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Catégorie : Società civile palestinese

Valeria Cagnazzo ci racconta la storia di Mohammed Manassra e Ibrahim Masra del villaggio palestinese di Wadi Fukin (Betlemme) dove la resistenza alle politiche israeliane di espropriazione della terra passa attraverso un modello di agricoltura sano e rispettoso della natura

Wadi Fukin

Wadi Fukin

Roma, 16 febbraio 2016, Nena News – Mohammed aveva solo 7 anni quando seguiva suo nonno in campagna per osservarlo mentre coltivava i suoi ortaggi, le sue melanzane, annaffiava i suoi alberi da frutto, allungava la mano sicura ai rami di piante secolari e si passava tra le dita qualche oliva per saggiarne lo stato di maturazione.

Da lui ha appreso sin da piccolo non un semplice mestiere: da quell’anziano e instancabile contadino ha imparato, come gli piace ripetere, “ad amare la terra, a prendersene cura, come una sorella, come la sua sola amante”.

Dopo gli studi in gestione aziendale e qualche lavoro d’ufficio, è stato inevitabile per Mohammed tornare alla sua prima passione e intraprendere, in qualità di imprenditore agricolo, la scelta dell’agricoltura biologica. Un’opzione che prende sempre più piede in quella parte del mercato occidentale che mira a promuovere un’economia che salvaguardi l’ambiente e tuteli il benessere dei consumatori, ma che per Mohammed e i contadini palestinesi come lui diventa una vera e propria tecnica di resistenza non-violenta ed una necessità per difendere la terra dall’occupazione israeliana che avanza. Assume, infatti, valore e significati più complessi l’agricoltura biologica se la si pratica nel villaggio di Wadi Fukin.

Wadi Fukin sorge a 8 km a sud-est di Betlemme e conta meno di 1.200 anime, dedite quasi esclusivamente all’agricoltura e in parte all’allevamento. Geograficamente, l’area intorno al villaggio è particolarmente fertile ed è naturale che storicamente gli abitanti del villaggio, come il nonno di Mohammed, abbiano fatto dell’attività agricola la prima fonte di reddito per il paese.

Ma l’occupazione e la costruzione di insediamenti illegali hanno, nel tempo, drasticamente ridotto l’estensione dei campi e del centro di Wadi Fukin, e continuano a minacciarne la sopravvivenza. Attualmente, il villaggio è letteralmente circondato da colonie e avamposti in costruzione.

La colonia di Beitar Illit sorge su una collina a sud e incombe sugli uliveti degli agricoltori palestinesi: ospita, per ora, circa 45.000 coloni ultra-ortodossi, perlopiù di origine polacca, che non mancano periodicamente di scendere giù nel villaggio in marcia, protetti dall’esercito, per rivendicare il loro diritto ad occupare anche quel fazzoletto di terra. A nord, lungo la Linea Verde, svetta invece la città israeliana di Tzur Hadasa. Sugli altri lati, cantieri per la costruzione del muro e di una zona industriale che dovrebbe estendersi fino a comprendere anche i terreni degli agricoltori di Wadi Fukin, inclusi quelli di Mohammed.

Solo una strada collega verso nord, in direzione di Betlemme, il villaggio con l’esterno. Per il resto, il paese arabo è completamente circondato dagli insediamenti dei coloni, soffocato dai progetti edili dell’occupazione, e isolato dagli altri paesi della West Bank.

Nel 1948, anno della fondazione di Israele, il villaggio fu distrutto e i suoi abitanti costretti ad abbandonarlo per trasferirsi nel vicino campo profughi di Dheisheh. Dei 12.000 dunam di terreno (1.200 ettari) appartenenti ai palestinesi, 9.000 furono occupati dallo Stato israeliano per la costruzione di colonie.

Durante gli anni di esilio nel campo profughi, i contadini continuarono clandestinamente a recarsi abitualmente a Wadi Fukin, per innaffiare e curare le loro piante, e a scappare poi indietro: rischiarono ogni giorno la vita solo per non far morire i loro alberi, 11 contadini furono uccisi in quel periodo.

Quando nel 1972 da Dheisheh i residenti di Wadi Fukin poterono ripopolarlo, si ritrovarono in una terra di soli 3.000 dunam costantemente minacciata da ordini di confisca di campi e di demolizione. Nel 2014, Israele ha ordinato la confisca di ulteriori 1.500 dunums.

A raccontare cosa significhi resistere all’occupazione attraverso l’agricoltura biologica nel villaggio di Wadi Fukin sono stati lo stesso Mohammed Manassra e Ibrahim Masra, agronomo dell’organizzazione Palestinian Agricultural Relief Committees, ospiti in Italia della Ong Overseas Onlus, che li ha portati a Modena e a Bologna e ha anche permesso loro di incontrare associazioni e imprenditori agricoli che hanno intrapreso la scelta del biologico, per confrontare insieme le loro esperienze.

“Scelgo il biologico perché mi piace mangiare bene e permettere agli altri di farlo”, spiega Mohammed, che sottolinea, per rimarcare l’appartenenza storica di quella terra ai palestinesi, come i suoi nonni, i suoi bisnonni e così indietro nelle generazioni abbiano sempre portato avanti un modello di agricoltura sano e rispettoso della natura.

