il lavoro culturale, 11/04/2016

 

i miei genitori erano rifugiati iracheni e non si può certo dire che si siano sentiti ben accolti in Israele. Il colonialismo, così come la nascita del nazionalismo, sia ebraico che arabo, ha avuto conseguenze disastrose per diverse minoranze. La violenza che ha caratterizzato i rapporti politici nella regione ha fatto sì che intere comunità siano state sradicate nell’arco di una notte. Come la mia famiglia che, a causa del conflitto arabo-israeliano, è stata espulsa da Baghdad dove gli ebrei erano vissuti per millenni.

In Israele i miei si sono sentiti fuori posto, sia a causa del razzismo sia perché la loro era la cultura del nemico. I miei genitori dicevano: “In Iraq eravamo ebrei e in Israele siamo arabi”. La nostra cultura araba era un tabù. Anche se provavamo a non sembrare diversi, la nostra alterità era evidente nei nostri corpi, nel nostro aspetto e nei nostri accenti. I miei genitori non si erano azzardati a scrivere sul certificato di nascita israeliano il nome arabo che mi avevano dato: Habiba. Però i miei nonni hanno parlato in arabo fino alla morte. Io sono stata per anni la loro traduttrice quotidiana.