14 mar 2015

Il 17 marzo si vota. Netanyahu e il leader laburista si contendono l’eredità del nazionalismo ebraico. Ma per i palestinesi l’unico sionismo conosciuto è quello che ha tolto loro terra e diritti.

 – Il Manifesto

Gerusalemme, 14 marzo 2015, Nena News – La sicurezza, gli scandali di casa Netanyahu, la mancanza di nuove abitazioni in Israele e i problemi sociali ed economici. In apparenza sono stati questi i temi della campagna per le legislative israeliane del 17 marzo che potrebbe sfociare nella sconfitta, inattesa appena due mesi fa, del premier israeliano e del principale partito di destra, il Likud.

Ma in questi giorni è emerso un altro punto centrale. Netanyahu e il suo principale rivale, il laburista Yitzhak Herzog, hanno passato non poco del loro tempo a presentarsi agli occhi degli elettori come i veri rappresentanti del Sionismo, il nazionalismo ebraico che nel 1948 ha fondato lo Stato di Israele in Palestina e ne rappresenta ancora la struttura ideologica. Quanto il Sionismo resti ancora la bandiera che i politici israeliani amano sventolare ad ogni occasione, non solo per le elezioni, lo hanno dimostrato proprio Herzog e la sua alleata ed ex ministra Tzipi Livni che a dicembre hanno unito le forze per dare vita alla lista elettorale “Campo Sionista”, composta dal Partito laburista e da HaTnua. Siamo noi i veri sionisti, non Netanyahu, ripetono da allora. Il premier replica chiamando gli  avversari “Campo anti-Sionista” e afferma che il Likud è la rappresentazione concreta e meglio riuscita del Sionismo.

Il dibattito su chi stia meglio riflettendo gli ideali del Sionismo – e chi può più credibilmente vantare i suoi successi – ha dato un tono “filosofico” alla battaglia Likud-Laburisti. In verità le due forze rivali oggi sono molto più vicine di 40 anni fa, quando le battaglie politiche ed elettorali riflettevano ancora lo scontro che aveva lungamente diviso il Sionismo socialisteggiante del “padre di Israele” David Ben Gurion e il Sionismo revisionista di Vladimir (Ze’ev) Jabotinskij.

«Rispetto ad allora è cambiato il contesto ma non il Sionismo che ha per fine esclusivo gli interessi degli ebrei  – taglia corto il saggista e analista politico Michael Warschawski –,  I partiti rivali si accusano a vicenda di aver tradito e abbandonato gli ideali dei tempi passati, in realtà la cultura sionista attraversa ogni aspetto della vita di Israele e ne determina sempre il suo atteggiamento nei confronti degli altri, in particolare i palestinesi». Negli ultimi venti anni – aggiunge Warschawski – «ci sono state fasi in cui le due principali correnti sioniste si sono scontrate sul riconoscimento della questione palestinese, poi sulla demografia e la necessità di separare i palestinesi (dei Territori occupati) dagli israeliani, poi sui problemi sociali ed economici contrapposti alla sicurezza del paese. Infine siamo giunti a queste elezioni con Herzog che accusa Netanyahu di aver danneggiato le relazioni con gli Stati Uniti, l’alleato più importante di Israele, e fa capire che riportarle alla normalità sarebbe un successo per il Sionismo e per lo Stato di Israele. A ben vedere sono sfumature, perché comunque gli Stati Uniti rimarranno alleati e protettori di Israele e perchè nessuno mette in discussione le basi ideologiche del Sionismo e il suo rapporto con l’altro popolo che vive in questa terra, i palestinesi».

