L’arte tenta di rompere l’isolamento culturale e politico unendo la Striscia di Gaza alla Cisgiordania. Ma gli attori palestinesi riscontrano molti ostacoli anche dentro Israele

Attori palestinesi del Freedom Theatre di Jenin interpretano "Animal Farm", marzo 2009. (Foto: REUTERS/Mohamad Torokman) Read more: http://www.al-monitor.com/pulse/culture/2014/02/palestine-territories-theater-restrictions-israel.html#ixzz4Ig8UvMWM

Attori palestinesi del Freedom Theatre di Jenin interpretano “Animal Farm”, marzo 2009. (Foto: REUTERS/Mohamad Torokman)

Roma, 29 agosto 2016, Nena News – Per raggiungere il teatro si percorre una strada polverosa che, da via Omar al Muktar, nei pressi del porto vecchio di Gaza city, si addentra all’interno del campo rifugiati di Shati, abitato in prevalenza da pescatori. Negli anni passati, il centro culturale al-Mishal ha ospitato concerti dell’orchestra giovanile del conservatorio musicale Edward Said di Gaza. Da qualche tempo, gruppi di artisti tentano di dare nuovamente vita all’attività teatrale, interrotta a causa della difficile situazione politica – tra cui le difficoltà nate dalle divisioni politiche nel 2007 che hanno avuto un impatto negativo su tutti gli aspetti della vita palestinese – e delle dure condizioni di vita dettate dall’assedio e dagli interventi militari israeliani.

Recentemente – in particolare dall’inizio di quest’anno – il teatro palestinese di Gaza sta vivendo un periodo di particolare attività, probabilmente perché al centro degli eventi teatrali vi sono temi che riflettono aspetti della società palestinese e preoccupazioni quotidiane di carattere politico e sociale. L’ultima opera in scena – dopo il debutto del 7 giugno e la rappresentazione finale del 22 luglio, è stata “Akher al-Ankoud” (L’ultimo chicco del grappolo d’uva”), che racconta la storia di un giovane della Striscia di Gaza che sviluppa problemi comportamentali a causa della disoccupazione e delle condizioni di povertà ed il cui padre rifiuta di abbandonarlo.

L’opera ha ricevuto una buona affluenza di pubblico, nonostante il biglietto non fosse gratuito ma avesse un costo di 20 shekels (poco più di 4 euro). Abu Ali Yassin, direttore del teatro, ha portato precedentemente in scena altre opere che affrontano la situazione sociale e politica di Gaza, tra cui, ad aprile, “Romeo and Juliet”. L’opera infatti è una rivisitazione del lavoro di Shakespeare inserita nel contesto delle divisioni interne palestinesi. La giovane coppia composta da Yousef, il cui padre è un membro di Hamas, e Suha, il cui padre è un membro di Fatah è separata dalla profonda divisione interna palestinese tra i due movimenti rivali Hamas e Fatah, che nella versione palestinese sostituiscono le famiglie rivali Montecchi e Capuleti.

La Romeo e Giulietta di Gaza è un’opera significativa anche per lo sguardo critico sul contrasto politico interno. È “un appello all’amore; un voler dare uno spazio ai giovani per sognare un bel futuro distante dall’attuale condizione di Gaza”, ha affermato Ali Abu Yassin. La rappresentazione è stata apprezzata ed applaudita dagli oltre trecento spettatori del centro culturale al-Mishal. Secondo il direttore, l’apprezzamento deriva proprio dal malcontento del pubblico verso l’attuale situazione politica. Gli spettatori si sentono rappresentati all’interno dell’opera che esprime ciò che essi vorrebbero esprimere.

Il finale è però diverso dalla famosa opera di Shakespeare. Yousef infatti scappa da Gaza imbarcandosi illegalmente nella speranza di un futuro migliore in Europa, mentre Suha lo implora di tornare indietro. Il suo destino non verrà mai rivelato. Torna così in mente il naufragio avvenuto nel 2014 durante il quale molti palestinesi di Gaza persero la vita mentre decine furono i dispersi. Mentre nel lavoro di Shakespeare le due famiglie europee si riconciliano dopo la morte della coppia, nella storia di Gaza esse restano nemiche: un finale che riflette l’assenza di speranza in una società profondamente divisa.

