Attivisti e centri per i diritti umani lanciano l’allarme sulla sorte del villaggio palestinese dal 1986 bersaglio delle politiche di trasferimento forzato della popolazione.

Il villaggio di Susiya, dietro una colonia israeliana (Foto: Chiara Cruciati)

Il villaggio di Susiya, dietro una colonia israeliana (Foto: Chiara Cruciati)

Susiya (Cisgiordania), 16 luglio 2015, Nena NewsDomenica scorsa una delegazione di 50 abitanti del villaggio di Khirbet Susiya (a sud di Hebron) ha incontrato alti funzionari del COGAT, dell’Amministrazione Civile e dell’esercito. I funzionari hanno dichiarato che le pressioni dell’organizzazione “Regavim” e dei coloni insediati nella loro zona hanno portato alla decisione di distruggere il villaggio al più presto, anche prima dell’udienza dell’Alta Corte  di Giustizia chiamata il mese prossimo ad esaminare il ricorso contro la demolizione. Lo riferiscono con allarme i centri Betselem e Rabbini per i Diritti Umani.

I funzionari israeliani hanno spiegato che le autorità  si sono astenute dal demolire Susiya durante il Ramadan in segno di rispetto verso i suoi abitanti ma che questa “tregua umanitaria” si concluderà dopo la festa di Eid al-Fitr che chiude il mese sacro dell’Islam. Sulla scorta di queste dichiarazioni, i centri per i diritti umani prevedono che le demolizioni potrebbero aver luogo già la prossima settimana. L’avvocato Qamar Mashraki, legale della comunità di Susiya, ha protestato con forza contro la minaccia di demolire il villaggio persino prima del pronunciamento dei massimi giudici israeliani.

La vicenda di Susiya è stata ben raccontata il mese scorso da Chiara Cruciati sulle pagine del quotidiano Il Manifesto, un servizio che poi pubblicato anche da Nena News. Ve lo riproponiamo.

 

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

foto di Chiara Cruciati

Susiya (Hebron), 8 giugno 2015, Nena News –  Ahmad versa il caffè nei bic­chieri di pla­stica, nella tenda della pro­te­sta del pic­colo vil­lag­gio di Susiya. Ha 8 anni e que­sto com­pito lo rende orgo­glioso: seduti, pro­tetti dal sole che già pic­chia forte nelle col­line a sud di Hebron, ci sono i rap­pre­sen­tanti dei comi­tati popo­lari dei vil­laggi della zona, venuti a dimo­strare soli­da­rietà. «Siamo qui per man­te­nere una pre­senza fissa – spiega al mani­fe­sto Hafez Huraini, del vicino vil­lag­gio di At-Tuwani – Se Israele demo­li­sce Susiya, potrebbe demo­lire altre comunità».

Il timore, dal 4 mag­gio scorso, è con­creto: dopo una tor­tuosa bat­ta­glia legale, la Corte Suprema israe­liana ha deciso il destino di Susiya. Il giu­dice Sohl­berg ha can­cel­lato l’ordine tem­po­ra­neo che da anni impe­diva all’esercito di distrug­gere la comu­nità e dato ai mili­tari e all’Amministrazione Civile (l’ente israe­liano che gesti­sce l’Area C della Cisgior­da­nia, il 60% del ter­ri­to­rio sotto il con­trollo israe­liano) la facoltà di deci­dere la sorte del villaggio.

Nasser Nawajah mostra i documenti di proprietà della terra (Foto: Chiara Cruciati)

Nasser Nawajah mostra i documenti di proprietà della terra (Foto: Chiara Cruciati)

Non sarebbe la prima volta che Susiya viene rasa al suolo: comu­nità di 250 resi­denti, pastori e agri­col­tori, ha vis­suto la prima espul­sione nel 1986. All’epoca Tel Aviv la giu­sti­ficò con la pre­senza di un’antica sina­goga all’interno del vil­lag­gio. La zona fu dichia­rata sito archeo­lo­gico: per la legge israe­liana, che viene appli­cata – in vio­la­zione al diritto inter­na­zio­nale – nel ter­ri­to­rio occu­pato, signi­fica che nes­sun civile può risie­dervi. Eppure gli abi­tanti di Susiya, costretti a rico­struire il vil­lag­gio a qual­che cen­ti­naia di metri dal sito, hanno assi­stito impo­tenti al tra­sfe­ri­mento di coloni israe­liani nelle loro terre. Per i coloni, il sito archeo­lo­gico non è off limits.