Chiamati in causa i palestinesi dicono che nei loro confronti il Sionismo, socialisteggiante o revisionista, del secolo scorso o del 2015, di Herzog o Netanyahu, non è diverso in alcun modo. Il Sionismo, spiegano, «ci ha preso la terra 70 anni fa e continua a farlo oggi. Ha reso profughi tanti palestinesi ancora non possono tornare alle loro terre». Sottolineano che anche Herzog e i laburisti favoriscono la colonizzazione. Ne consegue l’interesse, di fatto nullo, che il possibile esito delle elezioni israeliane riscuote nei Territori Occupati. Giudizi più articolati ma sostanzialmente uguali sono espressi anche dai palestinesi con cittadinanza israeliana, gli arabo israeliani. Ghassan Khatib, tra gli analisti palestinesi più conosciuti, però mette in rilievo un aspetto «inquietante» della campagna elettorale israeliana. «Questo continuo riferirsi al Sionismo e alla difesa dei suoi principi è il risultato di una profonda radicalizzazione della politica israeliana, sempre più orientata a destra – afferma Khatib -, la scelta dei laburisti di allearsi con Tzipi Livni, politicamente più vicina alla destra, e di adottare il nome di Campo Sionista, rappresenta un ulteriore spostamento (a destra) di quello che conosciamo come il centrosinistra israeliano». Ciò, aggiunge Khatib, «avrà inevitabilmente un impatto sulle già scarse speranze di avviare su nuove basi il negoziato (israelo-palestinese), di fermare la colonizzazione dei Territori palestinesi e di realizzare la soluzione dei due Stati (Israele e Palestina), anche se dalle urne il 17 marzo uscirà vincitore Herzog».

Quelli di Campo Sionista intanto continuano a rappresentarsi come i veri sionisti, chiamati a prendere il posto dei falsi sionisti: Netanyahu, il Likud e Casa Ebraica, il partito del ministro ultranazionalista Naftali Bennett. Il segretario generale del partito Laburista, Hilik Bar, ripete «Noi ci occupano di cose più importanti, della società, aspiriamo a raggiungere la pace e parliamo ai nostri nemici. Questo è il Sionismo». La sua giovane compagna di partito, Stav Shaffir, tra i leader degli indignados israeliani e ai primissimi posti della lista di candidati di Campo Sionista, nel corso di un recente dibattito parlamentare, ha spiegato il significato del Sionismo. «Il vero sionismo è la solidarietà – ha detto – prendersi cura del futuro dei cittadini di Israele, negli ospedali, nelle scuole, sulle strade. Il benessere sociale, questo è il Sionismo». Entrambi si sono astenuti dallo spiegare cosa il nazionalismo ebraico abbia significato e cosa voglia dire per i palestinesi, per quelli che vivono in Israele e denunciano forti discriminazoni e quelli sotto occupazione militare nei Territori da quasi 50 anni.

Il Sionimo invece è «finito»  afferma da parte Avraham Burg, ex presidente della Knesset, per anni una delle personalità più in vista di Israele. Per Burg, che ha lasciato la politica dieci anni fa per dedicarsi all’attività di scrittore,  «occorre smetterla con il nazionalismo», è necessario pensare ad un’altra idea di cittadinanza in Israele. «Ho lasciato il sionismo molto tempo fa», racconta, «(l’ex ministro progressista) Yossi Beilin mi critica, sostiene che il Sionismo esisterà per sempre, si sbaglia». Burg, un ebreo religioso, si dice molto preoccupato per il nazionalismo che pervade la società israeliana e vorrebbe vedere un cambiamento dal «tribalismo ad una società fondata su una nuova idea di cittadinanza». Per questo, spiega, ha aderito al Partito Comunista (Hadash) e a queste elezioni sostiene la Lista Araba Unita. «Perchè sono le uniche forze che mettono insieme arabi e ebrei e sfidano il razzismo. Non ho lasciato un movimento nazionalista per unirmi a un altro movimento nazionalista. Il cambiamento avverrà ma sarà necessaria una forte dose di pazienza». Lo Stato binazionale emergerà spontaneamente, con il risolversi dei problemi più grandi, afferma l’ex presidente della Knesset. Nel frattempo Netanyahu e Herzog contano di vincere le elezioni presentandosi agli israeliani come i “veri sionisti”.

 

http://nena-news.it/israele-bibi-herzog-e-scontro-sul-vero-sionismo/