2/10/2017

Gli imputati sono accusati di “dissolutezza” e “istigazione alla dissolutezza”. Ong protestano: “Subito liberi”. Sabato Amnesty International aveva detto che sei uomini, colpevoli secondo le autorità di “aver promosso la deviazione sessuale”, dovevano essere sottoposti a test anali prima dell’inizio del loro processo

Egitto

Roma, 2 ottobre 2017, Nena News – Diciassette uomini accusati di essere omosessuali sono stati processati ieri in Egitto per “dissolutezza” e “istigazione alla dissolutezza”. A riferirlo sono state fonti giudiziarie locali.

Sono queste al momento le uniche informazioni disponibili relative all’udienza che ha avuto luogo ieri: il dibattimento, infatti, era chiuso alla stampa e gli avvocati della difesa non hanno rilasciato alcun commento.

I fatti risalgono al 22 settembre scorso quando le forze di sicurezza egiziane hanno arrestato almeno sei persone che sventolavano una bandiera arcobaleno – simbolo della comunità Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) – al concerto del gruppo libanese Mashrou’ Leila il cui frontman è dichiaratamente omosessuale.

La notizia dell’arresto aveva subito scatenato le proteste delle ong internazionali che ne avevano chiesto l’immediata liberazione. “Il fatto che il pubblico ministero stia avendo come priorità la caccia a persone in base ai loro presunti orientamenti sessuali è assolutamente riprovevole” ha scritto in un comunicato Amnesty International. Dello stesso avviso è Human Rights Watch (Hrw) che ha chiesto al governo egiziano di fermare il duro giro di vite contro gli omosessuali. “Qualunque cosa stessero facendo, dallo sventolare una bandiera arcobaleno al chattare su una app di appuntamenti, tutte le vittime del [reato] di dissolutezza dovrebbero essere subito rilasciate” ha detto Sarah Leah Whitson, direttrice di Hrw per il Medio Oriente e il Nord Africa.

L’uso da parte delle autorità egiziane di app di incontri come Grindr per individuare membri Lgbt e i blitz sempre più comuni nei luoghi frequentati dagli omosessuali ha aumentato le paure di una comunità spesso sotto attacco in Egitto. Sebbene l’omosessualità non sia ufficialmente illegale nel Paese, i gay – accusati di “immoralità”, “blasfemia”, “dissolutezza”, “istigazione alla dissolutezza” – sono spesso arrestati e processati. Emblematico quanto accaduto nell’aprile del 2016 quando 11 uomini sono stati condannati a 12 anni di prigione per “istigazione alla dissolutezza”. Il carattere omofobo della società egiziana è apparso evidente anche nella decisione di sabato del Consiglio supremo per la regolazione dei Media che ha vietato “qualunque promozione dell’omosessualità” descritta come “malattia vergognosa”.

Sempre sabato Amnesty International (AI) aveva denunciato il processo a sei egiziani per “promozione di deviazione sessuale” sui social media. Secondo l’ong britannica, per verificare il loro “crimine”, prima dell’inizio dell’udienza fissata per ieri gli accusati dovevano essere soggetti a test anali da parte dell’Autorità medica forense. Una palese violazione, ha affermato AI, della legge contro la tortura e il maltrattamento per il diritto internazionale. “Gli esami anali sono ripugnanti e sono considerati una forma di tortura. Le autorità egiziane hanno uno spaventoso record nell’utilizzo di tali pratiche contro i detenuti” ha denunciato AI. Subito è arrivata la difesa da parte delle autorità giudiziarie: “Le accuse di aver torturato o insultato quelli sottoposti ai test sono bugie per cui non vale la pena rispondere. Gli esami sono stati compiuti da un dottore forense che ha giurato di rispettare la sua professione e la sua etica”. Nena News

 

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