Le difficoltà della vita quotidiana non hanno scoraggiato i palestinesi che hanno realizzato propri lavori nella prosa, nella poesia e nel teatro, dimostrando che la creatività può nascere dalla sofferenza. Nonostante questi primi importanti passi per il rilancio del teatro, c’è ancora molto da fare. Gli attori non riescono ad autosostenersi con ciò che guadagnano, inoltre nella Striscia di Gaza vi è mancanza di teatri, di biblioteche e non c’è un istituto superiore per l’arte teatrale.

“Dovremmo dare maggior sostegno al teatro. Il fatto è che siamo presi ognuno dai nostri problemi quotidiani e questo ci ha tenuti lontani dalle attività culturali. Qui il teatro non viene sostenuto come in Cisgiordania”, ci ha detto al telefono un frequentatore del centro al-Mishal aggiungendo che “alcune attività culturali si svolgono anche al Rashad al-Shawa center”, un edificio al centro di Gaza city spesso utilizzato per conferenze, festival, esposizioni.

Il governo palestinese non offre attualmente al teatro di Gaza alcun sostegno economico. Le rappresentazioni teatrali sono realizzate grazie ad iniziative personali e ad un piccolo aiuto da parte di organizzazioni non governative. Recentemente l’attività teatrale a Gaza ha ricevuto nuova spinta anche grazie alla presenza di docenti di teatro ed attori esperti, mentre in passato esso si è basato sul lavoro di artisti dilettanti a causa dell’assenza di insegnanti e di istituti d’arte. In assenza di sostegno economico, il lavoro teatrale si è ridotto nel corso degli anni. Inoltre, attori e gruppi teatrali non hanno opportunità di viaggiare per partecipare a festival internazionali a causa della quasi totale chiusura del valico egiziano di Rafah.

Sembra che il Ministero della cultura palestinese non disponga di fondi per supportare l’attività teatrale a Gaza, tuttavia, esso starebbe cercando di favorirne l’attività garantendo ai gruppi teatrali le autorizzazioni per le loro rappresentazioni e la risoluzione di problemi logistici. Se, da un lato, il costo del biglietto dovrebbe consentire un sostegno economico per le attività teatrali, da un altro lato esso deve restare accessibile per favorire la partecipazione popolare. 

Arte per uscire dall’isolamento

Se la situazione politica ha finora limitato lo sviluppo delle arti, le cose stanno man mano cambiando e l’arte sta innanzitutto costruendo un ponte tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania. Si è da poco concluso il Palestine International Festival for Dance and Music (Festival internazionale della Palestina per la danza e la musica) che è stato inaugurato e si è svolto simultaneamente in Cisgiordania e Gaza. Si è trattata della prima partecipazione di Gaza a questo festival fondato nel 1993 dal Popular Art Centre (Centro popolare delle arti). “Il festival è un evento culturale che intende rompere l’assedio culturale imposto da decenni sulla Palestina ed i palestinesi. Esso mira principalmente a rompere l’isolamento culturale di cui è vittima il popolo palestinese come risultato dell’occupazione israeliana”, si legge sul sito internet del centro.

Tra gli obiettivi, contribuire al rilancio della scena artistica in Palestina, preservarne il patrimonio culturale, proteggere l’identità nazionale. Il festival, che ha riscosso successo ed ha ospitato gruppi musicali e di danza provenienti da paesi europei, nord africani ed oltre, è ormai diventato un evento nazionale annuale. Al fine di superare le barriere e le restrizioni alla libertà di movimento imposte dal muro e dai checkpoint, a partire dal 2005 il festival si tenne non soltanto a Ramallah ma anche in altre città, villaggi e campi rifugiati in Cisgiordania. Quest’anno il diciassettesimo festival, incentrato proprio sul tema del diritto alla libertà di movimento, si è svolto dal 24 luglio al 10 agosto contemporaneamente a Ramallah, Jenin, Hebron, Gerusalemme e Gaza, nell’intento di creare ponti di comunicazione tra la Striscia assediata e la Cisgiordania sfidando il blocco israeliano.

