19/1/2017

La Lista Araba Unita denuncia le politiche israeliane contro la comunità palestinese del Paese e accusa l’esecutivo Netanyahu di aver provocato le violenze. Il premier: “La colpa è loro, la violenza di ieri rafforzerà la legge”

Umm al-Hiran nel 2009. (Foto:  Daniel Tchetchik. Fonte HaAretz)

Umm al-Hiran nel 2009. (Foto: Daniel Tchetchik. Fonte HaAretz)

Roma, 19 gennaio 2017, Nena News – Nuovo sciopero generale nel “settore arabo” d’Israele in seguito agli scontri e alle demolizioni avvenuti ieri nel villaggio beduino di Umm al-Hiran. In serata centinaia di persone hanno mostrato solidarietà verso i residenti evacuati con la forza dalla polizia israeliana: le principali manifestazioni di sostegno alla comunità araba hanno avuto luogo a Tel Aviv, Nazareth,Wadi Ara e Haifa. Qui si è avuta la protesta più partecipata: circa 200 persone hanno sventolato le bandiere palestinesi ed esposto striscioni e manifesti di condanna alle politiche del governo Netanyahu.

La situazione è precipitata ieri all’alba a Umm al-Hiran, un villaggio di 700 anime del Neghev abitato dai discendenti di un gruppo beduino trasferitosi lì dopo essere stato rimosso dal suo villaggio originario per fare posto al Kibbutz Shoval. La tensione tra polizia e comunità locale si era fatta tesa la scorsa sera quando sono arrivati sul posto i bulldozer con l’obiettivo di “far rispettare la legge”. Due giorni fa, infatti, la Corte Suprema israeliana ha respinto in via definitiva il ricorso della popolazione contro la sua demolizione. L’intenzione di Netanyahu è creare sulle sue ceneri una cittadina ebraica (Hiran) di 2.400 unità abitative che saranno occupate principalmente dalla vicina comunità di Meitar (nord est di Be’er Sheva). È dal 1956 che gli abitanti di Umm al-Hiran lottano per vedere riconosciuto il loro insediamento nell’area. Una battaglia che appare sempre più difficile da vincere: sullo sfondo, infatti, c’è il “Piano Prawer” che prevede il “trasferimento” di intere comunità beduine verso sette township (Rahat, Hura, Tel as-Sabi, Ararat an-Naqab, Lakiya, Kuseife e Shaqib al Salam).

Negli scontri avvenuti ieri nel villaggio beduino hanno perso la vita due persone. Uno dei due è il residente Yacoub Abu al-Kian. La polizia sostiene che Abu al Kian – descritto come un islamista e un simpatizzante dell’Isis – avrebbe investito intenzionalmente un gruppo di agenti ferendo gravemente un poliziotto, Erez Levy, deceduto in seguito in ospedale. Diversa, invece, la versione fornita dagli abitanti del villaggio: non ci sarebbe stato alcun attentato, la colpa sarebbe solo della polizia che ha sparato contro al-Kian mentre questi spostava la propria jeep. L’uomo, sostengono, ha perso il controllo del veicolo che guidava ed ha travolto ed ucciso l’agente. Gli abitanti di Umm al Hiran chiedono pertanto l’apertura di una inchiesta indipendente che faccia chiarezza sui fatti di ieri.

Eppure un video diffuso ieri dalla stessa polizia (girato da un drone o un elicottero) non dovrebbe lasciare spazio a dubbi. Nel filmato il Land Cruiser del beduino israeliano Yaqub al Kyan sta procedendo lentamente quando ad un certo punto i poliziotti, sembrerebbe senza motivo, aprono il fuoco contro la vettura. Solo a quel punto la macchina accelera investendo in pieno un gruppo di poliziotti (tra cui anche l’ufficiale morto). Abu al Kyan, colpito dai proiettili, probabilmente ha perduto il controllo dell’auto o forse, sentendosi in pericolo di vita perché sottoposto alle pallottole dei poliziotti, ha provato istintivamente ad allontanarsi dagli spari nel modo più veloce possibili. Ipotesi che Tel Aviv non prende lontanamente in considerazione perché è convinta che si tratti di un “atto terroristico”.