Ma poi, attraverso la sua storia, emergono delle motivazioni più profonde. Nel villaggio, la pratica più utilizzata dai soldati israeliani per giustificare l’espropriazione di terre ai palestinesi e la loro cessione ai coloni è la distruzione dei campi, in modo da dimostrarne l’abbandono da parte dei legittimi proprietari e giustificarne dunque l’usurpazione da parte di Israele.

Sradicare alberi, bruciare piante, utilizzare diserbante nei terreni palestinesi in modo da renderli sterili sono tutte pratiche che i contadini di Wadi Fukin conoscono bene e con le quali devono quotidianamente combattere. Le ha subite personalmente anche Mohammed, che dopo aver acquistato e terrazzato il suo terreno, e averci costruito un pozzo (dal momento che la gestione dell’acquedotto è controllata da Israele che fornisce acqua a singhiozzo proprio per ostacolare l’attività agricola), investendo oltre 100.000 dollari, si è visto distruggere 20 dunam di terra, trasformati da un giorno all’altro in una distesa deserta.

Ma non si è arreso, e in questo consiste la resistenza dei contadini come lui. Ha ripiantato tutto, e ogni giorno si prende cura delle piantine e controlla i virgulti. “E se distruggeranno di nuovo tutto, io li ripianterò da capo. E così ancora, e ancora. Dovessi spendere un milione di dollari, io continuerò a coltivare questa terra”.

L’agricoltura biologica non è solo dovuta al salutismo: Mohammed spiega come nella sua lotta per difendere la terra sia fondamentale assicurarsi che questa risulti sempre fertile e feconda, capace di sopravvivere agli attacchi dei coloni e non fornire pretesti di scarsa produttività affinché Israele se ne impossessi. Utilizzare, dunque, come fertilizzante mai sostanze chimiche ma solo il letame dei suoi animali, nutriti non con fieno ma esclusivamente coi prodotti dei suoi campi, lasciare nel terreno gli scarti della vite affinché arandolo questi si mescolino e ne facciano un humus impareggiabile, oltre a investire nella costruzione di un nuovo pozzo anche per evitare l’inquinamento dovuto agli scarichi delle acque nere della colonia di Beitar Illit, sono tutte tecniche atte a conservare intatta la ricchezza della sua terra.

Un metodo alternativo per tutelarla dall’occupazione, per quanto sappia che il pericolo è sempre imminente e tutti i suoi sforzi potrebbero essere vanificati in un giorno da un rogo o da una confisca.

Ibrahim sa bene che la tempra dei contadini di Wadi Fukin li ancorerà alle loro terre fino alla morte. La dimostrarono già nel 1972, quando dal campo profughi poterono far ritorno al loro villaggio. “Si trattò di un errore del governo israeliano, che si tiene sempre sul confine tra il legale e l’illegale per evitare troppi scandali agli occhi del mondo. Poiché quello del villaggio dal quale ci avevano epurati rischiava di diventare un caso di illegalità importante, nel marzo di quell’anno ci concessero 24 ore per lasciare Dheisheh e ripopolare Wadi Fukin. Erano sicuri che non ce l’avremmo mai fatta, e così il giorno dopo il villaggio sarebbe passato loro di diritto, in rispetto dell’accordo. Prima che scoccasse la ventiquattresima ora, noi, invece, eravamo già di nuovo a Wadi Fukin, con tutti i nostri mobili”.

E l’attaccamento alla sua terra lo traduce naturalmente in una chiamata al boicottaggio agli italiani: “Poiché i frutti sono nostri, e appartengono alla nostra terra, prendeteli da noi. Chi compra un frutto da chi ce l’ha rubato, diventa anch’egli un ladro”.

Ma al di là della fiducia nella resilienza del suo popolo e nella fertilità della sua terra, Ibrahim non nutre altre speranze. Nessun avvocato, ammette, difenderebbe quei contadini abbandonati dal mondo, e non avrebbe molto senso confidare nella giustizia, dato che le figure di giudici e di occupanti coincidono.

Si è lontani, perciò, persino dall’ottimismo poi deluso della vicenda giudiziaria raccontata nel film “Il giardino dei limoni” di Eran Iklis, tratto dalla storia vera della battaglia legale tra un contadino della Cisgiordania e il ministro israeliano Shaul Mofaz che ne fece tagliare gli ulivi. In quel caso, infatti, l’agricoltore riusciva a raggiungere quantomeno la Corte Suprema di Israele e l’attenzione dei media grazie all’aiuto del suo legale.

Per i contadini di Wadi Fukin, invece, le speranze sembrano vivere tutte unicamente nella fertilità della loro terra: gli ulivi, i mandorli, i fichi potranno difendersi solo continuando a crescere nel loro humus fertile, gli agricoltori potranno combattere solo ripiantandoli quando questi saranno abbattuti, affrontando , per farlo, anche le aggressioni dei coloni e il lancio di lacrimogeni da parte dei soldati, e così andrà avanti la resistenza dell’agricoltura non si sa ancora per quanto, nel terrore costante che il pericolo che il villaggio di Wadi Fukin sia stritolato dalla colonizzazione israeliana diventi realtà. Nena News

 

http://nena-news.it/wadi-fukin-lagricoltura-biologica-un-altro-passo-verso-la-liberta/