Nel 2001, è arri­vata la seconda espul­sione. Ma sta­volta Susiya è rima­sta: gli abi­tanti hanno vis­suto in grotte natu­rali e poi hanno rico­struito le loro case. Case fatte di tende e allu­mi­nio, non di cemento: nell’Area C della Cisgior­da­nia, un pale­sti­nese può costruire una vera abi­ta­zione solo con il per­messo delle auto­rità israe­liane. Che nel 96% dei casi lo rifiu­tano, costrin­gendo la popo­la­zione a costruire lo stesso e a vivere nel ter­rore di veder arri­vare i bulldozer.

Un ter­rore pro­vo­cato sia dalle uni­formi mili­tari che dalle pistole e i col­telli dei coloni dei vicini inse­dia­menti. Abu Nas­ser, 65 anni, muove il bastone con foga men­tre ci rac­conta degli attac­chi not­turni di gio­vani estre­mi­sti ebraici: «Ven­gono di notte, aggre­di­scono la gente, danno fuoco alle tende, ammaz­zano le pecore. Nes­suno interviene».

Nes­suno inter­viene per­ché (a Susiya ne sono con­vinti) l’obiettivo di Israele è pren­dersi que­sto pezzo di terra. «Il vil­lag­gio si trova lungo la strada 317 – aggiunge Hafez – che corre lungo la Linea Verde, che divide la Cisgior­da­nia del sud da Israele. Tel Aviv sta creando lungo la 317 un anello di colo­nie per annet­tere defi­ni­ti­va­mente tutto il sud di Hebron al pro­prio territorio».

La tenda della protesta di Susiya (Foto: Chiara Cruciati)

La tenda della protesta di Susiya (Foto: Chiara Cruciati)

Per pren­derlo usano ogni mezzo. Anche la Corte Suprema, la stessa che per anni ha impe­dito la distru­zione del vil­lag­gio, oggi ha dato il via libera all’esercito. «Per difen­derci abbiamo optato per le vie legali, con il soste­gno di Rab­bini per i Diritti Umani – spiega al mani­fe­sto il capo del comi­tato popo­lare di Susiya, Nas­ser Nawa­jah – Nel 2012 abbiamo con­se­gnato alla Corte i docu­menti di pro­prietà della terra per sfi­dare una peti­zione dell’associazione dei coloni ‘Rega­vim’ che chie­deva la demo­li­zione del nostro vil­lag­gio per­ché ‘inse­dia­mento ille­gale’. Il nostro appello ha con­vinto la Corte a ordi­nare la sospen­sione delle demo­li­zioni e ci ha chie­sto di pre­sen­tare un piano rego­la­tore del villaggio».

Il piano è stato con­se­gnato all’Amministrazione Civile che nel 2013 lo ha, ovvia­mente, rifiu­tato. «La Corte Suprema ha allora impo­sto all’esercito di indi­vi­duare una solu­zione alter­na­tiva alla demo­li­zione, un fatto posi­tivo: in que­sto modo ci ha for­nito una sorte di protezione».

Quella pro­te­zione, però, il 4 mag­gio è eva­po­rata: la Corte ha deciso di non deci­dere e rimesso tutto in mano a eser­cito e Ammi­ni­stra­zione Civile. Così due giorni dopo la sen­tenza, fun­zio­nari israe­liani si sono pre­sen­tati al vil­lag­gio per con­se­gnare ordini di demolizione.

«La giu­sti­fi­ca­zione uffi­ciale è che a Susiya manca tutto: ser­vizi pub­blici, allac­cio all’acqua, all’elettricità – ci spiega il rab­bino Arik Ascher­man, avvo­cato israe­liano di Rab­bini per i Diritti Umani – Ma è pro­prio Israele che, non rico­no­scendo il vil­lag­gio, non per­mette di avere tali ser­vizi. Come asso­cia­zione stiamo seguendo un caso più ampio alla Corte Suprema: la pos­si­bi­lità per i vil­laggi pale­sti­nesi in Area C di pre­sen­tare un pro­prio piano rego­la­tore. Israele non per­mette il natu­rale svi­luppo delle comu­nità pale­sti­nesi per obiet­tivi poli­tici, senza rispet­tare le norme di legge. Insomma, sfi­diamo le basi dell’occupazione per ricon­se­gnare que­ste terre ai pro­prie­tari, i palestinesi». Nena News

 

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