I morti sono almeno 56. I civili sono stati scambiati per uomini dell’Isis in fuga dalla zona di Manbij. I “ribelli moderati” decapitano un ragazzino di 13 anni

Swamp Fox in flight

 – Il Manifesto

Roma, 20 luglio 2016, Nena News – Almeno cinquantasei vittime ieri, altre 21 tra domenica e lunedì. Gli aerei americani decollati dalla base Nato di Incirlik, in Turchia, riaperta dal presidente Erdogan dopo il fallito golpe, per non aggravare la tensione già alta con l’Amministrazione Obama, hanno preso di mira di nuovo Tukhar Kabir, nei pressi di Manbij, tra Raqqa e Aleppo, compiendo una strage.

Decine di civili fatti a pezzi, tra di essi donne e bambini, colpiti «per errore». Otto famiglie sterminate. I piloti Usa li avrebbero scambiati per miliziani dell’Isis che tentavano la fuga. Invece erano civili che provavano a sottrarsi ai combattimenti intorno alla città che vanno avanti da settimane.

Eppure quelle vittime innocenti non generano lo sdegno delle autorità francesi ed europee e neppure la reazione di Washington. Da parte loro i “ribelli” anti Bashar Assad restano in silenzio di fronte al massacro commesso dallo sponsor americano. Parla invece l’Isis che riferisce del bombardamento. Tramite la sua agenzia di stampa Amaq, lo Stato islamico afferma che il raid della Coalizione guidata dagli Usa nel nord della Siria ha ucciso «160 civili, per lo più bambini e donne».

Se a compiere il massacro fosse stata l’aviazione governativa o quella russa – ieri secondo fonti vicine all’opposizione i bombardieri siriani avrebbero ucciso 15 persone a Qaterji, un quartiere nella zona orientale di Aleppo controllata dai “ribelli” – sarebbero già partiti appelli per la convocazione immediata del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. E i media occidentali avrebbero invocato con forza una punizione esemplare per il “regime di Damasco”. Invece nulla. I morti di Manbij e Tukhar Kabir evidentemente pesano meno di quelli della zona est di Aleppo circondata da sabato scorso dall’esercito governativo e dai combattenti libanesi di Hezbollah.

Scarse reazioni genera anche l’uccisione, ripresa in un video, di un ragazzino di 13 anni, Abdallah Issa, forse residente nel campo profughi palestinese di Ein El Tal, vicino Aleppo, decapitato nei pressi di Handarat. La macabra esecuzione è stata compiuta dal gruppo “ribelle” Nour al Din al Zinki, perché secondo fonti locali, il ragazzo faceva parte di Liwa al Quds una milizia palestinese filo Assad che opera in quella zona.

Il filmato mostra un gruppo di uomini di Nour al Din al Zinki , nella parte posteriore di un autoveicolo, assieme al ragazzino accusato di essere «uno che combatte per Assad». Poi un miliziano, urlando “Allah è grande”, porta un coltello alla gola del ragazzo e gli taglia la testa. Altre immagini, girate prima della decapitazione, mostrano i miliziani di Nour al Din al Zinki che schiaffeggiano il condannato. I segni sul corpo del ragazzo indicano che è stato anche torturato prima di essere ucciso.

Questi sarebbero i “ribelli moderati”. Il movimento Nour al Din al Zinki, dal nome dell’emiro di Aleppo, si è formato alla fine del 2011, nel primo anno della guerra civile siriana, per combattere contro l’esercito governativo. Nel 2014 si è unito al Fronte del Levante e a Fatah Halab. Gli Stati Uniti avrebbero fornito a questo gruppo islamico radicale fondi e razzi anticarro Bgm-71 Tow. Armi e soldi sono giunti anche da Francia, Turchia, Gran Bretagna e vari Paesi del Golfo. Appena qualche giorno fa, Amnesty international aveva diffuso un rapporto sui crimini commessi dai jihadisti di Nour al Din al Zinki tra i quali sequestri di persona e torture.

Michele Giorgio è su Twitter: @michelegiorgio2

 

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