Migliaia di medici hanno protestato ieri al Cairo contro l’aggressione subita da due loro colleghi in un’ospedale della capitale a fine gennaio. Il sindacato dei dottori minaccia uno sciopero parziale

Dottori in piazza ieri al Cairo

Dottori in piazza ieri al Cairo

Roma, 13 febbraio 2016, Nena News – Migliaia di dottori egiziani sono scesi in piazza ieri per protestare contro la violenza della polizia. I fatti che sono base dell’agitazione dei camici bianchi risalgono allo scorso 28 gennaio: dopo essersi rifiutato di trattare la ferita di un agente con dei punti, un dottore dell’ospedale Matariya al Cairo sarebbe stato aggredito, insieme ad un suo collega, prima da un agente e, successivamente, da altri nove poliziotti. Ad esacerbare i malumori dei medici ci ha poi pensato ieri il procuratore di stato che ha sì interrogato i poliziotti coinvolti nell’aggressione, ma li ha infine rilasciati.

 

 

Secondo organizzazioni egiziane indipendenti sarebbero almeno i 1700 casi solo nel 2015: attivisti, giornalisti, semplici cittadini. L’accusa delle ong: «I servizi godono di impunità quasi assoluta»

(Fonte: Day Herald)

(Fonte: Day Herald)

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 6 febbraio 2016, Nena News – Asma’a Khalaf, Islam Atito, Esraa al-Taweel, Omar Ali, Souhaib Sa’ad. Sono solo alcuni, pochissimi, nomi dei desaparecidos egiziani. Studenti, giornalisti, attivisti, medici, sostenitori dei Fratelli Musulmani, semplici cittadini scomparsi mentre andavano al lavoro, sotto casa, tra le mura domestiche, mentre camminavano per la strada con gli amici.

A raccogliere alcune delle loro storie sono organizzazioni indipendenti egiziane o internazionali, che tentano un monitoraggio che non potrà mai essere completo. Perché i numeri sono esorbitanti, un flusso ininterrotto che collega con un filo invisibile il regime di Mubarak a quello del generale golpista al-Sisi, passando per i pochi mesi di governo della Fratellanza Musulmana del presidente Morsi.

«Limitiamoci» al 2015: secondo l’Egyptian Commission for Rights and Freedom (Ecrf), organizzazione indipendente egiziana ideatrice della campagna «Stop Enforced Disappearance», i primi quattro mesi dell’anno sono stati teatro della sparizione di 1.250 egiziani. Ne sono seguiti 163, scomparsi tra aprile e giugno, e altri 340 tra agosto e novembre. Per un totale di oltre 1.700 persone in undici mesi, una media che supera i quattro al giorno. Nessuna coincidenza, ma un fenomeno radicato, politico.

Asma’a Khalaf faceva la ginecologa all’ospedale universitario Assiut. È scomparsa nell’aprile del 2014 mentre usciva di casa. Di lei da allora non si hanno più notizie. Islam Atito studiava ingegneria all’Ain Shams University: è sparito a maggio dello scorso anno, secondo le autorità egiziane ucciso in una sparatoria a cui avrebbe preso parte insieme ad un cellula armata dei Fratelli Musulmani, versione smentita dai familiari che lo ritengono vivo, ma dietro le sbarre di una prigione.

Esraa, Omar e Souhaib, tutti ventenni, sono scomparsi il primo giugno al Cairo mentre andavano a cena insieme. Dopo complesse ricerche, le famiglie li hanno rintracciati: sono tutti in carcere. In questo caso, notizie frammentarie sono riuscite a rompere il muro di gomma governativo, goccia nel mare del silenzio delle autorità nonostante le pressioni di organizzazioni come Amnesty e Human Rights Watch.

Si tace perché quella della «scomparsa forzosa», come viene definita negli ambienti degli attivisti, è una chiara politica del regime militare di Abdel Fattah al-Sisi, sinistro lascito della dittatura trentennale di Mubarak e subito ampiamente ripresa durante la rivoluzione di Piazza Tahrir. Poco dopo le elezioni che assegnarono la vittoria ai Fratelli Musulmani, il presidente Morsi creò una commissione di inchiesta sui desaparecidos della rivoluzione: almeno 1.200 casi documentati nel solo 2011, molti arrestati dalle forze armate, tanti altri uccisi e finiti in fosse comuni.

Attivisti dei diritti umani, avvocati, giornalisti indipendenti – scrive sul sito di Amnesty Mohamed Lofty, direttore di Ecrf – sono soggetti ad «arresti arbitrari, detenzioni prolungate, sentenze brutali dopo processi farsa, torture, scomparse forzose nelle mani dello Stato, decessi in carcere». E, aggiunge, teme per se stesso e per chi lavora per la sua organizzazione, in prima linea nel fornire aiuto legale alle famiglie dei desaparecidos.

