Anche stretti alleati di Washington, come Egitto e Giordania, dipendenti dai dollari americani, hanno approvato la risoluzione di condanna della dichiarazione di Donald Trump su Gerusalemme

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Roma, 22 dicembre 2017, Nena News – Le minacce fatte da Donald Trump e dall’ambasciatrice statunitense all’Onu, Nikki Haley – “Ci ricorderemo di voi”, “Ci segneremo i nomi”, sono solo alcuni degli avvertimenti rivolti ai Paesi membri delle Nazioni Unite– sono servite a ben poco ieri.

Anche i Paesi destinatari degli aiuti finanziari Usa o che sperano di ottenerli, hanno scelto di rispettare la legalità internazionale e di votare, in sede di Assemblea Generale delle Nazioni Unite, a favore della risoluzione di condanna del riconoscimento unilaterale di Gerusalemme come capitale d’Israele fatto dal presidente americano lo scorso 6 novembre. “Il mondo non è in vendita”, ha proclamato ad alta voce il rappresentante del Venezuela intervendo ieri prima del voto che ha visto 128 Paesi dare il proprio “sì” alla risoluzione (i contrari sono stati appena 9, 35 gli astenuti tra i quali però si segnalano tre Paesi europei: Polonia, Romania e Ungheria).

Gli Stati Uniti non hanno ancora deciso quali “punizioni” adotteranno contro gli Stati che hanno votato contro Trump e Gerusalemme capitale di Israele. E non è chiaro se davvero le attueranno. Anche perché alcuni dei Paesi “canaglia” sono in realtà dei solidi alleati degli Usa. Tra questi ci sono Egitto e Giordania, che ricevono ogni anno aiuti americani per miliardi di dollari in cambio di una politica in Medio Oriente favorevole agli interessi strategici statunitensi.

Si segnala peraltro il voto favorevole alla risoluzione dellArabia saudita che pure ha stretto di nuovo l’alleanza con gli Usa e dietro le quinte collabora attivamente con Israele contro l’Iran. Riyadh, che si proclama custode di Mecca e Medina, non ha potuto fare a meno di votare contro Trump quando in ballo c’è il destino di Gerusalemme, al Quds, dove si trova l’haram sharif e le moschee della Roccia e di al Aqsa, terzo luogo santo dell’Islam.

La minaccia di taglio dei finanziamenti non ha spaventato Stati  e nazioni povere come Afghanistan, Nigeria ed Etiopia, che pure sperano in centinaia di milioni di dollari da Washington.

Altri invece hanno preferito far uscire i loro rappresentanti al momento del voto. Come il Kenya che quest’anno ha ospitato il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu e lo Zambia spera di ottenere dagli Usa circa  400 milioni di dollari. Si è astenuta Haiti che a Washington ha chiesto 150 milioni di dollari. Il poverissimo Togo invece ha votato contro la risoluzione dell’Onu – nonostante abbia chiesto agli Stati uniti appena 300mila dollari – probabilmente in ragione dei rapporti stretti dietro le quinte che mantiene da tempo con Israele. Nena News

 

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