Un gruppo musicale di Gaza, la Dawaween Band, avrebbe dovuto esibirsi all’Al-Hakawati Theater di Gerusalemme il 6 agosto, ma Israele ha rifiutato di concedere ai musicisti il permesso di attraversare il valico per “motivi di sicurezza”. La band ha allora pensato di esibirsi, in segno di protesta, presso il valico di Erez/Beit Hanoun che avrebbe dovuto attraversare, inscenando un vero e proprio concerto con tanto di palco e sedie sulle quali era scritto “Jerusalem Audience” (pubblico di Gerusalemme), ed ha cantato e suonato per quasi un’ora. Il lavoro della band è incentrato sulla salvaguardia della musica tradizionale, di cui l’oud, parente del liuto europeo, è una componente essenziale così come lo diventa spesso il ritmo dei tamburi.

Con il diffondersi delle influenze occidentali, la sfida è far sì che la musica tradizionale possa far presa su un pubblico moderno. Nella band c’è anche una giovane cantante che, incoraggiata dai familiari, ha deciso di superare le preoccupazioni dettate dal carattere conservatore della società che ancora di rado accetta che le donne si esibiscano in pubblico.

Un salto da Gaza ad Haifa. Il teatro palestinese indipendente dentro Israele

Era solo uno studente di recitazione Bashar Murkus attuale drammaturgo e direttore del Kashabi, teatro palestinese indipendente – quando ha fondato una propria compagnia teatrale ed ha portato in giro le proprie opere diventando uno degli attori principali del teatro palestinese in Israele. Un giorno è riuscito a fondare il proprio teatro, nell’area centrale del porto israeliano di Haifa, lì dove ci sono le abitazioni abbandonate di Wadi Salib. Una volta quartiere centrale da cui i palestinesi fuggirono nel 1948, Wadi Salib è diventata un sinonimo della Nakba ad Haifa e le sue mura testimoniano in silenzio una storia di trasferimenti forzati ancora impressa nella memoria dei residenti di Haifa. È in questo contesto che Murkus ed il suo gruppo teatrale hanno fondato il Khashabi, il primo teatro per i palestinesi di Haifa ad essere indipendente dai fondi statali. Il logo del teatro, un albero bianco su fondo scuro, simbolizza l’aspirazione degli autori a piantare radici nella città e a dar vita ad uno spazio per il teatro palestinese indipendente in Israele.

Il teatro, che cavalca fisicamente due mondi, quello arabo palestinese e quello israeliano, unisce il ricco patrimonio culturale e letterario palestinese alla sperimentazione di stili diversi di narrazione. Di recente la sua attività è stato tuttavia adombrata da una polemica nata attorno ad uno dei suoi lavori politici realizzato nel 2015, “Un tempo parallelo”, un’opera che racconta la lotta quotidiana dei prigionieri politici palestinesi, rappresentata più volte senza ricevere reazioni polemiche fin quando una versione con sottotitoli in ebraico presso il teatro Al Midan ha scatenato le ire di coloro che hanno visto in essa una glorificazione dei “terroristi”. L’opera è stata basata in parte sulla vita e gli scritti di Walid Dakka, un prigioniero palestinese accusato dell’uccisione di un soldato israeliano.

Dakka, che è stato uno scrittore prolifico dietro le sbarre, continua a dichiararsi innocente, mentre Murkus ribadisce che l’opera è concentrata più sulla lotta contro il tempo all’interno del carcere o meglio sul rapporto tra i prigionieri ed il tempo e sul loro dare un senso alla vita in carcere, piuttosto che sul crimine di cui è accusato Dakka. Ad esempio, essa racconta della battaglia di Dakka per potersi sposare ed avere un figlio mentre è in carcere, con riferimenti a storie di altri prigionieri, diventando in questo modo un racconto di tutti i detenuti in ogni parte del mondo. La reazione negativa contro la produzione è stata così forte che il finanziamento statale al teatro Al Midan è stato temporaneamente revocato ed è stata valutata una modifica alla politica israeliana sul finanziamento delle arti.