A volte riescono ad entrare nelle stanze del potere: a gennaio il National Council for Human Rights, ente statale, è stato costretto a presentare al Ministero degli Interni 191 casi. E il Ministero ha dovuto rispondere, almeno in parte: la polizia ha svelato il destino di 117 di quei 191 casi. Di questi, dicono, 99 sono in carcere, 15 sono stati rilasciati e 3 sono evasi. Ma, insiste il Ministero, nessuno è stato oggetto di «sparizione forzosa».

Eppure degli oltre mille casi del 2015 non si sa quasi nulla. Le famiglie tentano di muoversi per i canali informali, pagando mazzette a funzionari che vendono informazioni o vagando di ufficio in ufficio alla caccia di notizie che non arriveranno; le organizzazioni per i diritti umani provano con gli ex prigionieri. Ma sono tutti convinti del destino di buona parte di loro: se non sono già morti, sono illegalmente detenuti dalla polizia, dai servizi segreti interni, dall’esercito.

Detenuti senza processo né accuse pubbliche in carceri diverse, tra le quali spicca la famigerata prigione militare Azouli. Di quel carcere aveva parlato Amnesty un anno e mezzo fa: dentro il campo di Al Galaa, a Ismailiya, ci sarebbero 400 prigionieri, mai accusati ufficialmente di alcun crimine, mai portati di fronte ad una corte, mai autorizzati a vedere un avvocato. Catturati sotto casa o per la strada e poi torturati, privati di cure mediche, costretti a confessare crimini mai commessi, raccontano all’organizzazione internazionale ex prigionieri.

«Le forze di sicurezza egiziane hanno apparentemente fatto sparire decine di persone senza dire una parola su dove siano o su cosa sia accaduto loro – spiega Joe Stork, vice direttore di Human Rights Watch in Medio Oriente – Il fallimento della magistratura nell’indagare seriamente rafforza la quasi assoluta impunità di cui godono i servizi sotto il presidente al-Sisi». Un fallimento figlio degli stretti legami su cui, secondo gli attivisti, si fonda l’autoritarismo egiziano, uno Stato di polizia in cui forze armate, servizi segreti e magistratura sono parte dello stesso ingranaggio che stritola la libertà di espressione e critica.

 

http://nena-news.it/egitto-i-desaparecidos-del-generale/

Internazionale, 5 feb 2016

 

Il 25 gennaio, quinto anniversario della rivoluzione di piazza Tahrir, è stato segnato da un’ondata di arresti e violenze compiute dalla polizia senza precedenti. I rapporti del quotidiano Al Masry al Youm sono circonstanziati: sono state arrestate più di 150 persone, tra cui almeno 78 nel quartiere di Giza con l’accusa di appartenere ai Fratelli musulmani.

Ieri le autorità egiziane hanno arrestato due persone e dichiarato che le ragioni dell’uccisione sono meramente “criminali, non politiche”. Parole che destano dubbi al Cairo. Oggi nella capitale gli egiziani lo commemorano mentre si moltiplicano i messaggi sui social network che chiedono verità

giulio

Roma, 06 febbraio 2016, Nena News – Il dolore per la brutale uccisione di Giulio Regeni unisce l’Italia all’Egitto. Lo ha espresso con parole dense di sofferenza Mona Seif, una nota attivista egiziana, sorella di Alla Abd El-Fattah. Ventinove anni, uno in più del ricercatore di Cambridge, Mona ha scritto un messaggio su Facebbok diretto a tutti gli stranieri: “Questo è un messaggio sincero. Se siete stranieri, per favore, non venite in Egitto. O almeno, non ora. Non fino a quando non saremo in grado di garantirvi un minimo di sicurezza e di trattamento appropriato dalla gente e le autorità”.

il Fatto Quotidiano, 6 febbraio 2018

Nessuno dei leader europei tranne l'ex sindaco di Firenze - che è stato il primo leader occidentale a incontrare il capo di governo egiziano - si è spinto fino a dirgli quel che mai fu detto al dittatore cileno: “La tua guerra è la nostra guerra”. Il motivo: in Egitto, dove una nuova legge stabilisce che è grave reato smentire la versione prodotta dalle istituzioni, l'Eni ha interessi enormi e la benevolenza del Cairo è necessaria per qualsiasi iniziativa militare in Libia, altra cruciale piazza petrolifera

Qual è la differenza tra Augusto Pinochet, golpista cileno, e Abd al-Sisi, golpista egiziano? [....] Così Pinochet si ferma a quota 3 mila uccisi; al-Sisi probabilmente l’ha raggiunto. Parte alto, almeno 1.150 morti in un giorno, 14 agosto 2013.