27/9/2016

Il ministro dell’istruzione israeliano ha detto ieri che è un “grande errore” la creazione di uno stato di Palestina nei confini del 1967. Il Comitato dei prigionieri palestinesi, intanto, accusa Israele: “la morte del detenuto Hamduna causata da anni di negligenza medica di Tel Aviv”

naftali

Roma, 27 settembre 2016, Nena News – Approfittare delle presidenziali statunitensi per annettere gli insediamenti in Cisgiordania. È quanto ha affermato ieri il ministro dell’istruzione israeliano, Naftali Bennet. “Questo periodo ci offre l’opportunità di agire per il futuro della Giudea e Samaria [la Cisgiordania, ndr] – ha detto il ministro ai microfoni di Radio Israele – dovremmo imporre la nostra legge anche lì, ad esempio [negli insediamenti di] Ma’leh Adumim, Ariel, Gush Etzion e Ofra”. Per il leader di Casa Ebraica – il partito della Knesset più vicino alle istanze dei coloni – è irrilevante chi sarà il nuovo inquilino della Casa Bianca: l’annessione dei Territori palestinesi dovrà procedere lo stesso perché “non possiamo aspettarci che il mondo sia più sionista di noi, dobbiamo fare quello che è giusto per noi”.

Il primo passo da compiere, secondo Bennet, è considerare “un grande errore” la creazione di uno stato palestinese nei confini del 1967. “Se dipendesse da me, farei un discorso in cui direi: non lo creiamo qui. Abbiamo una possibilità di tirarci fuori da questo buco in cui siamo bloccati da così tanti anni che si chiama fondazione di uno stato palestinese su territorio che appartiene ad Israele” ha più tardi detto alla radio dell’esercito. Il motivo è presto detto: “Ogni volta che abbiamo ceduto la terra, abbiamo ottenuto in cambio violenza, non pace. Ma la pace viene solo quando si è molto forti e il rispetto per noi crescerà e assisteremo a meno conflitti soltanto quando tutti nella regione sapranno che siamo determinati a non dare nemmeno un millimetro di territorio ai nostri nemici”.

Le parole del ministro non sono solo mera propaganda politica, né soltanto un tentativo di incalzare da destra il suo alleato di coalizione, nonché primo ministro d’Israele, Benjamin Netanyahu. Già a inizio anno, infatti, Casa Ebraica si era fatto promotore di una campagna per annettere la colonia di Ma’leh Adumim. Un atto che considera un primo passo per includere (unilateralmente) nei confini dello stato ebraico tutti gli insediamenti presenti in Cisgiordania. Pubblicamente Netanyahu si è sempre detto contrario a tali iniziative. Ma la sua differenza ideologica con Bennet è molto più sfumata di quanto potrebbe apparire a prima vista ad un osservatore distratto: da quando governa Israele, infatti, il numero dei coloni in Cisgiordania è cresciuto a ritmo spedito. Un particolare che non è sfuggito nemmeno ai maggiori attori internazionali come gli Stati Uniti, l’Unione Europea e le Nazioni Unite che hanno più volte ribadito (debolmente) come le politiche di Tel Aviv, soprattutto in Area C, siano paragonabili ad una “strisciante annessione”.

Nelle interviste rilasciate ieri alle emittenti radiofoniche locali, Bennet ha anche promesso una soluzione per le 2.000 case non autorizzate in Cisgiordania. L’attenzione del ministro è soprattutto rivolta all’avamposto illegale di Amona, recentemente al centro del dibattito politico israeliano. L’Alta Corte di Giustizia ha stabilito che Amona deve essere rasa al suolo entro il 25 dicembre. Tuttavia, molti parlamentari del Likud (il partito di Netanyahu) e di Casa ebraica stanno pensando ad una legge, nota come Atto delle Regolazioni, che condonerebbe retroattivamente le case illegali in Cisgiordania. Tra queste, ovviamente, anche quelle di Amona. Il ministro si è più volte mostrato favorevole a tale iniziativa e ha ribadito che farà di tutto affinché l’avamposto non venga demolito. Per fare ciò, ha spiegato, bisognerebbe cambiare completamente le politiche stabilite dal governo nel 2011 secondo cui che le case dei settler costruite su proprietà private palestinesi devono essere distrutte.

Nei Territori Occupati, intanto, fa discutere il decesso del prigioniero palestinese Yasser Thiyab Hamduna avvenuto domenica mattina in un carcere israeliano. L’autopsia condotta ieri sul suo corpo ha confermato che il 41enne di Yaabad (Jenin) è morto per cardiomegalia, una termine con cui si indica l’aumento del volume o della massa del cuore causato da un aumento dello spessore delle sue pareti o da una dilatazione abnorme delle sue cavità.

Il comitato dei prigionieri palestinesi ha accusato di “deliberata negligenza medica” le autorità carcerarie e i dottori israeliani perché, nonostante fossero a conoscenza dei gravi problemi cardiaci di cui soffriva la vittima, non hanno fatto niente per curarlo. Secondo quanto riferisce la stampa palestinese, Hamduna è stato arrestato da Israele nel giugno del 2003 ed è stato duramente picchiato dalle guardie della prigione al punto da essere portato più volte alla clinica del carcere di ar-Ramla a causa dell’aggravamento delle sue condizioni fisiche. Samidun, il network di solidarietà per i prigionieri palestinesi, fa sapere che il disinteresse mostrato dagli israeliani nei confronti del suo precario stato di salute e l’isolamento a cui era sottoposto, lo avrebbero spinto a compiere uno sciopero della fame per denunciare il trattamento subito.

Il portavoce di Hamas, ‘Abd ar-Rahman Shadid, ha detto domenica che la morte di Hamduna “mostra la crudele brutalità dell’occupazione israeliana” e che “nessun palestinese detenuto nelle carceri israeliane è al sicuro”. Secondo la società dei prigionieri palestinesi (PPS), sono 208 i palestinesi morti nelle prigioni dello stato ebraico dal 1967. A questo numero vanno aggiunte le 8 persone decedute poco dopo essere state liberate. Il PPS sostiene che queste morti siano state causate dagli inadeguati trattamenti medici forniti da Israele alle vittime durante il periodo di detenzione. Nena News

 Roberto Prinzi è su Twitter @Robbamir

 

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