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Categoria: Egitto

January 8, 2018

Secondo il quotidiano statunitense, un funzionario dei servizi avrebbe chiesto a conduttori tv di convincere gli egiziani a non protestare. Il Cairo smentisce ma, se confermato, è la spia di una più generale voglia di normalizzazione con Israele

Manifestazione palestinese alla Spianata delle Moschee (Foto: Reuters)

Manifestazione palestinese alla Spianata delle Moschee (Foto: Reuters)

Roma, 8 gennaio 2018, Nena News – A leggere la notizia riportata ieri dal New York Times verrebbe da non stupirsi troppo. Ma è la dimostrazione di come la questione palestinese all’interno di una parte del mondo arabo sia stata eclissata dalla necessità di normalizzare le relazioni con Israele e di evitare turbolenze. I palestinesi sono da tempo un problema per le leadership arabe, soprattutto quelle più legate agli Stati Uniti.

Tra queste c’è l’Egitto, il primo paese arabo a siglare un trattato di pace con Israele e una nazione che dopo gli sfarzi del passato è profondamente indebolita da crisi economica e instabilità interna. In tale contesto arriva la notizia, pubblicata dal quotidiano statunitense, di pressioni da parte dei vertici del Cairo su commentatori televisivi perché smorzassero le critiche al presidente Trump sul riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele.

Un ufficiale dei servizi segreti, Ashraf al Kholi, avrebbe – secondo alcune registrazioni – chiesto a tre conduttori di programmi tv egiziani e ad un’attrice di smorzare la tensione, inviando in modo più o meno palese un messaggio di assenso alla mossa trumpiana che tante proteste ha scatenato tra i palestinesi ma anche tra le opinioni pubbliche dei paesi arabi e musulmani. Insomma, non condannare ma cercare di convincere gli egiziani ad accettare l’accaduto.

Secondo il Nyt, al Kholi avrebbe detto che l’Egitto “denuncia la questione, ma alla fine questa cosa diventerà una realtà. I palestinesi non possono resistere e noi non vogliamo andare alla guerra, ne abbiamo già abbastanza in casa. Un’intifada non servirebbe gli interessi di sciurezza nazionale dell’Egitto perché ridarebbe forza agli islamisti e a Hamas”. E avrebbe indicato in Ramallah una buona soluzione: “Cosa ha di diverso Gerusalemme da Ramallah, davvero?”, avrebbe detto al Kholi riferendosi alla futura capitale del futuro Stato di Palestina.

Tra le persone contattate c’è Azmi Megahed, presentatore tv, che ha confermato al quotidiano statunitense la conversazione con il funzionario dei servizi. Negano invece Mofid Fawzy e Saeed Hassaseen, commentatore e membro del parlamento. L’attrice Yousra non è stata raggiunta dal quotidiano.

Nei giorni caldi della protesta internazionale dopo l’annuncio del presidente Usa del 6 dicembre scorso, molti egiziani hanno sfidato il divieto a protestare in piazza – previsione introdotta dalla legge anti-terrorismo del 2013, volta a impedire manifestazioni anti-governative nel post-golpe di al-Sisi – e si sono ritrovati in luoghi simbolo della protesta egiziana, tra cui la sede del sindacato egiziano al Cairo. La polizia è intervenuta, disperdendo con la forza i sit-in e conducendo arresti.

Negli stessi giorni, girava la notizia delle pressioni dello stesso al-Sisi sul presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Abu Mazen: giunto al Cairo per discutere il da farsi, Abu Mazen si sarebbe sentito dire dal presidente egiziano e dal re giordano Abdallah di lasciar perdere e non minacciare rotture con gli Stati Uniti, come invece fatto da Ramallah.

Subito è giunta la smentita dell’intelligence egiziana che nega simili pressioni e aggiunge: due dei commentatori indicati dal Nyt non lavorano nemmeno più. Il Cairo, inoltre, sottolinea la posizione assunta subito dopo la decisione di Trump, ovvero la presentazione di una risoluzione di condanna al Consiglio di Sicurezza Onu, bloccata dal veto Usa, e il voto favorevole a quella adottata dall’Assemblea Generale, nonostante le minacce della Casa Bianca di tagliare gli aiuti al paese.

La questione è delicata. Potrebbe trattarsi dell’iniziativa individuale di un funzionario. O potrebbe essere l’ennesima dimostrazione delle nuove priorità del mondo arabo: normalizzazione con Israele a spese del popolo palestinese. Nena News

 

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