22/5/2017

Nell’atteso discorso a Riyadh di fronte a 50 leader musulmani, il presidente Usa detta i modi dell’alleanza: lotta al terrorismo secondo gli interessi Usa ma nessun accenno a diritti e valori universali. E rafforza le alleanze con i regimi saudita, egiziano e bahrenita

Il presidente Trump durante il discorso a Riyadh il 21 maggio 2017 (Fonte: The Hill)

Il presidente Trump durante il discorso a Riyadh il 21 maggio 2017 (Fonte: The Hill)

Roma, 22 maggio 2017, Nena News – L’atteso discorso di Donald Trump, nel suo primo viaggio ufficiale all’estero, di fronte a circa 50 leader musulmani, ha tracciato le linee della narrativa “araba” della nuova amministrazione statunitense. A otto anni dal discorso che il predecessore Obama tenne al Cairo nel giugno 2009 (in mezzo lo scoppio delle rivoluzioni nel mondo arabo, la guerra civile in Siria, le repressioni delle rivolte, la guerra contro lo Yemen, il declino della democrazia turca), scompaiono dalle parole dell’inquilino della Casa bianca i riferimenti al colonialismo occidentale e ai diritti negati, ai valori universali di giustizia e prosperità.

Il discorso pronunciato ieri da Trump torna americano-centrico: la battaglia – non tra fedi, come sottolinea – ma “tra bene e male” è declinato nella lotta comune al terrorismo di cui sono gli Stati Uniti e i loro alleati nella regione a defirne i rappresentanti. Non solo Isis e al Qaeda (gruppi e reti lievitate grazie all’indubbio sostegno ufficioso dei regimi del Golfo, ma anche dalla Turchia, dunque alleati americani), ma soprattutto l’asse sciita. Il presidente richiama esplicitamente Hezbollah e Iran, messi sullo stesso piano di Stato Islamico e al Qaeda, calderone in cui infila anche il movimento sunnita palestinese Hamas.

Per farlo, ribadisce più volte il presidente Usa, gli Stati Uniti non abbandoneranno gli amici ma li sosterranno a prescindere: “Non dovrete mai dubitare del nostro appoggio. Le alleanze migliorano la sicurezza attraverso la stabilità, non gli strappi radicali”, altro riferimento sottaciuto alle cosiddette primavere arabe con cui alcuni dei popoli della regione tentarono la via della democrazia, della redistribuzione e della giustizia. “Prenderemo le nostre decisioni basandoci sul mondo reale – ha aggiunto Trump in un tripudio di realpolitik – e non su ideologie inflessibili”.

Ai governi alleati Trump prospetta la creazione di “una grande coalizione per distruggere il terrorismo” e chiede di “cacciare via” l’estremismo dalle moschee e dalle comunità “per garantire ai nostri figli un futuro di speranza che onori Dio”: “Isis, al Qaeda, Hezbollah e Hamas e tanti altri non vanno conteggiati solo nel numero di morti, ma anche in generazioni di sogni distrutti. […] Dal Libano all’Iraq allo Yemen, l’Iran finanzia armi e addestra terroristi, miliziani e altri gruppi estremisti che portano distruzione e caos nella regione”. Parole di lode, invece, per le bombe saudite in Yemen (otto anni fa Obama evitò con cura l’elenco divisivo dei paesi considerati nemici statunitensi).

Trump si riavvicina ai leader arabi sunniti tentando di eliminare la narrativa islamobofa della campagna elettorale e del fallimentare Muslim Ban (“Il 95% delle vittime di attacchi terroristici sono musulmani”) ma non fa altrettanto con i popoli arabi. Tutto sta racchiuso nella frase che ieri le agenzie riportavano come centrale: “Non vogliamo imporre il nostro stile di vita agli altri, non vogliamo dirvi come vivere o come pregare”.

Una chiamata alla distensione, parebbe, ma è difficile non leggerla (accanto alla totale assenza di richiami ai diritti umani violati e alla costante celebrazione trumpiana della stabilità) come indifferenza verso l’autoritarismo brutale proprio nei paesi a cui in questi giorni l’amministrazione Usa ha ribadito stretta amicizia.

In primo luogo l’Arabia Saudita, un’alleanza che passa per la firma di contratti di vendita di armi da 110 miliardi di dollari – un record – e per gli annessi e connessi accordi commerciali privati stretti dalle aziende che hanno accompagnato la delegazione governativa a Riyadh (Aramco, la compagnia petrolifera saudita ha siglato 16 accordi con 11 società Usa, tra cui Exxon e General Electric, dal valore totale di 50 miliardi di dollari; mentre 100 miliardi saranno investiti negli Stati Uniti dal Fondo di Investimenti saudita e dalla compagnia Usa Blackstone Group e dal Fondo di Investimenti saudita).

Poi l’Egitto, che ieri tramite il presidente al-Sisi presente al vertice ha invitato al Cairo Trump, ricevendo l’immediata risposta ufficiale: il viaggio si farà. Senza ovviamente dire una parola – non è stato fatto nemmeno il 3 aprile quando il presidente golpista è stato ricevuto alla Casa bianca – sulla repressione in corso nel paese, la violazione sistematica dei diritti umani o la crisi economica che sta affamando la popolazione a causa dei diktat di Fmi e Banca Mondiale.

E infine il Bahrain, regime sunnita che in casa stritola la maggioranza sciita e le opposizioni con il sostegno chiaro di Riyadh: la Casa bianca ha approvato la vendita di diciannove F16 Lockheed Martin, dal valore totale di 5 miliardi di dollari, a Manama. Nena News

Chiara Cruciati è su Twitter: @ChiaraCruciati

 

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