22/7/2017

In due puntate proponiamo la tavola rotonda del think tank palestinese al-Shabaka sui cambiamenti politici in corso intorno alla Striscia. Concludiamo con l’analisi di Ayah Abubasheer sulle attuali condizioni di vita della popolazione

Gaza

di Al Shabaka

Gaza, 22 luglio 2017, Nena News – (qui la prima parte) Il Qatar è uno dei principali donatori della Striscia di Gaza da quando Hamas ha vinto le elezioni nel 2006. Ha risposto alla distruzione su vasta scala che Israele ha inflitto a Gaza attraverso diverse offensive. Nel 2012 il Qatar ha costituito il Comitato di ricostruzione di Gaza e portato avanti i principali progetti, come la pavimentazione delle strade più importanti, il lancio di iniziative agricole e la costruzione di Sheikh Hamad bin Khalifa al Thani City, quartiere residenziale con oltre 3mila unità abitative per famiglie palestinesi che hanno perso la casa nell’attacco israeliano del 2014.

Questi progetti hanno dato lavoro ad un numero importante di gazawi, una goccia nel mare che ha comunque alleviato la disoccupazione nella Striscia dove non hanno lavoro il 42% degli adulti e il 60% dei giovani tra 15 e 29 anni. Gli aiuti del Qatar hanno avuto un effetto positivo sulla popolazione della Striscia che vive in terribili condizioni a causa del blocco illegale di Israele.

Eppure alcune settimane fa l’inviato speciale del Qatar a Gaza, Muhammad al-Amadi, ha dichiarato che “la Striscia sta andando verso il peggio”. I gazawi sono rimasti scioccati dal commento che segnala un ulteriore deterioramento delle loro vite quotidiane.

Insieme alle parole di al-Amadi, secondo alcune indiscrezioni apparse sui media il Qatar avrebbe chiesto a funzionari di Hamas basati a Doha di lasciare il paese. Subito dopo la crisi del Qatar è esplosa. Arabia Saudita e Emirati Arabi, i partner nel Golfo di Israele, così come Bahrain e Egitto hanno chiesto al Qatar di mettere in atto una serie di cambiamenti pena l’embargo commerciale e diplomatico. Tra le richieste c’era l’abbandono del sostegno ad Hamas.

La gente di Gaza continua a pagare il prezzo più pesante di queste manovre politiche. Come se non fosse abbastanza contendere a Israele il primato della violenza e della deprivazione, l’Autorità Palestinese e il suo leader, Mahmoud Abbas, stanno ora infliggendo una punizione collettiva a Gaza.

Sebbene la Striscia utilizzi quattro diverse fonti di energia, riceve solo un mero 30% del suo fabbisogno. Il 12 giugno il governo del premier israeliano Netanyahu ha tagliato la fornitura di elettricità lasciando due milioni di persone con sole quattro ore al giorno di energia. Il 20 giugno Israele ha risposto alla richiesta di Abbas di un ulteriore taglio, portando le ore di energia a due al giorno. Con tali misure punitive dell’Anp, insieme ai recenti tagli degli stipendi ai dipendenti pubblici di Gaza dal 30% al 70%, Abbas spera che la stanca popolazione della Striscia si rivolti contro Hamas.

Ma questo risultato non sembra probabile. Molti giovani uomini si uniscono all’ala militare di Hamas, le Brigate al Qassam, non per ideologia politica ma perché sono alla disperata ricerca di una fonte di sussistenza. Allo stesso tempo le moschee cercano di mobilitare i gazawi verso una maggiore enfasi sulle dottrine islamiche conservatrici e una vita pia.

Ad esempio, Hamas ha chiarito che una donna non dovrebbe accompagnare in pubblico un amico maschio se non in presenza di un parente. Ma in contemporanea la prostituzione cresce a causa della disperazione e la povertà, creando serie conseguenze sociali per le donne e le loro famiglie.

Sono saliti i tassi di suicidio e di uso di droghe. Le liti domestiche, che siano portate di fronte a tribunali ufficiali o al sistema ufficioso dei mukhtar, sono centinaia. Secondo il Consiglio supremo della Shari’a di Gaza il tasso di divorzio, prima al 2%, è oggi vicino al 40%. Ironicamente, in parallelo, i siti di appuntamenti fanno incontrare vedove con uomini alla ricerca della seconda o la terza moglie. Inoltre, in violazione della legge palestinese sui minori, i bambini fanno l’elemosina per strada.

È fondamentale differenziare tra chi soffre – il popolo di Gaza – e Hamas, così come tra la causa palestinese e i suoi illegittimi leader politici quando si pensa a quale ruolo un attore regionale o politico dovrebbe giocare per cambiare la realtà di Gaza e sfidare le politiche illegali israeliane.

Sfortunatamente la storia e il presente mostrano che l’occupazione e i diritti umani non sono in cima all’agenda degli attori politici, in particolare di Israele. Infatti l’ex primo ministro israeliano Ehud Barak ha recentemente rimarcato che gli israeliani “non si sentono in colpa” per la realtà dell’occupazione.

Con il supporto del Qatar potenzialmente sospeso, i gazawi non sono più in grado di contare su nessuno dei pochi sostenitori. E se Gaza continuerà a ricevere aiuti, che sia il Qatar, la Turchia o gli Emirati, o anche l’Iran, e se l’Egitto riaprirà il valico di Rafah con più frequenza in cambio della garanzia di Hamas di non immischiarsi con i gruppi armati in Sinai, questo sostegno sarà sempre condizionato e ristretto. Questi aiuti dubbiosi sono quello che noi, a Gaza, siamo costretti a considerare un’alternativa alla nostra brutale realtà.

Traduzione a cura della redazione di Nena News

 

nena-news.it/opinione-gaza-va-verso-una-profonda-crisi-politica-e-umanitaria-seconda-parte/