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Categoria: Cisgiordania

30/1/2017

Continua il calvario della comunità beduina palestinese in Naqab: dopo l’arrivo di tre case mobili, la polizia si è ripresentata per distruggerle

Umm al-Hiran nel 2009. (Foto:  Daniel Tchetchik. Fonte HaAretz)

Umm al-Hiran nel 2009. (Foto: Daniel Tchetchik. Fonte HaAretz)

Roma, 30 gennaio 2017, Nena News – Tanti volontari erano arrivati nei giorni scorsi dalle comunità vicine, da Dir Hanna, Sikhnin, Araba, al-Tiba per ricostruire il villaggio distrutto di Umm al Hiran, in Naqab. La comunità beduina palestinese, 1.500 abitanti e 150 case, da settimane tornata nel mirino delle autorità israeliane, era stato teatro di altre demolizioni e dell’uccisione di un suo cittadino da parte della polizia.

Dopo la distruzione di alcune strutture da parte dei bulldozer israeliani (8 case e 7 costruzioni agricole) lo scorso 18 gennaio, le comunità di Wadi Ara – il cosiddetto “triangolo”, nel nord est di Israele –, i cittadini palestinesi di Jaffa e la Arab Lawyers Union avevano donato tre case mobili per accogliere alcune delle famiglie sfollate. E avevano lanciato una campagna via WhatsApp, una raccolta fondi che in pochi giorni ha permesso di raccogliere 25mila shekel, circa 5mila euro.

Ma ieri, dopo che i volontari palestinesi avevano finito di montare due case mobili, la polizia è ricomparsa. In mano l’ennesimo ordine di demolizione. Subito è scattato l’appello ai palestinesi cittadini israeliani perché accorressero per impedire ai bulldozer di mettersi di nuovo in moto. Sentito dall’agenzia stampa Ma’an, il portavoce della polizia Micky Rosenfeld si è detto all’oscuro dell’ordine di demolizione.

La nuova misura potrebbe riaccendere le tensioni mai sopite tra le comunità palestinesi beduine del deserto del Naqab, dalla creazione dello Stato di Israele a rischio scomparsa. All’epoca, negli anni successivi alla nascita dello Stato, le nuove autorità mapparono l’intero paese lasciando fuori dai registri ufficiali la metà dei villaggi palestinesi esistenti. Per poi accusarli di essere stati costruiti illegalmente.

Da allora è cominciato il calvario di chi era riuscito a resistere alla deportazione e la fuga di massa della popolazione palestinese, cacciata dalle milizie armate sioniste (l’80% della popolazione di allora, circa 800mila persone). I villaggi, mai riconosciuti, vivono ai margini dello Stato sebbene i suoi abitanti abbiano in mano la carta d’identità israeliana. Senza servizi pubblici, allacci alla rete idrica e elettrica, privi di un piano urbanistico che riconosca le costruzioni come legittime.

Sono target costante di demolizioni e tentativi di sfollamento da parte delle autorità israeliane. L’ultimo progetto, il Piano Prawer, prevede la distruzione di 45 villaggi beduini non riconosciuti, la confisca di oltre 850mila dunam di terre (un dunam è pari a mille metri quadrati) e il trasferimento forzato in township ad hoc di 40mila beduini palestinesi. Bloccato dagli scioperi di massa di tre anni fa, che hanno visto scendere in piazza tutta la Palestina storica, è rimasto nel cassetto. Ma non le azioni contro le singole comunità.

L’apice a Umm al-Hiran è stato raggiunto lo scorso 18 gennaio quando durante una manifestazione di protesta Yacoub Abu al-Qiyan è stato ucciso mentre procedeva a bordo di una jeep: l’aveva caricata di alcuni effetti personali prima che demolissero la sua casa. La polizia lo ha colpito e lui, perso il controllo del mezzo, ha investito un poliziotto uccidendolo. Gli scontri erano scoppiati dopo l’ingente dispiegamento di forze armate, arrivate per far rispettare la sentenza del giorno prima con cui la Corte Suprema rigettava il ricorso della comunità contro la demolizione (necessaria, nei piani israeliani, a fare spazio ad una nuova cittadina ebraica, Hiran).

Immediata è stata la risposta palestinese: uno sciopero generale, il secondo in pochi giorni, è stato indetto in tutto lo Stato di Israele da parte della popolazione palestinese, da Haifa a Nazareth, da Tel Aviv a Wadi Ara. Intanto in migliaia raggiungevano il villaggio beduino per partecipare ai funerali di Yacoub Abu al-Qiyan. Nena News

 

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