, 24 dicembre 2016


Haggadah


Le visioni della Merkavà 1], il carro col trono divino, le elucubrazioni intorno alle Sefiròth, i dieci numeri primordiali e le ventidue lettere dell’alfabeto ebraico che costituiscono gli elementi primordiali del mondo, l’apparizione nel cuore della Castiglia del libro dello splendore, lo “Zohar”, sono altrettante tappe storiche e spirituali affascinanti della storia della mistica ebraica.

Accanto a tale concezione del processo della creazione, Luria colloca altri due importanti capisaldi del suo pensiero: la dottrina della rottura dei vasi e del Tiqqùn.  Il primo prodotto della luce divina nello spazio primordiale è un essere anch’esso primordiale, Adam Qadmòn, dalla cui bocca, dal cui naso e orecchie irrompono le luci potenti delle Sephirot, gli elementi primordiali, con tale volenza che i recipienti creati per raccogliere quelle luci e conservarle non reggono l’impeto e si rompono in frammenti. Tralascio le origini della leggenda della “rottura dei vasi”, che non è una invenzione di Luria ma deriva da un racconto della riflessione mistica anteriore, nel quale si narra della distruzione di mondi precedenti quello attuale. Ma nella elaborazione di Luria la rottura dei recipienti è provocata dalle forze del male che si erano mescolate con le luci delle Safiròth. E qui nasce il problema dell’origine del male, l’interrogazione che assilla qualsiasi religione (e non solo la religione). Alcuni cabalisti successivi sentenziano che è connessa con le leggi del mondo organico. Secondo Luria comunque questo è “l’evento decisivo del processo cosmico” (ibid., p. 277). A causa di tale frattura originaria, tutte le cose del mondo recano impressa in sé un’incrinatura, un difetto congenito, che è compito di un altro processo di direzione contraria di riparare e redimere, ristabilendo l’armonia delle origini. E’ questo il Tiqqùn, compito mistico ma anche traducibile storicamente come opera sociale culturale e spirituale di ricomposizione dei frammenti del mondo, compito presumibilmente interminabile. Gershom Scholem ci dice che “il processo col quale Dio concepisce, genera e sviluppa Se stesso non si compie solamente in Lui; in parte il processo di restituzione è anche compito dell’uomo” (ibid., p. 282).

In questa metafora che da anni mi affascina e cui ritorno spesso mentalmente leggo anche, storicamente, tutta la distanza infinita che separa le creazioni altissime della spiritualità ebraica del passato dalla angosciosa realtà del presente, di uno Stato che si arroga e usurpa il diritto di rappresentare gli ebrei di tutto il mondo e che nega ad ogni istante nelle sue politiche etnocide e omicide la mitezza e lo splendore dell’ebraismo millenario.

 


[1] Il Ministero della Difesa israeliano ha avuto il buon gusto di chiamare Merkavà dei mostruosi carri armati.