Sette fotografe mediorientali raccontano la vita delle donne dall’Egitto all’Iran, passando per la Palestina: immagini e parole in cui l’artista è parte integrante della narrazione

Un'immagine di Occupied Pleasures (Tanya Habjouqa)

Un’immagine di Occupied Pleasures (Tanya Habjouqa)

Roma, 14 maggio 2016 – Rawiya in lingua araba significa “She Who Tells a Story”, “Colei Che Racconta Una Storia”. Queste parole acquistano un senso se collegate all’idea che ne è alla base: l’esistenza di un Collettivo composto da sette donne mediorientali, fotografe, ciascuna delle quali elabora un metodo artistico di narrazione di una storia. Il loro racconto assume le forme di un  “nuovo documentario” in cui la telecamera è assente ed è sostituita dalla fotografia, così come la voce narrante lascia il posto ad una componente testuale scritta.

Si tratta di una strategia narrativa che nasce dall’intreccio della componente visuale a quella scritta ed ha ad oggetto la rappresentazione di scene di vita in cui la protagonista è quella femminilità che fa fatica a venir fuori attraverso un prodotto informativo standard. L’aspetto visivo si fa testimonianza di una realtà femminile, dei paesi arabi e dell’Iran, alla quale le fotografe hanno un accesso più semplice e diretto in quanto loro stesse donne.

A coloro che domandano alle fotografe se l’essere donna costituisca una limitazione al loro lavoro, rispondono in modo negativo, poiché in un contesto come quello mediorientale l’ingresso ad esempio nelle case o nei giardini o nelle scuole femminili o nelle palestre sarebbe loro negato se fossero uomini. La metodologia usata da loro sul campo di lavoro è quella dell’osservazione partecipante, propria delle scienze sociali ed umane, che prevede la presenza sul luogo, l’osservazione e la partecipazione della fotografa a quanto sta avvenendo nel contesto da fotografare: dunque, donne che partecipano alla vita quotidiana di altre donne, scegliendo di fissarne dei momenti particolari.

Il Collettivo raccoglie donne di diversa provenienza, Egitto, Giordania, Libano, per testimoniare la diversa condizione femminile nei vari paesi arabi. Ciascuna di loro, vivendo e lavorando sul campo, si fa portatrice di una visione particolareggiata che tiene enormemente conto della dimensione geopolitca del concetto di donna.

In concreto cosa fanno queste donne? Si rifanno al genere documentaristico, producendo un tipo di narrazione per immagini fotografiche allo scopo di descrivere il costume femminile in Medio Oriente e Iran e i rapporti delle donne con altre donne e con i loro figli, nonché il loro status all’interno del gruppo.

Tanya Habjouqaè una delle fotografe e cofondatrici di Rawiya. Nasce in Giordania e cresce in Texas. Ha una formazione giornalistica ed è specializzata in scienze sociali. Attualmente vive a Gerusalemme Est con suo marito, un avvocato palestinese, e i loro figli. I suoi lavori si concentrano essenzialmente sulla rappresentazione della donna palestinese di Gaza e della Cisgiordania. Fa parte dell’agenzia fotografica internazionale “Panos”, oltre che del Collettivo Rawiya.

Ha fotografato le donne nei momenti della vita quotidiana, dal matrimonio, alla nascita, passando per momenti più ludici, quali una festa di diploma all’interno di una scuola superiore palestinese, l’esibizione di majorette, giovani ballerine fotografate in una scuola di danza, l’abbigliamento scelto dalle ragazze per un matrimonio, ma anche foto che restituiscono la gestualità e il suo significato all’interno di un rapporto madre e figlia.

Queste descrizioni visive spaziano dalle occasioni più semplici della quotidianità a momenti più formali e rituali che illustrano la figura femminile, la maniera di porsi nei confronti di una macchina fotografica, accompagnata da un maggiore o minore grado di disinvoltura o soggezione (nel caso di quelle più anziane e velate). I soggetti sono donne di ogni età  alle quali corrisponde una diversa ricostruzione per immagini. Ogni scatto è accompagnato da un commento-spiegazione della scena e da riferimenti personali al soggetto della foto.

Tanya nelle sue raccolte, come ad esempio “Occupied Pleasures”, decide di non lasciare spazio all’esperienza del dolore, è come se fosse assente dalle vite. Ma si tratta di una precisa scelta stilistica orientata a fornire l’esempio di una femminilità che sceglie il lato positivo e sano della vita, che sorride, si prende cura del proprio corpo attraverso la danza, che dedica tempo ai figli, ma allo stesso tempo è una voce che conquista uno spazio e rilevanza sociale ed è capace di incidere sul costume di un popolo. I lavori artistici di Tanya Habjouqa affrontano la questione del gender, dell’alterità, del corpo e del folklore femminile, attraverso una narrativa visuale alternativa rispetto al modo in cui i media mainstream dedicano attenzione a questi temi, specie se legati all’area mediorientale.

Il progetto narrativo della Habjouqa “Occupied Pleasures” ha ricevuto il supporto della Magnum Foundation, fondazione indipendente legata al mondo della fotografia con sede a New York ed ha ricevuto il premio “World Press Photo”. Il passo finale è stato quello di trasformarlo in un libro fotografico ad opera di Foto Evidence Press meno di un anno fa, che lo Smithsonian Institute, tra i più prestigiosi musei americani, ha definito uno dei migliori libri fotografici del 2015. Il lavoro di Tanya Habjouqa rientra nelle collezioni del MFA di Boston, dell’Institut du Monde Arab, e del Carnegie Museum of Art di Pittsburgh. Inoltre è un’insegnantedell’Arab Documentary Photography Program, organizzato dalla Magnum Foundation. Tra i suoi lavori vi è “Ladies Who Rally”, che offre un esempio chiaro del tipo di percorso che ha intrapreso attraverso il modello di donna da riprodurre, ma anche “Women in Gaza” è altrettanto illuminante. Nena News

 

http://nena-news.it/medio-oriente-collettivi-femminili-il-racconto-per-immagini-di-tanya-habjouqa/