Ferito alla testa e alla schiena negli scontri di ieri è stato anche il capo della Lista Araba Unita, Ayman Odeh. Di fronte alle telecamere Odeh ha detto di essere stato colpito da un proiettile ricoperto di gomma, un’accusa che la polizia nega perché sostiene che a ferire il parlamentare sia stata una roccia scagliata dai manifestanti. Intervistato dal Canale 2 israeliano fuori l’ospedale con una benda sulla testa e una maglietta sporca di sangue, il leader palestinese ha puntato il dito contro Netanyahu perché avrebbe contribuito ad aizzare gli animi con la sua retorica “anti-araba”. Odeh ha tuttavia voluto lanciare un messaggio distensivo: “Nel Neghev – ha detto – c’è posto per tutti, ebrei ed arabi”.

Diversa l’opinione del governo. Il premier Netanyahu ha infatti puntato il dito contro i parlamentari arabi, gli unici responsabili di quanto è accaduto nel villaggio beduino. “Chiedo a tutti, in particolar modo ai membri della Knesset, di essere responsabili, di smetterla di istigare gli animi e di incitare alla violenza” ha detto rassicurando che le proteste di ieri non impediranno l’abbattimento delle case “illegali”. “Non soltanto questo incidente non ci fermerà, ma ci rafforzerà anche. Rafforzerà la nostra determinazione ad applicare la legge ovunque” ha spiegato. Più duro è stato il commento del suo collega di partito, Gilad Erdan, che ha accusato i parlamenti della Lista Araba Unita di “avere le mani sporche di sangue” per l’uccisione del poliziotto Levy.

E quando i toni del dibattito politico israeliano si accendono, ecco che non può tirarsi indietro il partito dei nazionalisti-religiosi di “Casa Ebraica”. “Insieme alle ong di sinistra, l’incitamento al terrorismo di Odeh sta causando l’agitazione infinita dei residenti beduini” ha scritto sul suo account Facebook la ministra della giustizia Ayelet Shaked. “Invece di promuovere la coesistenza e il dialogo, [i parlamentari arabi] hanno generato violenza e rabbia”. “Non è la prima volta – ha poi concluso – che membri della Lista Unita e quelli di Balad [uno dei partiti che compongono il raggruppamento arabo, ndr] causano spargimenti di sangue. Zoabi con la Mavi Marmara [durante la Freedom Flotilla del 2010], [l’ex leader di Balad] Bishara nel caso di Hezbollah, Ghattas che aiuta gli assassini e Odeh che ora getta benzina sul fuoco istigando alla violenza che ha causato la morte di un agente di polizia”.

“Non è un incidente se contro di noi arabi ci sono decine di migliaia di ordini di demolizioni” accusa il parlamentare della Lista Araba Ahmad Tibi intervenendo stamattina a Radio Israele. “Non ci sono piani di sviluppo, né progetti regolatori, né di espansione” ha poi sottolineato criticando il concetto d’illegalità sbandierato dal governo Netanyahu: “Allo stato attuale i cittadini palestinesi d’Israele sono costretti a costruire illegalmente perché gli organismi israeliani addetti alla pianificazione territoriale non hanno permesso alle comunità arabe la necessaria crescita naturale”. “Non puoi gettare gli arabi nel mare e lamentarti che si bagnano” ha poi chiosato.

Tibi, insieme al suo collega di partito Saadi, hanno pertanto presentato una mozione che propone di congelare per 10 anni le demolizioni delle costruzioni “illegali” nelle comunità arabe. Il tempo, precisano, servirà a “sviluppare un piano nazionale esaustivo” concernente lo sviluppo e l’urbanistica. La loro proposta, che sarà discussa dalla Commissione ministeriale per la Legislazione domenica, non dovrebbe però includere le costruzioni di Umm al-Hiran e ad altri villaggi beduini non riconosciuti da Tel Aviv dove la terra appartiene allo stato.

Ieri, intanto, alcuni parlamentari arabi della Knesset hanno incontrato alcuni ufficiali dell’Unione Europea (Ue) ai quali hanno denunciato le “politiche crudeli israeliane” contro di loro. Particolare attenzione è stata posta sia ai fatti di ieri ad Umm al-Hiran, ma anche alle demolizioni avvenute la scorsa settimana nella cittadina di Qalansawe che avevano portato il “settore arabo” ad indire immediatamente uno sciopero generale. Hanno partecipato all’incontro l’ambasciatore dell’Ue in Israele, Lars Faabord-Andersen e l’inviato della Commissione Europea in Medio Oriente, Michael Kohler. Nena News

 

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