Sebbene il finanziamento per il teatro Al-Midan sia stato poi ripristinato, quanto avvenuto ha messo in luce quanto sia precario il lavoro degli artisti palestinesi all’interno di Israele quando esso dipende da finanziamenti ed approvazioni da parte del Ministero della Cultura israeliano. Tra le strutture culturali palestinesi che hanno avuto difficoltà c’è il Teatro Nazionale Palestinese, meglio conosciuto come l’Hakawati, situato a Gerusalemme est, più volte chiuso dalle autorità israeliane – l’ultima volta nel mese di novembre 2015 – perché non in regola con il pagamento delle tasse dovute alla municipalità, all’assicurazione nazionale ed alla compagnia elettrica israeliana. Fondato nel 1984, divenne uno dei pilastri dell’arte e della cultura palestinese ed uno delle poche rimanenti istituzioni culturali palestinesi a Gerusalemme. Ha ricevuto apprezzamenti internazionali grazie alle sue rappresentazioni ed alla formazione di giovani attori ed ha collaborato con gruppi statunitensi, inglesi, francesi, ricevendo anche donazioni da Europa, Usa ed altri paesi.

Secondo alcuni palestinesi, la pressione sul teatro da parte delle autorità israeliane rientrerebbe nel tentativo del governo di marginalizzare le istituzioni culturali ed artistiche arabe. A giugno aveva suscitato molte critiche il ministro della cultura israeliana Miri Regev – ex portavoce dell’esercito e membro del Likud, partito di destra al governo – che aveva minacciato di tagliare i fondi alle compagnie teatrali che rifiutano di esibirsi negli insediamenti coloniali israeliani. La stessa Regev congelò il trasferimento dei fondi al teatro Al Midan che aveva osato mettere in scena “Il tempo parallelo” di Murkus. Artisti israeliani avrebbero protestato accusandola di non comprendere l’arte.

Regev aveva inviato un controverso questionario alle compagnie di danza e di teatro allo scopo di sapere se si stessero esibendo all’interno degli insediamenti in Cisgiordania, un primo passo che le avrebbe poi consentito di adottare penalizzazioni verso gli istituti culturali che rifiutano di svolgere rappresentazioni all’interno delle colonie. Dall’ufficio del ministro hanno fatto sapere che la Regev sarebbe orgogliosa di condurre una “rivoluzione” che impedisca il boicottaggio e renda la cultura accessibile a tutti i cittadini israeliani. Una decisione che politicizza il mondo dell’arte e si ripercuote sulla libertà artistica, secondo molti operatori.

È proprio questo che ha portato il Khashabi ad essere indipendente. Sebbene nell’area vi siano altri luoghi e compagnie teatrali che si dedicano al teatro in lingua araba, dal Nazareth Fringe Ensemble all’Al-Hakawati di Gerusalemme al famoso Jenin Freedom Theater e lo stesso al-Midan di Haifa – per Murkus il suo Khashabi si differenzia dagli altri in quanto racchiuderebbe in sé un modo di pensare, un’idea di lavoro collettivo: partendo da un tema generico come l’ “identità”, la compagnia teatrale si concentra in un periodo di ricerca – il laboratorio teatrale serve così a sua volta per la ricerca del tema dell’identità e l’esplorazione dei suoi aspetti – fino al momento in cui la produzione dell’opera inizia a prendere forma.

Il lavoro di Khashabi si basa sul concetto di fare teatro attingendo e a turno amplificando la forza dei palestinesi. Questo lavoro collettivo coinvolge anche il pubblico al fine di farlo sentire partecipe e la comunità locale, al di là delle distinzioni di istruzione e di classe. Il teatro ospita anche seminari per aspiranti attori ed offre spazio ad altri gruppi ed artisti fuori stagione. In autunno, il Khashabi ospiterà un festival di “shorts” (esibizioni di breve durata), che andranno dal teatro alla danza. Sviluppando uno spazio basato sull’idea di cooperazione e sostegno reciproco in cui professionisti del teatro, giovani ed artisti siano liberi di creare e sperimentare, il Khashabi tenta così di generare un nuovo movimento artistico, di rafforzare la comunità locale e al contempo preservare l’idea di identità palestinese. Nena News

 

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