La condanna fatta dal premier Benyamin Netanyahu dell’uccisione del piccolo palestinese è lontana dalla realtà sul terreno.  Gli ultimi giorni per i coloni che vivono insediati in Cisgiordania e per i palestinesi sotto occupazione sono stati come gli altri, come se nulla fosse accaduto a Kfar Douma

foto Reuters

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Gerusalemme, 3 agosto 2015, Nena News -Lottano in ospedale tra la vita e la morte i genitori e il fratellino di Ali Dawabsha, il bimbo palestinese di 18 mesi ucciso dal rogo della casa di Kfar Douma data alle fiamme da coloni israeliani. Eppure la loro vicenda che ha mostrato il volto violento dei coloni e fatto parlare di “terrorismo ebraico” – parole usate anche dal capo di stato israeliano Rueven Rivlin (e per questo duramente attaccato sul web) – lentamente abbandona le home dei giornali online, i titoli dei notiziari radiotelevisivi. Lo sdegno accompagnato dalle proteste dei palestinesi per l’assassinio di Ali e i funerali di due ragazzi di 17 anni – Leith al Khaldi di Jalazon e Mohammed al Masri di Gaza -, uccisi da colpi sparati da soldati israeliani, apparivano già sabato, il giorno dopo la morte orribile di Ali,  una notizia vecchia, almeno ad ascoltare le quattro frasi a loro dedicate dai Tg. Addio condanna del premier Benyamin Netanyahu, addio riflessioni sulle azioni degli estremisti israeliani. Gli ultimi giorni per i coloni che vivono insediati in Cisgiordania e per i palestinesi sotto occupazione sono stati come gli altri, come se nulla fosse accaduto a Kfar Douma.

Centinaia di settler israeliani si oppongono alle demolizioni di due edifici nell’insediamento di Bet El. Altre centinaia rioccupano la colonia di Sa Nur, evacuata nel 2005. Dalla loro parte hanno i ministri di Casa ebraica

ewish settlers stage a protest against Israeli police on Settlers clash with Israeli police

Gerusalemme, 29 luglio 2015, Nena News – Il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu non ha perso tempo. Questa mattina ha approvato la costruzione immediata di altre 300 case nell’insediamento ebraico di Beit El, alle porte di Ramallah, nella Cisgiordania occupata. Qui i coloni ebrei da due giorni protestano, anche con violenza, contro la sentenza della Corte suprema che conferma – i giudici lo hanno ribadito anche questa mattina – la demolizione entro domani di due edifici costruiti abusivamente per la stessa legge israeliana. Il premier ha inoltre autorizzato la vendita di circa 90 alloggi a nella colonia di Pisgat Zeev e la progettazione di altri 400 appartamenti in insediamenti ebraici costruiti nella zona Est di Gerusalemme occupata nel 1967. Decisioni che non soddisfano i coloni di Bet El che continuano ad opporsi all’arrivo dei bulldozer incaricati di demolire le palazzine costruite illegalmente.

Falah Abu Mariam, di 50 anni, è stato colpito durante un raid notturno dei soldati israeliani nella sua abitazione a Beit Ummar (Hebron). E’ il secondo palestinese ucciso dai militari in due giorni in Cisgiordania

Soldati israeliani a Hebron. foto Flash 90

Soldati israeliani a Hebron. foto Flash 90

Gerusalemme, 23 luglio 2015, Nena NewsSecondo palestinese ucciso dai soldati israeliani nel giro di poche ore durante raid in città e centri abitati della Cisgiordania. La scorsa notte un 50enne, Falah Abu Mariam, è stato ucciso da colpi sparati da un militare della Brigata Kfir nel corso di una una incursione nel villaggio di Beit Omar, nei pressi di Hebron. La famiglia riferisce che l’uomo si era semplicemente opposto all’arresto del figlio da parte delle forze di occupazione, cercando di strapparlo dalle braccia dei militari intenzionati a portarlo via. Secondo il portavoce ufficiale israeliano invece Abu Mariam avrebbe tentato di “strangolare” un soldato costringendolo a sparare.

La vittima è un giovane di 21 anni di Birqin. Scontri tra palestinesi e militari di Tel Aviv erano scoppiati stamattina dopo un raid effettuato dai soldati nel villaggio

Israeli

Nella foto: raid israeliano a Hebron, giugno 2014

Roma, 22 luglio 2015, Nena News - Le forze armate israeliane hanno ucciso stamattina un giovane palestinese nel villaggio di Birqin (ovest di Jenin). La vittima è il ventunenne Mohammed Ahmad Alawneh. Negli scontri scoppiati tra i residenti palestinesi e i militari di Tel Aviv, in seguito ad un raid effettuato da quest’ultimi nel villaggio, ad Alawneh è stato sparato un colpo al petto. Secondo fonti mediche locali, il ragazzo, trasportato d’urgenza in ospedale per essere operato, sarebbe morto per le ferite riportate. Alawneh è il sedicesimo palestinese ad essere ucciso da Israele dall’inizio di quest’anno.

 

Offensiva politica e mediatica dei settler dopo l’intervento degli Stati Uniti e dell’Ue a sostegno dei 340 abitanti del villaggio palestinese a sud di Hebron minacciati di espulsione.

 

Khirbet Susiya, foto di Chiara Cruciati

Khirbet Susiya, foto di Chiara Cruciati

 

Gerusalemme, 25 luglio 2015, Nena News – Era agitato l’altro giorno Nadav Abramov, direttore del sito archeologico ebraico di Susya, mentre rispondeva alle domande di Arutz 7, l’emittente radiofonica del movimento dei coloni israeliani nella Cisgiordania occupata. «Qui non c’è alcun villaggio arabo di Khirbet Susiya – affermava -, è solo una hamula (famiglia allargata araba, ndr) che arrivò 20 anni fa dalla città di Yatta e si stabilì su terreni non edificabili, tra cui il sito archeologico. Ha costruito tende e baracche, tutto illegalmente». Quella di Abramov è la versione dei coloni israeliani della storia di un angolo polveroso e desolato di terra palestinese ora al centro dell’attenzione di molti nel mondo. Loro, i coloni, che si sono insediati in Cisgiordania, dopo il 1967, infrangendo le risoluzioni internazionali e la Convenzione di Ginevra, accusano i palestinesi di vivere illegamente nella loro terra.